Con l’incontro ospitato dalla biblioteca di Crescenzago il 16 aprile 2026 dal titolo Nuovi diritti digitali per contendere il campo della tecnologia, si è concluso il ciclo AI al bivio: bias, cultura, diritti organizzato da N.i.n.a. Watch, dalla nostra Fondazione e grazie alla disponibilità del Sistema Bibliotecario di Milano. Alla discussione hanno partecipato Alessandra Ingrao, giuslavorista e docente di Diritto del lavoro e diritto sindacale all’Università degli Studi di Milano, il giornalista di Internazionale Alberto Puliafito, e Claudio Agosti, sviluppatore software che attualmente dirige due progetti open source e che per N.i.n.a. sta lavorando a un sindacato universale della cittadinanza connessa.
Al termine di questo breve ciclo di incontri, vale la pena sottolineare la riaffermazione del ruolo delle biblioteche civiche come luoghi della conoscenza, spazi pubblici dove comprendere le realtà nel mondo, accedere a diversi saperi. Il tema della serata è strettamente attuale e reale: l’impatto trasformativo che l’intelligenza artificiale sta avendo su lavoro. Il primo intervento affidato ad Alessandra Ingrao ne delinea un quadro complesso, ma anche privo di appigli e normative adeguate all’evolversi dei tempi e dei modi delle tecnologie. «Ancor prima della diffusione dell’intelligenza artificiale generativa e non, abbiamo avuto numerosi casi di organizzazioni che hanno subito l’avvento di sistemi algoritmici», dice Ingrao. Il suo riferimento è al lavoro svolto o richiesto su piattaforma digitale, dai rider a, più recentemente, professioni come lo psicologo, il medico, l’insegnante. Un’intermediazione che supera il paradigma del lavoro subordinato per accedere al lavoro autonomo, anche se di fatto, c’è un sistema algoritmico che vigila e valuta chi lavora e che poi decide o meno, in base ai suoi parametri algoritmici, di ingaggiarlo, nascondendo spesso un mondo di sfruttamento. Algoritmi che, secondo le parole di Ingrao, «sono stati un surrogato del potere direttivo del lavoro, una forma altra di esercizio del potere gestionale di un’azienda». La conseguenza più immediatamente comprensibile in un futuro non consapevolmente gestito è un aumento generalizzato della precarietà e retribuzioni sempre più insufficienti per il semplice mantenimento di un tenore di vita dignitoso.

La conseguenza più immediatamente comprensibile in un futuro non consapevolmente gestito è un aumento generalizzato della precarietà e retribuzioni sempre più insufficienti per il semplice mantenimento di un tenore di vita dignitoso
Ma i sistemi di intelligenza artificiale impattano su lavoratori e lavoratrici anche quando intervengono a monte, ovvero sull’assegnazione di turni o sedi. È il caso del software acquistato dal Ministero dell’Istruzione al tempo della riforma della Buona Scuola di Matteo Renzi, che provvedeva e provvede ad assegnare la sede agli insegnanti vincitori di concorso in modo spesso errato. «Il problema è che il Ministero, avendo acquistato esternamente e non sviluppato in casa il sistema di intelligenza artificiale, non ha il potere di intervenire. Non conosce e non sa spiegare infatti la logica che guida la decisione del sistema». Ingrao ricorda che questa è di fatto la condizione in cui si muove l’Europa: un’istituzione che vara il primo regolamento nel mondo che cerca di limitare i confini del mercato digitale in cui questa intelligenza artificiale sarà destinata a circolare, ma che di fatto non produce e non conosce, almeno industrialmente, ciò che regola. E poi c’è il caso in cui un’intelligenza artificiale sempre più diffusa e invasiva come quella agentica dei Chatbot, può procurare danni alle stesse organizzazioni e imprese. L’esempio citato è quello di Samsung che ha diffuso suoi segreti industriali a seguito dell’immissione di dati in strumenti di intelligenza artificiale.
Alberto Puliafito osserva l’impatto delle intelligenze artificiali, da un altro punto di vista. Il lavoro cosiddetto intellettuale, e tra questi la professione giornalistica, hanno subito un ridimensionamento nella contribuzione e nel riconoscimento del loro ruolo ben prima dell’avvento del digitale e dei sistemi algoritmici. «Mi sono ritrovato a considerare che probabilmente uno dei problemi che abbiamo riguardo a questa tecnologia non è esattamente correlato a questa tecnologia, ma è correlato al meccanismo del mercato del lavoro, al modello di business scelto dagli editori, che sempre di più sul digitale hanno puntato sul volume pubblicitario, con contenuti veloci e di scarsa qualità che potessero alimentarlo», dice. La macchina impatta quindi su una scelta umana che ha già minato alla base la funzione sociale e democratica del giornalista. O almeno rende l’universo di chi dovrebbe fare informazione più esposto a un tecno-capitalismo che sulla comunicazione della paura, di un futuro in cui le macchine sostituiranno l’essere umano, costruisce tutti i suoi profitti. «La paura fa parlare del prodotto, attira gli investitori. E soprattutto ci distoglie da quello di cui dovremmo veramente discutere: l’intelligenza artificiale incorporata nelle armi, negli strumenti di sorveglianza, il riconoscimento facciale in tempo reale… Temi per di più assenti nel dibattito pubblico», dice Puliafito. «Il grosso pericolo, non di queste tecnologie, ma del modo in cui i decisori decidono di applicarle, sta nella loro impercettibilità sociale».

Sarebbe utile ragionare su cosa fare di questo tempo liberato senza pregiudizi ideologici e non limitarci a trattare questi strumenti come prodotti da vendere, acquistare o regolare
Il quadro si complica con un’Unione Europea che non produce le intelligenze artificiali ma vuole regolarle, e che forse, per scelte miopi, troppo tardi è arrivata alla decisione di creare un centro europeo sull’Intelligenza Artificiale ispirato al modello del Cern; e con una fondamentale incompetenza del decisore politico che non ha le conoscenze per capire fino in fondo questi argomenti, tantomeno la forza per rendere questi sistemi completamente aperti e accessibili. Infine, Puliafito invita anche a fare una riflessione sul sistema valoriale che definisce il nostro modo di concepire e vivere il lavoro. «Ci piaccia o meno, ci troviamo di fronte a strumenti che, se usati con consapevolezza, possono liberarci da quelli che David Graeber chiamava i Bullshit Jobs, i lavori inutili. Lavori senza scopo. Eppure, l’idea lavorista è incuneata nel nostro modo di pensare. La nostra stessa esistenza è pensata in parallelo allo sviluppo della nostra carriera, il cui lato nascosto è stato ben raccontato in un recente articolo di The Economist. Una corsa al lavoro per arrivare al “tempo liberato” finale. E allora perché non cerchiamo di alimentare un dibattito pubblico sui modi in cui vogliamo usare questi sistemi. Per non cadere nella trappola di un ulteriore aumento della produttività ma liberare tempo. Sarebbe utile ragionare su cosa fare di questo tempo liberato senza pregiudizi ideologici e non limitarci a trattare questi strumenti come prodotti da vendere, acquistare o regolare».
La chiamata a una maggior partecipazione alla comprensione dei processi e delle conseguenze agite dalla diffusione dell’intelligenza artificiale arriva da più parti. È quell’intelligenza sociale di cui parla Daniela Manda in un suo recente articolo per Il Corriere della Sera, e i workshop preparati da N.i.n.a. vanno in fondo in questa direzione. Agosti ha invitato il pubblico a riflettere se e quanto pensiamo di subire un algoritmo, sulla differenza di percepirsi come cliente, prodotto o utente di una piattaforma, e sul valore economico generato dal nostro comportamento quando usiamo gli stessi sistemi di intelligenza artificiale. «Ciò che viene chiamato universo di piattaforme non è altro che un’immensa fabbrica diffusa nella quale miliardi di individui lavorano senza salario, senza contratto e spesso senza consapevolezza», dice Agosti. Che è poi il principio su cui N.i.n.a. sta costruendo una sorta di sindacato digitale universale, e un festival con molti incontri e attività in programma dall’8 al 10 maggio. Lo stesso “diritto” alla trasparenza come “valore assoluto” è messo in discussione, perché la “trasparenza” è garanzia di accessibilità per chi alcune competenze le ha già, e perché il fenomeno dello shadow banning, ovvero una moderazione nascosta dei commenti e della visibilità di un utente sui social fatta dall’algoritmo, è pervasivo e poco arginabile.

Ciò che viene chiamato universo di piattaforme non è altro che un’immensa fabbrica diffusa nella quale miliardi di individui lavorano senza salario, senza contratto e spesso senza consapevolezza
La domanda è: quali sono le istituzioni, i corpi intermedi che possono aiutare cittadini e cittadine e costruire questa consapevolezza attiva? Di fronte a una crisi della rappresentanza sindacale e politica e a una sostanziale liberalizzazione del lavoro precario operata da diverse leggi ben raccontata da Ingrao, e a un’incompetenza di fondo del decisore politico rispetto non solo alla tecnologia ma anche alle dinamiche contemporanee che stiamo vivendo, come sottolineato da Puliafito, l’unica strada sembra perseguire un’in-formazione partecipata e collettiva.
A conclusione di questo ciclo di incontri seguirà la pubblicazione di una rivista, primo numero a maggio, dal titolo Nuove Macchine Celibi, in cui si cercherà di politicizzare il dibattito. Appuntamento invece dall’8 al 10 maggio per il Festival tra Milano e Roma con ospiti internazionali, talk, workshop, e una mostra su tutto ciò che, in diverse forme, si può definire incomputabile, ovvero su ciò che la macchina non può calcolare (qui il programma).














