Se Una società per tutte le età è il migliore degli auspici possibili in un mondo in cui la rivoluzione demografica amplifica l’impatto delle trasformazioni in atto, la campagna Rookie promossa da De-LAB e sostenuta da Fondazione Bassetti mette gli ambienti lavorativi al centro di un ripensamento delle relazioni ed equilibri intergenerazionali. Incontri universitari e laboratori per immaginare un nuovo modello di lavoro che possa rispondere alle esigenze delle ormai cinque generazioni compresenti. Ne abbiamo parlato con Lucia Dal Negro, fondatrice di De-LAB srl Società Benefit, con un Dottorato di Ricerca in Organizzazioni e Politiche presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Ci può spiegare perché il tema dell’age-diversity è il cardine su cui si basa la spinta per generare innovazione sociale?
Bisogna partire dalla consapevolezza che la diversità di età nei contesti lavorativi è un driver di differenze da armonizzare. Ciò non significa appiattirle, bensì riuscire a farle coesistere in maniera funzionale. Un obiettivo che vorremmo diventasse un tema di responsabilità sociale di impresa, e che, in un contesto come quello italiano, dove i giovani sono molto pochi, significa anche dare una risposta efficace all’inverno demografico che caratterizza il nostro Paese. L’Italia vede quattro, se non talvolta cinque, generazioni che coesistono nei luoghi di lavoro. Una ricchezza, evidentemente, ma un limite se i più giovani – in numero proporzionalmente sempre minore – non trovano lo spazio per far valere i loro valori, i loro modi di concepire il lavoro, l’impegno personale, l’innovazione. Il rischio è che vengano uniformati a un modus operandi sedimentato, con la conseguente insoddisfazione per la mancata realizzazione e la fuga verso l’estero (qui l’indagine di Fondazione Nord Est). Come De-LAB ci è sembrato importante far capire che il mondo del lavoro deve essere la casa di ogni generazione, non solo di quelle numericamente più estese.

L’Italia vede quattro, se non talvolta cinque, generazioni che coesistono nei luoghi di lavoro. Una ricchezza, evidentemente, ma un limite se i più giovani non trovano lo spazio per far valere i loro valori...
Secondo la sua esperienza, questa “incomunicabilità” tra generazioni è un problema culturale, ovvero che sta nelle convenzioni legate alla suddivisione dell’età, o è più funzionale, ovvero dovuta all’organizzazione interna delle imprese?
Alla base c’è certamente un contesto culturale, nel senso che una popolazione molto anziana tendenzialmente ha una diversa propensione al “nuovo” e in base a questa postura è portata a compiere determinate scelte, anziché altre. A questo però si aggiunge un’ulteriore diversità frutto dell’essere, quello dei giovani, un numero molto esiguo rispetto ai più maturi. Quindi, sono pochi quantitativamente, i loro contributi o punti di vista spesso “pesano” meno perché meno esperti…il rischio è di generare ambienti dove tali condizioni generano incomunicabilità e scarsa collaborazione. Da una mancata possibilità di poter raccontare un modo diverso di lavorare in impresa, ecco che lo squilibrio può essere causa di conseguenze ancora più negative, dall’abbandono – come abbiamo visto – di un luogo di lavoro che non consente loro di crescere, al calo di produttività, di fiducia.
Rookie, come campagna di corporate activism è già stata presentata in quattro università, tra cui la Statale e il Politecnico di Milano. Cosa è emerso da queste occasioni di ascolto?
In questi incontri abbiamo analizzato il problema e sensibilizzato ragazzi e ragazze sul rapporto tra aspettative e realtà dell’inserimento lavorativo, invitandoli a una loro personale messa a fuoco rispetto alle loro esigenze, necessità, inclinazioni. Entrare nel mondo del lavoro senza visione, oramai non ha più molto senso. Cosa è emerso? Sicuramente, flessibilità e adattabilità sono temi fondamentali. Per i giovani un lavoro è un buon lavoro se sono autonomi nel gestirlo. Il che non significa minor produttività e più tempo libero, ma responsabilizzazione legata ai risultati. Questo è un dato molto importante perché va oltre il concetto di smart working: è un’idea che ci dice che la rigidità dell’orario, dell’organigramma e del luogo di lavoro va ripensata. L’altra parola emersa in modo ricorrente è relazione, cioè il fatto di essere in contatto, in relazione con chi lavora insieme a noi. Sembra una contraddizione, ma se pensiamo a una comunità innovata anche nel modo di concepire il mondo lavoro, le occasioni di relazione durante la giornata si moltiplicano. Sicuramente l’enorme libertà nella gestione dei tempi e dei luoghi è una possibilità data dalla diffusione degli strumenti digitali e non è priva di conseguenze problematiche…

Flessibilità e adattabilità sono temi fondamentali. Per i giovani un lavoro è un buon lavoro se sono autonomi nel gestirlo. Il che non significa minor produttività e più tempo libero, ma responsabilizzazione legata ai risultati
Una riflessione ulteriore che affronterete con i laboratori nelle aziende…
Cominceremo il 18 novembre facendo riflettere gli studenti dei nostri precedenti quattro incontri universitari, su un progetto di equità intergenerazionale co-creato assieme a tre aziende che parteciperanno al laboratorio. L’intenzione è far emergere le possibili criticità della gestione della componente lavorativa più giovane, sviluppando poi interventi concreti che risolvano gli squilibri, trasformando il lavoro in un contesto che faccia sentire a proprio agio i profili più junior. E non è detto che in queste occasioni si possa anche riflettere sulle conseguenze di un lavoro digitale pervasivo che non solo diventa un problema identitario ma anche di intrusione…
Anche questo fa parte del lavoro sull’immaginazione di nuovi scenari di Rookie. Eppure, quanto questo processo può estraniarsi dal tipo di società in cui è immerso? E quanto questa spinta innovativa può essere efficace in un brodo culturale che non incarna le stesse aspirazioni? In definitiva è un match possibile?
È un problema che si deve porre “il brodo”, la società nella sua struttura più standardizzata, la politica più chiusa al nuovo. Perché l’alternativa è quella che vediamo già ora, ossia che i ragazzi vadano a cercare all’estero quello che desiderano. E allora diventa più difficile, se non impossibile, immaginare l’evoluzione stessa di una società. Bisogna cambiare il modo in cui guardiamo alle maggioranze, anche anagrafiche, il modo in cui attribuiamo quantità rigide a tempi, luoghi, gerarchie, e adottare un’ottica più orizzontale, più flessibile. In letteratura tutto questo prende il nome di Holocracy, un modello che sfida le classiche organizzazioni verticali a vantaggio di una diversa distribuzione di ruoli e potere decisionale. Ed è quello che, in una condizione di disequilibrio come quella italiana, vogliamo procedere con Rookie: capire come le imprese possono integrare le inclinazioni e i valori tipici delle nuove generazioni senza cedere alla narrativa dominante e cominciando ad avere fiducia – non solo a parole -nei giovani, nel futuro

Mauro Guillén, esperto sui temi dell’organizzazione del lavoro, nel libro Perennials parla della fine, necessaria, delle generazioni. A suo parere, è preferibile una società senza età o una società per tutte le età?
Una società per tutte le età. Una società senza età è una società omogenizzata, spersonalizzata. Probabilmente ha una sola età “media”, che si pensa vada bene a tutti, e invece è importante che ci sia inclusione delle minoranze (anagrafiche), ascolto e condivisione anche dei rischi collegati al fare spazio a visioni valoriali diverse, portate avanti da generazioni più giovani a cui occorre dare possibilità crescenti. Trovo che una società per tutte le età sia una società che riesca ad adattarsi senza generare posizioni di dominanza e di rigidità che poi non le permettono di evolversi. Una società per tutte le età è meno rigida, più fiduciosa, più aperta e più pronta al cambiamento che, prima o poi, arriva.













