La prima cosa che richiama l’attenzione nel libro L’età della tecnoscienza. Educazione, società, politica (Carocci) curato da Andrea Lavazza, filosofo e studioso di neuroetica, è l’ampiezza dei contributi raccolti. L’impatto dell’intelligenza artificiale è analizzato secondo le prospettive più diverse da tredici autori e autrici: dall’educazione al lavoro di traduzione, dalle questioni morali a quelle dei nuovi poteri, dalla religione ai nuovi immaginari sociotecnici. «Il libro è il frutto della riflessione avviata presso l’Osservatorio per l’Etica delle nuove tecnologie dell’Università Pegaso, che io coordino, e che riunisce studiosi con un diverso background, ma tutti interpellati dal fenomeno dell’intelligenza artificiale. Questo già indica che si tratta di una tecnologia pervasiva, che interessa tutti gli ambiti della riflessione accademica. Ed è una tecnologia trasformativa, nel senso che, non solo dà un supporto tutt’altro che neutro, ma cambia in profondità le pratiche, la conoscenza stessa, i processi decisionali, in qualsiasi contesto venga adottata». Lavazza è l’autore di un interessante capitolo dal titolo Intelligenza artificiale: “verso un triplo spiazzamento antropologico”. È uno snodo centrale, e molto attuale, considerata la recente visita di Peter Thiel nel nostro Paese; ma soprattutto è uno snodo che conduce a una profonda riflessione sullo spiazzamento culturale che un’innovazione così radicale, per di più presentata come inevitabile, ci costringe ad affrontare, alterando le categorie e i principi attraverso cui comprendiamo il mondo e noi stessi.
«È importante premettere che il volume non è tecnofobico», precisa Lavazza. «Non vogliamo illuminare gli aspetti negativi per dire che c’è un pericolo imminente, ma è bene che gli accademici, gli studiosi di questi fenomeni, sottolineino i rischi potenziali o attuali di una tecnologia così dirompente e pongano la giusta attenzione etica. Nel passato, iniziali entusiasmi hanno portato a sottovalutare gli effetti negativi. Penso, per esempio, ai social media: se guardiamo alla letteratura che ne ha accompagnato la nascita, scopriamo che era segnata da un grandissimo ottimismo. Si scriveva del contributo alle Primavere Arabe, di Twitter… Oggi, invece, assistiamo a una rincorsa di molti Paesi ad approvare leggi che ne vietano l’uso ai minori di 14 o 16 anni. Altro tema è come evitare le possibili conseguenze negative. In situazioni contingenti, il mio approccio è pragmatico: bisogna introdurre regole chiare che distinguano il lavoro umano da quello delegato all’intelligenza artificiale. Se prendiamo invece in considerazione l’impatto più generale e trasformativo sulla società, quello che potremmo definire uno spiazzamento valoriale, penso si tratti di una vera battaglia culturale. La cosa interessante è che stanno crescendo in modo significativo i movimenti anti AI, che chiedono – per esempio – un marchio “AI free”. In un certo senso, ricordano gli ambientalisti della prima stagione, e se pensiamo come oggi quella sensibilità ambientale sia patrimonio comune tanto da condizionare le scelte di molte aziende, possiamo prevedere che qualcosa di simile potrà avvenire anche per i rischi legati all’intelligenza artificiale».

... parliamo di etica trasformativa. Cioè di un’etica che orienta i comportamenti secondo diversi paradigmi e insieme di principi, e razionale, basata cioè su una riflessione che pone le sue basi su alcuni criteri condivisi, per raggiungere una possibile deliberazione pubblica ...
Il richiamo a una maggiore partecipazione nella definizione dello sviluppo e dell’applicazione delle tecnoscienze per non restare utilizzatori meramente passivi è d’altra parte esplicito nel volume. Insieme a esperti di intelligenza artificiale, policy maker, filosofi della scienza, Lavazza ha fondato SEPAI, Società Internazionale per l’Etica e la Politica dell’Intelligenza Artificiale. «È una società scientifica con l’obiettivo di essere anche un veicolo e strumento di divulgazione di queste tematiche, un luogo di scambio non solo tra specialisti ma aperto alla società civile. La parola “politica” nel nome sottolinea quanto questa questione debba infatti interpellare direttamente le decisioni pubbliche. Ecco perché parliamo di etica trasformativa. Cioè di un’etica che orienta i comportamenti secondo diversi paradigmi e insieme di principi, e razionale, basata cioè su una riflessione che pone le sue basi su alcuni criteri condivisi, per raggiungere una possibile deliberazione pubblica, una forma di consenso che valorizzi i contributi migliori. In ambito accademico, per esempio, pensiamo sia utile avviare degli studi longitudinali in diversi ambiti, dalla scuola alla medicina fino alla selezione dei dipendenti nelle aziende, che ingaggino gli utenti per tre anni: solo così potremmo avere dei dati effettivi sull’impatto dell’intelligenza artificiale».
E indirizzare, come lo stesso Lavazza scrive , “questo progresso tecnologico verso un benessere diffuso”. O anche verso un concetto di benessere che riaffermi la centralità di valori fondativi dell’umanità. È indubbio, infatti, che quell’orizzonte ideologico denominato Tescreal, a cui il filosofo di UniPegaso dedica gran parte del suo capitolo, schiacci sotto sette orientamenti di pensiero (trans-umanesimo, estropianesimo, singolaritismo, cosmismo, razionalismo, lungoterminismo o altruismo efficace) l’idea di un “bene comune” assoggettato alla promessa che, attraverso l’intelligenza artificiale generativa, l’essere umano potrà superare i propri limiti e realizzare il vero potenziale della specie. Un disorientamento che trova risposte spesso in riflessioni teologiche (si legga un articolo di Vito Mancuso sulla caduta dei nostri principi e autorità ordinatrici) e in documenti del Vaticano come il recente Quo Vadis, Humanitas? con un focus sul confronto con le sfide del trans e post-umanesimo. «La Chiesa, forte della sua solita tradizione teologica, più facilmente percepisce la sfida antropologica che ci attende, rispetto a una società che sembra aver perso le grandi narrazioni, le grandi ideologie», dice Lavazza. «Già Papa Francesco, per la 57ª Giornata Mondiale della Pace del 2024, aveva dedicato il suo messaggio all’intelligenza artificiale, chiedendo una regolamentazione che ne garantisse uno sviluppo al servizio dell’umanità. E anche Papa Leone XIV, scegliendo come tema della LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 17 maggio 2026, Custodire voci e volti umani (qui il suo messaggio), pone al centro di ogni riflessione la persona umana. Senza dimenticare il documento programmatico promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita, Rome Call for AI Ethics. È necessario però tradurre in pratica queste intenzioni. Quando parliamo di benessere diffuso, ci riferiamo certo a una prospettiva universalistica affine al pensiero della Chiesa, ma che soprattutto fa sua quell’idea universalistica che sta alla base, per esempio, dei sistemi di welfare. Tutti dovremmo beneficiare di questa tecnologia, impedendo che venga favorita un’élite magari devota al lungoterminismo etico a scapito di tutti gli altri».
E a scapito dello stesso essere umano, che nel confronto cognitivo con la macchina potrebbe sentirsi deprivato della sua originalità immaginativa, della sua capacità – tutta umana – di creare. È quella che Lavazza definisce “la quarta ferita narcisistica”: «Quando scopriamo che la macchina capisce e anticipa anche il nostro pensiero, ci accorgiamo che questo rapporto cela una sfida antropologica ed etica che non ha precedenti», conclude Lavazza. «Una volta si diceva che i sistemi di intelligenza artificiale fossero poco più che pappagalli stocastici, oggi sappiamo che si tratta di un’interpretazione riduttiva. Dopo tutto, non esiste una definizione assoluta di “creatività”, che a mio parere è sempre in relazione a un utente, e poiché alcuni sembrano apprezzare ciò che l’intelligenza artificiale crea, si può affermare che anche le macchine sono creative. Questo è il punto fondamentale. Non stiamo parlando di genialità, di Picasso o Leonardo, ma di una serie di compiti creativi, da chi lavora nel cinema a chi opera nelle sale di incisione o nelle gallerie d’arte, che l’intelligenza artificiale sta dimostrando di poter svolgere. Recentemente l’Unesco ha pubblicato un nuovo rapporto in cui si evidenzia come la quantità di contenuti artistici generati dall’intelligenza artificiale sia già considerevole e destinata a salire. Il problema, al di là dei criteri puramente artistici, andrebbe posto in questi termini».
Questa riflessione, d’altra parte, riguarda anche il lavoro “convenzionale”. L’ultima suggestione di Lavazza riguarda infatti uno scenario in cui le macchine si appropriano di un altro spazio identitario, quello che spesso fornisce uno scopo e un’occupazione alla nostra esistenza: “non si tratta più soltanto di trovare le norme adatte per l’uso dell’intelligenza artificiale, ma di ripensare l’umano stesso nel contesto di un’inedita coabitazione con entità artificiali pervasive e super-performanti”.














