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LabInRes - Aperti i commenti

di Redazione FGB [1], 18 Giugno 2007

Comments: 6 [2]

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Commenti: 6


Elisa Rebessi

Non riusciamo a innovare. Si torna sempre alla politics?

La relazione di F.Barca è stata decisamente stimolante e ricca di spunti. Forse anche troppi per riuscire a commentare subito, "dal vivo", vista la complessità. Dunque ecco il mio commento in differita.
Una prima considerazione, anche alla luce dell'intervento del prof. Florio:
da analisti (o aspiranti analisti) di politiche pubbliche, tendiamo, giustamente, a concentrarci (non lo fa quasi nessuno in Italia!) sulle policies e, in generale, sulla fase discendente del processo politico. Ovvero: se le leggi non vengono attuate, se le riforme non sortiscono gli effetti sperati, andiamo a vedere quali sono stati gli intoppi in fase di implementazione; ci occupiamo di valutazione, ex ante ed ex post, e così via.
Eppure, eppure...
Come ha spiegato Florio, un problema grave sembra stare nel sistema politico (problema che, con ogni probabilità, coinvolge anche e soprattutto la fase ascendente del processo): ovvero l'incapacità da parte delle culture politiche, Florio dixit (e mi corregga, se sbaglio), di avere centri di responsabilità, traiettorie: di avere una democrazia che preveda cioè passaggi di testimone, ma nella continuità.
Ma allora, però, si ritorna al primo esame di scienza politica: a Lijphart e alla questione delle democrazie maggioritarie. Che sono + efficaci dal punto di vista della governabilità, ma che, per funzionare (bene), richiedono condivisione delle regole del gioco, di valori, un basso tasso di conflittualità, assenza- se possibile- di partiti antisistema (o di veto players senza se e senza ma, direi io...) e così via.
Una cosa che in Italia ancora non riesce bene, nonostante gli sforzi...

questo intervento è volutamente provocatorio. Non intendo sostenere che tutto dipenda dalla politics. Però possiamo serenamente dire che un "buon funzionamento" (nel senso che intende Florio) della politics è una condizione, certamente non sufficiente, ma per lo meno necessaria per innovare?
Cosa ne pensate?

Saluti

Elisa Rebessi

Inserito da Elisa Rebessi il 20.11.07 16:09


Mauro Gallo

Anche io sono d'accordo con l'analisi di Elisa e con l'intervento del Professor Florio, ma io mi spingerei addirittura oltre: la politics non è solo una condizione necessaria tra le tante, ma è la "condizione principe" a mio avviso, da cui poi scaturiscono le altre. Tra le righe credo che lo abbia detto anche Barca quando inseriva tra gli alleati più importanti della nuova politica di sviluppo regionale il vertice politico di allora dovuto al sostegno verso il Ministro dell'economia Ciampi. Salvo poi ammettere che dopo questa prima fase di consenso, uno dei problemi più grandi per l'implementazione delle nuove politiche di sviluppo fu dovuto al crollo del consenso politico.
Un inchiesta di Repubblica del 20/11 su come le regioni, in questo caso del sud, spendono i finanziamenti europei per lo sviluppo regionale, fa poi capire come in realtà questi finanziamenti sostituiscano quelli elargiti in passato dalla Cassa del Mezzogiorno. Pur con logiche di intervento diverso, il risultato è sempre lo stesso e in più i privati non sono incentivati a sopportare dei rischi. A questo punto è evidente che l'obbiettivo di cui Barca ci parlava, e cioè quello di innalzare la qualità dei servizi pubblici per aumentare la produttività degli investimenti privati, in certe zone non è stato raggiunto. Ma qui si ritorna al problema della politcs: utilizzo dei fondi per aumentare le proprie clientele e mantenere il consenso e non per lo sviluppo e l'innovazione.
L'articolo di Repubblica infatti chiudeva così: "...Progetti fotocopia e finanziamenti al buio. L'impresa è divenuta parte integrante della famiglia dei clientes: solo richieste e mai l' assunzione di un rischio. Gli albergatori, per esempio, non hanno nemmeno sfruttato per intero le provvidenze messe loro a disposizione per riqualificare e ammodernare camere e servizi. Dovevano co-finanziare. Grazie, no."
Un altro fattore per me importante, che però stranamente Barca non ha voluto trattare, sta nel problema, almeno per il sud Italia, del contesto sociale e in particolar modo il problema della forte influenza anche in ambito politico della criminalità organizzata. Credo che questo aspetto si sarebbe potuto analizzare e sviluppare di più.

Queste sono le mie considerazioni.

Saluti a tutti!
MAURO GALLO

Inserito da Mauro Gallo il 22.11.07 13:04


massimo florio

Elisa Rebessi ha riportato correttamente la mia osservazione. Come economista non ho un un contributo professionale da offrire sul punto. In particolare non mi pronuncio sulla questione delle democrazie maggioritarie, in senso tecnico. Vorrei solo precisare questo: non credo che la questione sia quella della bassa conflittualità o di partiti 'antisistema'. Mi sembra che la questione sia quella della esistenza, anche conflittuale, di progetti di trasformazione e governo della società centrati su valori condivisi. Faccio degli esempi, che mi aiutano a chiarire meglio. Se la cultura politica della maggioranza/opposizione/opposizioni non ha un paradigma chiaro intorno a cui declinare l'idea ad esempio di uguaglianza all'accesso nelle cure sanitarie (universalismo), oppure di selettività nell'accesso all'istruzione di terzo livello (meritocrazia), di inclusione sociale o di selezione sociale, di distribuzione dei redditi, ecc., allora manca un riferimento per disegnare e poi valutare le innovazioni. La borghesia vittoriana che ha inventato il civil service aveva un certo paradigma, il movimento laburista che la sfidava alla fine del XIX secolo ne aveva un altro. Si scontravano, anche duramente, ma poi in qualche modo l'amministrazione sapeva su che cosa misurarsi e su che cosa essere valutata. Se la democrazia invece diventa competizione elettorale su retoriche talmente generiche da non significare nulla, manca lo schema di riferimento su cui l'innovazione puo' essere impiantata. E' un po' come nel progresso scientifico. Occorre un paradigma scientifico per proporre nuove idee, e ogni tanto per rovesciare il paradigma stesso. Nel gergo molto limitativo degli economisti, occorre una funzione del benessere sociale per valutare una riforma. Se la FBS non c'è, come faccio a dire se un nuovo progetto di autostrada, di riforma tributaria, ecc, migliora o peggioro l'esistente? La FBS degli economisti è un tentativo grossolano di esprimere sistemi di valori sociali e variabili che entrano nel benessere individuale. Ovviamente partiti diversi possono avere FBS diverse, scontrarsi, chiedere il consenso, ecc: ma se occultano le loro FBS come fa un amministratore pubblico a capire che cosa deve fare, come innovare, come sarà valutato il suo progetto?
L'immagine delle traiettorie o del passaggio del testimone riguarda il fatto che i policy makers siano portatori di questi sistemi di valori, e non puri manipolatori del consenso ( come dei pubblicitari della peggior specie). A me sembra che quando la democrazia è svuotata di valori, si possa anche andare a votare, ma sia una forma degenerata e improduttiva di governo della società.

Inserito da massimo florio il 22.11.07 13:10


Elisa Rebessi

In effetti le FBS hanno il pregio di presentare obiettivi/priorità e anche, più in generale, un'idea di società in modo molto chiaro. Facendo i due esempi che si imparano "a scuola", ci sarebbe decisamente meno confusione se alle prossime elezioni si confrontassero un rawlsiano e un utilitarista... E invece non solo la realtà è molto più complessa, ma gli stessi attori politici stentano a formulare un paradigma chiaro, sulla base del quale si possano poi misurare l'innovazione, miglioramenti o peggioramenti.
Mi chiedo se tale difficoltà possa essere dovuta al fatto che manchi (o che, comunque, non si sia ancora sufficientemente consolidato) quel "compromesso" sull'assetto istituzionale dei mercati e dello Stato di cui parla Barca nell'Italia frenata, che è il collante delle democrazie maggioritarie. Compromesso mancato che, se non ricordo male, insieme ad altri fattori, secondo Michele Salvati, avrebbe impedito all'Italia di diventare un paese "normale".

Inserito da Elisa Rebessi il 23.11.07 13:28


Marco Zamboni

Buongiorno. Vorrei riprendere l'interrogativo iniziale sollevato da Elisa. Nei processi di innovazione (amministrativa) conta la politics? Io risponderei: sì, è necessaria una forte legittimazione politica, però da sola non basta. In un sistema democratico e pluralistico la politics rappresenta solo uno degli attori in gioco e soprattutto non detiene il monopolio di tutte le risorse rilevanti.

Questo è un tema vastissimo su cui (forse) si riflette ancora troppo poco nel nostro Paese, in particolare tra i policy maker. Mi pare che su questo punto fosse d'accordo anche il prof. Barca nel suo intervento: personalmente ho trovato molto interessante l'analisi delle relazioni tra gli stakeholder e degli interessi che perseguono. Se non sbaglio la conclusione era: c'è stato un gioco a somma zero, in cui sono prevalsi gli interessi della coalizione contraria al cambiamento.

In una logica di apprendimento ex-post (come stiamo facendo!) sarebbe interessante chiedere se (forse) non valeva la pena proporre una strategia di innovazione a somma positiva. Secondo voi si potevano mettere in campo delle azioni (ad es. allargare la posta in gioco, costruire nuove alleanze, acquisire nuove risorse…) per modificare il comportamento degli stakeholder per raggiungere gli esiti voluti? Non è mancato un ruolo di mediazione da parte di qualcuno in grado di individuare la coalizione vincente? Pensate che potevano essere utili delle forme di collaborazione e partecipazione tra gli attori per scambiarsi le risorse necessarie e distribuire i rischi legati all'incertezza? Grazie.

Un saluto

Inserito da Marco Zamboni il 24.11.07 12:46


Roberto Bono

Salve a tutti,
Ho letto i precedenti commenti relativi alla politics con molto interesse, tuttavia io vorrei soffermarmi su un altro punto già introdotto "timidamente" da Marco Gallo, ovvero quello relativo alle organizzazioni criminali.
Leggendo il libro "Italia Frenata" e ascoltando il dibattito in ateneo, mi ha destato molto scalpore la scarsa importanza data al fenomeno della criminalità organizzata nella gestione dei fondi europei nell'Italia meridionale. Leggendo i giornali, i rapporti annuali della Guardia di Finanza, del Governo e della Commissione Europea il fenomeno non mi sembra così marginale (e tanto meno fisiologico come ha detto De Cecco). Secondo il mio parere le organizzazioni criminali (soprattutto in Italia) giocano un ruolo fondamentale nella determinazione di una policy. Queste potevano essere messe nel grande calderone degli attori ed invece perchè non è stato fatto? Quanto ha pesato questo fenomeno durante la riforma?
Gradirei un commento di Barca su queste mie domande e inoltre mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Florio dato che anche egli conoscerà molto bene il problema.

Roberto Bono

Inserito da Roberto Bono il 24.11.07 20:12


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