Il mondo cambiato: le regole del passato non valgono pi

di GIUSEPPE LANZAVECCHIA
Etica ed Economia n. 1 2006

 

E' da un po' di tempo che intendo affrontare i grandi problemi che toccano e sconvolgono 
le nostre societ: l'energia e le risorse, il lavoro, la globalizzazione, la concorrenza 
e l'economia, l'educazione e la scuola, la ricerca, con un approccio 
nuovo, non convenzionale, che tenga conto di come  mutato il mondo e ancor pi di come 
si sta prospettando in un domani ormai a portata di mano, diciamo il 2026, fra vent'anni cio.
In Europa - e ancor pi in Italia -l'economia ristagna (ma non nel resto del mondo), i 
giovani non trovano spesso un lavoro decente, siamo assillati da problemi e fenomeni 
come quelli dell' energia e delle risorse, dell' effetto serra e dell'inquinamento, ci 
sentiamo assaliti dalla globalizzazione e dalla nuova concorrenza, dalla nostra denatalit e 
dall'immigrazione, le culture e i comportamenti "diversi" ci disturbano e ci spaventano, ci 
accorgiamo che gli strumenti che fino a ieri ci avevano consentito di gestire in modo 
sostanzialmente conveniente e accettabile economia e societ non funzionano pi cos bene e 
forse non funzionano del tutto. Che fare? In un passato non lontano - nemmeno mezzo secolo fa - 
una persona si preparava per un determinato lavoro e lo svolgeva, salvo eccezioni, per tutta 
la vita. Negli  ultimi tempi abbiamo visto prima i cinquantenni e ora anche molti quarantenni, 
espulsi dal lavoro perch non servono pi, non sanno fare le attivit nuove che servono. Gli 
strumenti che usiamo sono nuovi e cambiano continuamente e cos gli oggetti: negli anni' 50 i 
dischi a 78 giri sono stati sostituiti da quelli a 33, poi dai CD, poi ancora dai DVD e gi si 
parla della prossima generazione che (fra un anno?) li sostituir. Pensate al telefono e ai 
telefonini, ai computer e a Internet e alla miriade di novit che appaiono ogni giorno. E' evidente che stiamo osservando 
e vivendo un'accelerazione sbalorditiva di tutto quanto accade e ci tocca: se una persona, sino 
a non molto tempo fa, aveva il tempo di adeguarsi lungo la sua vita al cambiamento, che tuttavia 
c'era, senza che questo lo turbasse, oggi occorre essere pronti a gestirlo altrimenti si  
emarginati o addirittura eliminati.Il numero delle cose nuove, delle innovazioni cresce 
esponenzialmente. Ogni anno Technology Review del MIT pubblica le lO pi rilevanti, a suo 
giudizio(1); altri centri di ricerca, universit, riviste fanno altrettanto. Si tratta spesso 
di innovazioni rilevanti, di ampia portata. Ma non si tratta soltanto di un'accelerazione 
dovuta al numero delle novit che cresce esponenzialmente. E' sempre pi breve il tempo che 
occorre per trasformare una conoscenza di base in una tecnologia capace di sovvertire tutta 
un' economia e una societ: un secolo fa  nata la relativit che ha portato oggi all'avventura 
dello spazio; ottantanni fa  nata la meccanica quantistica che ha condotto nel dopoguerra allo 
sviluppo del transistor, alla base dell'informatica, dei suoi sbalorditivi successi e di 
quelli ancora pi straordinari dei prossimi anni (per non parlare del computer quantistico o 
della possibilit di disporre nello spazio di energia illimitata, o di spostarci, 
istantaneamente, dalla Terra su Marte); negli anni '50 si  scoperta la struttura del DNA, con 
gli sviluppi della genetica e il crescente dominio del vivente; da un decennio sta esplodendo 
la nanotecnologia che consente di costruire - come fa la natura - qualunque sostanza, oggetto 
e, potenzialmente, essere vivente a partire dagli atomi. L'uomo ha dovuto "inventare" le 
discipline per mettere ordine e gestire conoscenze e tecniche spesso diversissime, ma, proprio 
nei nostri anni, sta accadendo che una nuova conoscenza, nata in uno specifico ambito 
scientifico, risulti utile anche in altri del tutto diversi(2) con un processo di 
"moltiplicazione" degli impieghi che, tra l'altro, contraddice in pieno la convinzione di 
Malthus dei "ritorni decrescenti" della tecnica, convinzione che  stata ritenuta valida 
sino ai nostri giorn(3). Saltano quindi le concezioni di disciplina e interdisciplinariet: 
ormai le scienze e le tecnologie nascono transdisciplinari e chi si occupa di biotecnologia 
pensa non solo alla salute o all'agricoltura, ma all'energia, 
ai materiali, all'informatica, alle macchine. Per non parlare delle nanotecnologie nate per 
occuparsi di qualsiasi area delle scienze e delle applicazioni.  Altri meccanismi stanno 
contribuendo ad accrescere il tasso di innovazione: l'ibridazione delle tecniche; la 
scientifizzazione della tecnologia - ossia il fatto che questa nasce scientifica e quindi non 
 solo empirica, come in passato, ma dispone delle conoscenze per poter essere applicata in 
qualsiasi ambito di validit delle conoscenze alla sua base -; l'analisi dei processi tecnici 
convenzionali o nuovi per comprenderne la funzionalit e dematerializzarli eliminando buona 
parte o tutti i componenti fisici sostituendoli con altri informatici. Questo non  certamente 
il luogo ove discutere tutti gli innumerevoli processi esistenti di introduzione 
dell'innovazione, ma quanto fin qui esposto basta a sufficienza per confermare che si  
ribaltata la situazione di scarsit di innovazione del passato e che ormai per operare in 
qualsiasi settore dell'economia occorre riferirsi a strumenti sempre nuovi: un tempo c'era chi 
diceva che "squadra (o  tecnica, o processo, o prodotto) vincente non si cambia", oggi ci si 
deve rendere conto che "squadra vincente va comunque cambiata". Si tratta di un ribaltamento 
di concezione drammatico che, contrariamente a quanto uno si potrebbe attendere, penalizza i 
pi "bravi" del passato e in particolare quelli che si basano sulla cultura del "saper fare" 
pi che sulla pi astratta conoscenza di natura tecnicoscientifica. Sotto questo profilo 
(tanto per riferirci ad un esempio concreto) viene colpita, in Italia, quella che, proprio 
in questi giorni, tanti hanno indicato come la parte pi moderna del paese: Piemonte, Lombardia 
e Veneto sino a Trieste. Questa area, se non sapr svincolarsi da una cultura ormai superata, 
 destinata a pagare (e gi in parte lo sta facendo) un prezzo assai salato al cambiamento 
culturale in atto; le difese proposte sostanzialmente strumenti di protezionismo 
"ancien rgime" - sono deleteri e di fronte agli eventi in atto.
Questa  l'occasione per affrontare il problema della globalizzazione - dovuto a una miriade di 
sviluppi i pi disparati, ma imposto da quelli sbalorditivi dell'innovazione tecnologica - e 
dell' affacciarsi sull'agone internazionale di nuovi attori eccezionali come la Cina, l'India, 
il Brasile, per non parlare di tanti paesi del sud-est asiatico, o di altri dell'America 
Latina, dell'Europa Orientale, ma anche dell'Africa. Salvo che per le nicchie dei prodotti 
tradizionali pregiati (dell'alimentazione, dell'industria e dei servizi) o di quelli 
della "vera" moda, per un paese "avanzato" che pretende alti redditi pro capite, nel 2026 
- la data posta all'inizio di questa chiacchierata come riferimento - non ci sar possibilit 
che l'essere presenti nei settori pi sofisticati e avanzati dell' economia. Del resto questo 
sta gi avvenendo, e il malessere - nostro e di gran parte dell'Europa - ne  un palese 
indicatore; ma c' un modo sintetico per rendersene conto ed  chiedersi cosa rappresenta in 
termini di cambiamento (quantit e rapidit) la mole in atto di innovazione, conto tenuto 
del fatto che la ricerca ha un peso e un'efficacia mediamente crescenti e che, oltre ai 
paesi che tradizionalmente la fanno, se ne stanno aggiungendo altri con programmi massicci 
al punto che ormai la Cina sar, nel 20lO, il terzo paese di quelli che fanno ricerca nel 
mondo(4) e l'India la sta seguendo a ruota(5). Si pu dedurne che, in termini di entit ed 
efficacia del cambiamento, nei prossimi vent'anni il mondo subir processi paragonabili 
almeno a quelli avvenuti in tutto il secolo passato - il ventesimo - se non probabilmente di pi,
ossia anche almeno met del XIX. Insomma, in vent'anni accadranno fenomeni tali da 
sovvertire ogni possibile idea dei domani che la gente comune, i politici, gli economisti e 
gli stessi previsori patentati riescono - coi loro normali ragionamenti estrapolativi - a 
immaginare e descrivere. Per l'informatica si pu, tra le tante opere, riferirsi alla 
"Singularity" di Ray Kurzweil(6) del quale Marvin Minsky dice "If you have ever wondered 
about the nature and impact of the next profound discontinuities that will fundamentally 
change the way we live, work, and perceive our world, read this book." 
Fra pochi anni i computer avranno memoria, potenza di calcolo, capacit di affrontare problemi 
complessi superiori a quelli del cervello umano e queste propriet continueranno a crescere 
in modo esponenziale (10000 volte, un miliardo, mille miliardi). Analogamente si svilupperanno 
tutte le altre tecnologie con le loro prospettive: la vita sino ai 120 anni e, in un futuro 
pi lontano, ai 1000 e forse alla sostanziale eternit; ogni atomo dell'universo che diventa 
una risorsa; l'energia estraibile dal "vuoto"; la possibilit di essere coinvolti in altri 
universi, di uscire dal nostro tempo, di tornare al passato come consente la meccanica 
quantistica e gi si comincia a sperimentare. Ma, anche dimenticando gli aspetti pi 
futuribili di queste projezioni - che pure avverranno quasi certamente gi in questo XXI secolo 
- bastano le previsioni pi vicine - i prossimi venti anni - a farci capire che quanto si sta 
oggi ancora facendo in qualsiasi campo dell'energia, delle risorse e della economia; delle 
attivit industriali e dei servizi; della politica internazionale; dell'educazione e della 
scuola - non ha pi alcun senso. Che senso ha, ad esempio, che l'universit prepari al mondo 
del lavoro col minimo ritardo (diciamo, senza crederci, cinque anni) quando fra cinque anni 
(e fanno dieci) il lavoro sar del tutto diverso? E questo varr per qualsiasi cosa, attivit, 
conoscenza, pensiero, valori, lasciando salvi auspicabilmente soltanto i principi pi solidi 
della nostra morale. Insomma, il passato - come riferimento per pensare e preparare il domani - 
non serve, inesorabilmente, pi e occorre quindi immaginare nuovi riferimenti, procedure, 
strumenti pi idonei. Per alcune aree di attivit ho le mie proposte che conto di presentare 
in successivi interventi, per altre ho delle idee, suggeritemi da amici, da letture, da 
osservazioni, da riflessioni di tanti studiosi, che forse esprimer in brevi considerazioni; 
per altre ancora sarei felice se queste mie parole sapranno stimolare soluzioni e suggerimenti 
dei lettori.                                                         
                                                             
 (1) "10 Emerging Technologies", Technology Review, Mar Tri 10a, 55 (2006)
(2) G. LANZAVECCHIA "La dimensione interdisciplinare" in "Evoluzioni e rivoluzioni 
dell'impresa scientifica: la Pila di Volta due secoli dopo" a cura di Riccardo Galli, Centro 
di cultura scientifica A. Volta. 2001
(3)O. GIARINI, H. LOUBERG "La delusione tecnologica" Est Mondadori, 1978 
(4) P. ANDREINI "I dati europei appaiono preoccupanti. Calano gli investimenti, allarme per 
l aricerca" Il Giornale dell'ingegnere, n l. 15 gennaio 2006 
(5) R. NATALE, 2006 Key4biz, 24 marzo 2006
(6) R. KURZWEIL "THe Singularity is near: whem humans trascend biology" Viking Adult 2005
 
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