Martedì 18 novembre Fondazione Giannino Bassetti ha partecipato al Convegno “Arti e politica a Milano negli anni ’70: casi di studio” che si è tenuto alla Fondazione Corrente, con un intervento intitolato “La proposta regionale di riforma radiotelevisiva nelle carte dell’archivio di Piero Bassetti”.
Quella ricostruita insieme a Dario Baldini è la storia del movimento interregionale che ha portato alla riforma radiotelevisiva approvata il 14 aprile 1975, che disciplina la trasmissione via cavo, ma soprattutto sancisce il passaggio del controllo della Rai dal Governo al Parlamento e l’istituzione del terzo canale.
Le carte – contenute nei faldoni 71.1 e 71.2 dell’archivio di Piero Bassetti e di cui una parte rappresentativa è confluita nel Centro di documentazione della Fondazione Giannino Bassetti sviluppato da Baldini e disponibile per la consultazione online – danno conto delle riflessioni e dell’intensità degli scambi tra le Regioni che in questo caso si mossero come un soggetto politico. Prima alimentando il dibattito sulla radiotelevisione italiana e successivamente agendo nelle singole giunte e consigli regionali, arrivando a presentare una proposta di legge al Parlamento (prerogativa riconosciuta alle neonate Regioni dalla Costituzione).
La convenzione in scadenza nel dicembre 1972
La necessità di fare presto era dettata dalla convenzione tra Italia e Rai per la concessione in esclusiva dei servizi radiotelevisivi in scadenza, inizialmente fissata per il 15 dicembre 1972 e poi prorogata dal Governo – con atto amministrativo – fino alla definitiva approvazione della legge del 1975. A questo si aggiungeva il cambiamento di paradigma dato dall’innovazione della tv via cavo e della trasmissione tramite videocassette: per una panoramica completa si rimanda alla nota Fischer – una dettagliata scheda scritta a mano rinvenuta nell’archivio nel secondo faldone, datato 1973-1974, in cui vengono elencate e spiegate le diverse possibilità di trasmissione disponibili all’epoca – oggi consultabile nel Centro di documentazione online.
Se soltanto dieci anni prima – nel 1960 – la Cassazione poteva dare una giustificazione al monopolio pubblico menzionando la carenza di frequenze, a inizio anni Settanta questa motivazione era superata dall’innovazione tecnologica: la trasmissione via cavo – per quanto costosa – era in astratto utilizzabile. E non è un caso che, come ricorda Aldo Grasso in Il bel Paese della tv. Viaggio nell’Italia delle emittenti locali, proprio il 15 dicembre 1972, allo scadere della convenzione tra Stato italiano e la Rai, iniziano ufficialmente le trasmissioni di Telebiella, costituita il 20 aprile 1971 come “giornale periodico a mezzo video” dall’ex regista della Rai Giuseppe Sacchi: la prima emittente privata.
Ed è proprio nel 1971 che iniziano i primi colloqui all’interno del movimento interregionale guidato dalla Lombardia, dal suo primo Presidente Piero Bassetti e dal suo assessore alla Cultura Sandro Fontana.
Un progetto interregionale
Nel 1971 il servizio radiotelevisivo contava quasi 11 milioni di abbonati (dati Istat), per una popolazione di cui solo poco più del venti per cento viveva in città, se si fa riferimento ai dati emersi dal Censimento di quell’anno. Per ricostruire il clima in cui è montato il dibattito sulla riforma radiotelevisiva, ci affidiamo alle parole di un articolo del 1973 di Teo Agnesi sul Domani d’Italia datato 1973, rinvenuto nella cartella rassegna stampa nel secondo faldone: “Dietro alla richiesta delle Regioni di intervenire nella riforma della RAI e nel meccanismo di direzione delle comunicazioni radiotelevisive sta una situazione obiettiva di grave sottosviluppo dell’informazione per cui cinque regioni sono prive di una informazione quotidiana che non venga dai centri di potere di Roma, Milano, Torino o Napoli tenendo praticamente settori importanti della popolazione in condizioni coloniali per quanto riguarda la possibilità di dibattere problemi, di farsi un’opinione e di informare gli altri sulle proprie faccende”. Più avanti Agnesi spiega che “va dato merito alla Lombardia che, rifiutando per sé la rivendicazione di una televisione regionale, ha tolto di mano ai sostenitori dello status quo un argomento di indubbia efficacia contro la regionalizzazione e cioè la denuncia del rischio che gli squilibri tuttora gravi tra le diverse parti del Paese finissero per trovare un incentivo nel diverso potere che le televisioni delle regioni più avanzate avrebbero avuto rispetto a quelle delle regioni sottosviluppate”.
La Lombardia si mise invece a disposizione per un progetto interregionale, ricostruito nei suoi passaggi fondamentali fino al 1973 dall’assessore alla cultura Sandro Fontana nella pubblicazione regionale Quaderni di documentazione regionale, n. 9-10, Regioni e riforma della RAI-TV datata ottobre 1973, organizzata in due sezioni: una più di concetto e una documentaria, oggi liberamente consultabile nel Centro di documentazione.
Dal convegno di Pilzone d’Iseo a quello di Aosta
Nel 1971 si tenne un primo Convegno sulla riforma, a Pilzone d’Iseo, promosso da Regione Lombardia. Di quel convegno nell’archivio abbiamo trovato la relazione di Piero Bassetti, dodici pagine dattiloscritte disponibili sul Centro di documentazione e di cui citiamo questo passaggio:
[…] Ora se si difende però il monopolio, di fronte a una situazione tecnica che con le videocassette, con le microonde, consente un’articolazione di emittenti, noi dobbiamo assolutamente, per non vedercelo saltare in mano (il monopolio, ndr), andare verso l’articolazione anche del centro di emissione dei valori: cioè in fondo di un pluralismo del pubblico.
La Regione può essere una dimensione importante? Io direi di sì ma a una condizione: che si rompa lo schema che noi generalisti verifichiamo quanto mai radicato nel nostro Paese, che è lo schema piramidale, secondo il quale la dimensione regionale è dimensione propria dell’ambito regionale. L’altro giorno ce l’ha detto anche un esponente massimo di un sindacalismo tra l’altro vicino a noi: ma noi credevamo di trovarci le Regioni a Milano, non a Roma.
Mentre noi sosteniamo che la dimensione regionale delle venti Regioni è un altro modo di concepire la dimensione nazionale. Non è presente solo con i lombardi a Milano, i campani a Napoli, ma è presente dovunque il modo di affrontare la dimensione nazionale, è il modo per così dire interregionale anziché essere il modo nazionale in senso stretto.
Nel 1972 le cose subiscono un’accelerazione. A un anno dal convegno di Pilzone d’Iseo, come ricostruisce Sandro Fontana, si tenne infatti presso la Giunta regionale, una riunione con la partecipazione di rappresentanti della Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Toscana, Emilia-Romagna e Puglie. In quella riunione furono identificati i principi di una democratica riforma della Rai-TV: conferma del monopolio pubblico, diritto d’accesso, autonomia nella fase d’ideazione e realizzazione di programmi, riconduzione di potere televisivo al Parlamento e alle Regioni, opzione a favore dell’Ente pubblico unico e ripudio della formula.
Uno dei momenti culminanti del percorso fu poi il convegno di Napoli del 1972, promosso dagli uffici di presidenza di tutte e venti le Regioni italiane, il cui documento conclusivo recepiva integralmente l’impostazione pluralistica della riforma radiotelevisiva.
Ma i colloqui e i rapporti interregionali proseguirono per tutto il 1974, sfociando nel convegno “Riforma RAI-TV: disegno governativo e istanze delle Regioni” che si tenne ad Aosta il 15 e 16 giugno 1974, di cui nei faldoni è stato rinvenuto il documento conclusivo.
Il progetto di riforma nelle giunte e nei consigli regionali
Prima di approdare a Roma presentata dalla regione Abruzzo, il progetto interregionale fece anche il suo iter nelle singole Regioni proponenti. Nei primi mesi del 1973 gli organi consiliari di Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Abruzzo e Campania hanno approvato il progetto regionale di riforma, che si articola in un documento sui principi ispiratori della riforma, in un’ipotesi di articolato e in una relazione illustrativa. L’approvazione della Giunta regionale lombarda dei principi ispiratori e del progetto di riforma radiotelevisiva è del 27 febbraio 1973, quella del Consiglio del 19 luglio 1973.
Ma allargando lo sguardo e spingendolo fuori dalla Lombardia, come spiega Pier Luigi Gasparino nell’articolo Analisi delle prospettive legislative per una riforma della RAI-.TV, all’interno degli Atti del Convegno sulla Riforma Radiotelevisiva della Federazione Milanese del PCI del 24 marzo 1973 rinvenuti nell’archivio di Piero Bassetti, “Tredici Regioni italiane su venti hanno ormai inserito nei loro Statuti, articoli che riguardano e affermano il diritto dei cittadini e delle formazioni sociali allo sviluppo dell’informazione e all’accesso ai mezzi di comunicazione di massa e di informazione concepiti come servizi pubblici che devono essere garantiti da un controllo democratico”. Un controllo che, grazie al movimento interregionale e a partire dalla legge approvata nell’aprile 1975, passò dall’essere esercitato dal Governo al Parlamento.
(Nella galleria fotografica alcune immagini del convegno tenuto in Fondazione Corrente)














