In Fondazione Bassetti le riflessioni sul futuro di Milano hanno preso avvio con il convegno La libertà di reinventare Milano. Quando rappresentanze e società civile pensarono la città nuova organizzato in occasione degli 80 anni della Liberazione (qui l’intervento del presidente Piero Bassetti). In una congiuntura economica e di reset culturale come quella attuale, ripensare una città significa ripensarne i modi di convivenza, o come ha scritto Paolo Manfredi dopo aver partecipato all’incontro Si può sapere, Milano? Dialogo per una città pensante organizzato presso la nostra Fondazione insieme a Hey Milano e Camera del Lavoro, trovare una via affinché la città continui a stupirci e a rigenerarsi. Hey Milano è reduce da una serie di incontri organizzati nei mesi scorsi per far emergere proposte per la Milano dei prossimi anni; CGIL – Camera del Lavoro, invece, ha concentrato i suoi eventi dal 14 al 17 aprile per presentare quella che il segretario generale della Camera del Lavoro Metropolitana di Milano Luca Stanzione definisce il loro modo di guardare Milano, la loro lettura politica della città (qui il suo editoriale). Milano Città dei Saperi si presenta così come una ricerca sulla terza transizione che sta attraversando l’area metropolitana, una transizione che, accanto ai numeri che attestano una diminuzione della capacità di generare di lavoro e occupazione, sta andando verso “un’economia dei saperi” agita da 450 mila persone che nell’area metropolitana inventano, ricercano, studiano e innervano il tessuto produttivo. «Riconoscersi come Città dei Saperi», dice Stanzione, «significa essere consapevoli che ci aspetta un cambiamento delle figure produttive e del modo di fare impresa, significa sapere che l’intelligenza artificiale è estrattiva di quel sapere che noi vogliamo difendere e riconoscere, ma significa anche abitare un luogo in cui costruire un patto tra persone e territorio all’insegna di diritti e coesione sociale. È questa la riflessione collettiva che CGIL rivolge alle classi dirigenti della città».

Il cuore del dibattito, e ancor più della riflessione bassettiana, è da sempre il gioco tra sapere e potere. E in questo caso, come una Città dei Saperi può restituire a Milano un ruolo centrale, di guida, all’interno e per l’Europa.
Piero Bassetti è stato chiamato, in occasione dell’incontro organizzato nella sede dell’ADI Design Museum, a partecipare a questa riflessione. Lo sfondo scenografico, quasi a provocazione, era una foto simbolica di Greta Gandini che ritrae le persone in fila al Pane Quotidiano davanti agli edifici del nuovo Campus Bocconi progettato dalle star dell’architettura di Studio Sanaa. Il cuore del dibattito, e ancor più della riflessione bassettiana, è da sempre il gioco tra sapere e potere. E in questo caso, come una Città dei Saperi può restituire a Milano un ruolo centrale, di guida, all’interno e per l’Europa. Bassetti parte da alcune notazioni storiche: «Quando i milanesi vinsero la battaglia delle Cinque Giornate, alla classe dirigente del tempo si presentò il problema di cosa fare della Milano libera. La scelta fu di consegnarla al regno del Piemonte, scelta non condivisa da Carlo Cattaneo che, come è noto, non credeva alla monarchia piemontese e alla soluzione nazionale. La città di Milano seppe rigenerarsi anche dalla distruzione del ’43: un grande sindaco come Greppi ebbe la capacità di avviare la ricostruzione delle case e insieme della Scala, nella mente di Greppi il luogo simbolico di un ruolo politico di Milano nell’Europa che si andava costituendo. E Milano, non dimentichiamo, nel 1958 provò con Ferrari a candidarsi come sede delle istituzioni europee (poi vinse Bruxelles) e quindi a essere il centro della nuova Europa. Ciò significa che una città vive e deve vivere essendo capace di alimentare sé stessa e il suo potere interno, ma anche e soprattutto capace di avere un ruolo nel mondo».
«Per far questo», continua Bassetti, «senza dubbio la prima cosa da fare è garantirne la continuità del primato di Milano, che in molti casi è un primato assoluto, non un primato relativo all’Italia o per l’Italia, come dimostra la vicenda Expo. È possibile trovare quindi in un ruolo di Milano in Europa le ragioni vere per il successo e la continuazione del suo sviluppo? Oggi la nazione, l’idea e lo schema di nazione a cui avevamo dedicato il servizio dopo le Cinque Giornate, sta tramontando. E tutti i settori in cui Milano si muove, dall’intelligenza artificiale alla sanità, hanno una dimensione metanazionale. Con una domanda drammatica, potremmo chiedere: sappiamo a cosa serve Milano? Sappiamo cosa è Milano come potenziale soggetto di storia, e di quale storia. Sono consapevole che si tratta di un dilemma abbastanza impopolare, ma la questione centrale mi pare sia se vogliamo servire una rincorsa dell’Europa da parte della nazione italiana, oppure se vogliamo collocare quest’area centrale dell’Europa in cui Milano domina, al centro della costruzione dell’Europa. È un tema ambizioso, ma è un tema secondo me da porre alle componenti culturali della nostra città».

se perdiamo il contatto col sapere mondiale, non possiamo sviluppare né il sapere cittadino, né il sapere nazionale
«Negli ultimi trent’anni siamo stati al servizio dell’unità d’Italia. Oggi è invece importante riconoscere che se perdiamo il contatto col sapere mondiale, non possiamo sviluppare né il sapere cittadino, né il sapere nazionale. I milanesi stanno prendendo coscienza, e sempre più lo prenderanno, che il loro futuro non accetta la mediazione del tipo di unità nazionale che la nazione italiana ha proposto fin qui. Vale per Milano, vale per Torino, e in questo momento vale anche per la Svizzera, terreno con il quale noi non possiamo non avere dei rapporti particolari. Pensare a servizio di cosa vogliamo mettere la nostra offerta di saperi realmente moderni, significa anche pensare a cosa vogliamo essere come città. Pensiamo a essere Boston o pensiamo di essere qualcos’altro? La mia opinione è che dobbiamo assolutamente pensare a essere qualcos’altro e dobbiamo sapere quale risposta daremo nell’attesa della nostra vittoria delle Cinque Giornate. Capisco che il mio intervento sia un po’ rude dal punto di vista politico, ma ho la consapevolezza che nella sua rudezza il problema di “sapere Milano”, sia irrinunciabile. Anche perché solo Milano può insegnare all’Italia a diventare europea».














