Con questo post inauguriamo una serie di percorsi di lettura attraverso articoli, documenti, studi e libri, utili a esplorare un tema specifico. Tutte le rassegne bibliografie saranno raccolte a questo link.
Quando la cultura dell’umanesimo incontra l’innovazione tecnologica, in Fondazione Giannino Bassetti si parla di innovazione poiesis intensive. La capacità di immaginare applicata ai processi di innovazione ha nella storia spesso avuto un significato politico. Per contro, gli immaginari sociotecnici possono determinare la direzione e il successo delle innovazioni. È un’immaginazione concepita come tecnologia umana, utile a ripensare forme di convivenza, istituzioni, convenzioni, oltre che a farsi arte. Negli ultimi tempi, molti studi e articoli accademici hanno evidenziato una forte crisi di creatività e di innovazione in tutti i campi, con evidenti ricadute sul piano politico e sociale. Nell’elenco ragionato che segue, ne suggeriamo alcuni, con altre letture a integrare il tema.
Per cominciare…
In un’intervista del 1929 con George Sylvester Viereck per il Saturday Evening Post, Albert Einstein dichiarò, tra le altre cose, che “l’immaginazione è più importante della conoscenza” poiché “l’immaginazione abbraccia il mondo intero, e tutto ciò che ci sarà mai da conoscere e capire” (pdf dell’articolo è scaricabile qui).
Sulle dinamiche di genesi e costruzione nel farsi dell’arte e dell’opera d’arte, il saggio di Elio Franzini Il mito di Leonardo. Sulla fenomenologia della creazione artistica esplora invece la figura di Leonardo da Vinci come paradigma della creazione artistica (scaricabile gratuitamente qui)
Sugli immaginari sociotecnici testi importanti sono L’istituzione immaginaria della società (2009) di Cornelius Castoriadis in cui, assumendo la storia umana come poiesis, creazione continua, susseguirsi di trasformazioni “pensate”, si afferma la necessità di attingere alla capacità immaginativa umana come “motore primo” del continuo processo di rinnovamento della realtà; e il capitolo One Future Imperfect: Science, Technology, and the Imaginations of Modernity di Sheila Jasanoff (pdf scaricabile qui) all’interno del volume Sociotechnical Imaginaries and the Fabrication of Power (2015).
Venendo al tema recente del collasso creativo, l’ultimo libro del critico americano W. David Marx è Blank Space: A Cultural History of the Twenty-First Century. Ne parla Il Post in questo articolo che si chiede il perché rispetto al Novecento siamo molto meno creativi. Anche il New York Times cita David Marx (articolo qui), evidenziando le ricadute su piano politico e sociale della mancanza di avanguardia e controcultura in una società in cui prevale l’idea del profitto, e che quindi non spinge chi ha capitali a investire in cultura a meno che non possa trasformarsi in intrattenimento monetizzabile.
Della stagnazione culturale aveva scritto anche il politologo francese Olivier Roy che insegna all’Istituto universitario europeo di Firenze. In Italia il libro del 2024 The Crisis of Culture è stato tradotto in L’appiattimento del mondo (Feltrinelli): si parla della riduzione della nozione stessa di cultura a un sistema di norme e codici vuoti, di sottoculture ridotte a gruppi di identità superficiali.

innovazione e tecnologia rischiano di diventare i detonatori della crisi dell’immaginazione
Un sintomo del blocco del potere immaginativo è rappresentato dall’uso sistematico di una nostalgia regressiva, restaurativa e distruttiva alimentata anche dagli algoritmi. Ne ha scritto il sociologo polacco Dariusz Brzeziński in Algorithmic Nostalgia. Longing for the Past in the Age of Artificial Intelligence, mentre l’americano Grafton Tanner parla di nostalgia come potente forza sociale, culturale e politica, nonché di manipolazione, che ci soccorre quando la capacità di creare futuro sembra venir meno (Nostalgoritmo). Questa lesione alla capacità creativa riguarda ovviamente anche la musica e le arti visive. Si segnala anche un revival editoriale e culturale (con docufilm collettivo We Are Making a Film About Mark Fisher) dell’eredità di una delle voci del pensiero critico contemporaneo, che ha teorizzato nel suo Capitalist Realism (2009) l’impossibilità di immaginare alternative sistemiche, la depressione come condizione “collettiva deliberatamente coltivata dal potere” e la nostalgia come forma culturale dominante.
Sui processi immaginativi necessari a un cambiamento economico e sociale utile l’articolo di due ricercatori, danese e svizzero, sull’European Journal of Psychology: “Grazie ai processi immaginativi la vita collettiva viene sperimentata a livello simbolico, per poi mobilitare questa esperienza allo scopo di raggiungere obiettivi politici”. E recentemente, sulle pagine de Il Sole 24 Ore, i docenti del Politecnico Mario Calderini e Luca Testoni hanno scritto di come innovazione e tecnologia rischiano di diventare i detonatori della crisi dell’immaginazione. Citando il libro di Geoff Mulgan Big Mind. L’intelligenza collettiva che può cambiare il mondo, si rileva come la crisi dell’immaginazione sia anche il grande fallimento dell’innovazione sociale, della capacità di concepire modelli economici alternativi, e riconnettere l’innovazione con la società (Oligarchie tecnologiche, l’innovazione sociale chiamata a immaginare alternative). Infine, per un’interpretazione della geopolitica della creatività, e sulla connessione tra classe creativa e potere, il libro di Paolo Perulli Anime Creative. Da Prometeo a Steve Jobs (il Mulino) è stato anche l’anima di molti dialoghi e dibattiti in Fondazione.
Sull’interconnessione tra diffusione di intelligenza artificiale e blocco della creazione esistono diversi articoli. A titolo di esempio citiamo quello pubblicato da The Conversation a gennaio 2026 AI-Induced Cultural Stagnation Is No Longer Speculation — It’s Already Happening di Ahmed Elgammal, professore di informatica e direttore dell’Art & AI Lab alla Rutgers University, che mostra come i sistemi di AI generativa tendono all’omogenizzazione, ma che essa è già presente al momento dell’inserimento dei dati. L’articolo fa riferimento a questo studio. Ma forse è interessante leggere quanto scrive il Max Planck Institute su un nuovo studio che confronta i processi creativi degli esseri umani e dei grandi modelli linguistici e sulla creatività collaborativa.
Non mi preoccupo della mia vita o della mia stessa morte
Mi interessa solo il significato della mia vita e della vita dei miei simili.
Lo scriveva Antoine Saint-Exupéry in Pilota di guerra. La morale dell’inclinazione che racconta dei suoi voli di ricognizione sulla città di Arras distrutta dai bombardamenti. In questa missione suicida Saint-Exupéry si scaglia contro l’eccessivo potere della razionalità (“l’intelligenza”) che renderebbe sterile il nostro potenziale creativo (“poiché solo lo spirito può fertilizzare il razionale. Lo spirito feconda l’intelligenza, e solo allora l’intelligenza porterà il nuovo all’essere”). Un tributo all’immaginazione generatrice di senso e significati di fronte – o dall’alto – al potere muscolare della capacità tecnica e della forza industriale (è stato uno dei due libri che Samantha Cristoforetti si è portata durante il primo periodo passato sulla Stazione spaziale internazionale).
(Immagine: “You are my algorithm” di Marco Avaro. Tutti i diritti riservati.)














