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Quando l'innovazione spiazza le regole

di Redazione FGB [1], 4 Aprile 2007

In gennaio abbiamo segnalato il libro di Vito di Bari "Il futuro che già c'è (ma ancora non lo sappiamo) [2]" in cui veniva esaminato il futuribile, peraltro già in fase di realizzazione, per i prossimi decenni. Giuseppe Lanzavecchia, docente di sociologia all'Università di Urbino e già noto ai frequentatori di questo sito per la sua partecipazione al Call for Comments Le implicazioni dell'innovazione nel settore sanitario: una medicina impossibile? [3], nel saggio "Il mondo è cambiato: le regole del passato non valgono più [4]" pubblicato sulla rivista "Etica ed economia" edita da Nemetria [5], si pone nell'ottica dei prossimi vent'anni, più che per proiettare il futuribile al 2026, per sottolineare la necessità di riguardare i paradigmi con cui il mondo sociale e politico si confronta con la velocità dell'innovazione tecnologica.
«Ci accorgiamo che gli strumenti che fino a ieri ci avevano consentito di gestire in modo sostanzialmente conveniente e accettabile economia e società non funzionano più così bene e forse non funzionano del tutto. Che fare? In un passato non lontano - nemmeno mezzo secolo fa - una persona si preparava per un determinato lavoro e lo svolgeva, salvo eccezioni, per tutta la vita. Negli ultimi tempi abbiamo visto prima i cinquantenni e ora anche molti quarantenni, espulsi dal lavoro perché non servono più, non sanno fare le attività nuove che servono. Gli strumenti che usiamo sono nuovi e cambiano continuamente e così gli oggetti»
Ma più che il numero delle innovazioni è la velocità con cui vengono prodotte che mette in crisi il sistema delle regole:
«Ma non si tratta soltanto di un'accelerazione dovuta al numero delle novità che cresce esponenzialmente. E' sempre più breve il tempo che occorre per trasformare una conoscenza di base in una tecnologia capace di sovvertire tutta un' economia e una società.»
Come conseguenza dell'accelerazione dell'innovazione si ha il piazzamento dei sistemi più consolidati ed organizzati.
«Si è ribaltata la situazione di scarsità di innovazione del passato, ormai per operare in qualsiasi settore dell'economia occorre riferirsi a strumenti sempre nuovi: un tempo c'era chi diceva che "squadra (o tecnica, o processo, o prodotto) vincente non si cambia", oggi ci si deve rendere conto che "squadra vincente va comunque cambiata". Si tratta di un ribaltamento di concezione drammatico che, contrariamente a quanto uno si potrebbe attendere, penalizza i più "bravi" del passato e in particolare quelli che si basano sulla cultura del "saper fare" più che sulla più astratta conoscenza di natura tecnicoscientifica. Sotto questo profilo (tanto per riferirci ad un esempio concreto) viene colpita, in Italia, quella che, proprio in questi giorni, tanti hanno indicato come la parte più moderna del paese: Piemonte, Lombardia
e Veneto sino a Trieste.»

Altro concetto chiave nel saggio di Lanzavecchia è quello dello della trasversalità delle discipline:
«L'uomo ha dovuto "inventare" le discipline per mettere ordine e gestire conoscenze e tecniche spesso diversissime, ma, proprio nei nostri anni, sta accadendo che una nuova conoscenza, nata in uno specifico ambito scientifico, risulti utile anche in altri del tutto diversi con un processo di "moltiplicazione" degli impieghi che, tra l'altro, contraddice in pieno la convinzione di Malthus dei "ritorni decrescenti" della tecnica, convinzione che è stata ritenuta valida sino ai nostri giorni. Saltano quindi le concezioni di disciplina e interdisciplinarietà: ormai le scienze e le tecnologie nascono transdisciplinari e chi si occupa di biotecnologia pensa non solo alla salute o all'agricoltura, ma all'energia, ai materiali, all'informatica, alle macchine. Per non parlare delle nanotecnologie nate per occuparsi di qualsiasi area delle scienze e delle applicazioni. Altri meccanismi stanno contribuendo ad accrescere il tasso di innovazione: l'ibridazione delle tecniche; la scientifizzazione della tecnologia - ossia il fatto che questa nasce scientifica e quindi non è solo empirica, come in passato, ma dispone delle conoscenze per poter essere applicata in qualsiasi ambito di validità delle conoscenze alla sua base.»
Tutto ciò comporta la ricerca di un nuovo senso al "fare":
«Ma, anche dimenticando gli aspetti più futuribili di queste proiezioni - che pure avverranno quasi certamente già in questo XXI secolo - bastano le previsioni più vicine - i prossimi venti anni - a farci capire che quanto si sta oggi ancora facendo in qualsiasi campo dell'energia, delle risorse e della economia; delle attività industriali e dei servizi; della politica internazionale; dell'educazione e della scuola - non ha più alcun senso. Che senso ha, ad esempio, che l'università prepari al mondo del lavoro col minimo ritardo (diciamo, senza crederci, cinque anni) quando fra cinque anni (e fanno dieci) il lavoro sarà del tutto diverso? E questo varrà per qualsiasi cosa, attività, conoscenza, pensiero, valori, lasciando salvi auspicabilmente soltanto i principi più solidi della nostra morale. Insomma, il passato - come riferimento per pensare e preparare il domani - non serve, inesorabilmente, più e occorre quindi immaginare nuovi riferimenti, procedure, strumenti più idonei.»
Lanzavecchia termina il suo saggio con un invito alla riflessione e al dialogo:
«Per alcune aree di attività ho le mie proposte che conto di presentare in successivi interventi, per altre ho delle idee, suggeritemi da amici, da letture, da osservazioni, da riflessioni di tanti studiosi, che forse esprimerò in brevi considerazioni; per altre ancora sarei felice se queste mie parole sapranno stimolare soluzioni e suggerimenti dei lettori.»
Proposta che noi giriamo ai lettori di questa nota.

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  1. 1] /schedabiografica/Redazione FGB
  2. 2] /it/segnalazioni/2007/01/il_futuro_prossimo_presente.html
  3. 3] /it/it-frameset.html?content=http://www.fondazionebassetti.org/06/cfc-callahan/index.htm
  4. 4] /it/rassegna/Etica0601.htm
  5. 5] http://www.nemetria.org/index.html
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