Pubblichiamo la prefazione di Francesco Samorè al libro di Stefano Binda e Matteo Reale “Una questione di libertà. Poteri, imprese e territori nel cuore dell’Europa” edito da Guerini e Associati 2025.
Per introdurre Una questione di libertà conviene anzitutto suggerire da che pulpito viene la predica. Binda e Reale, dirigenti della Confederazione Nazionale Artigiani a Milano e in Lombardia, vogliono assicurarsi che l’equazione a loro cara tra piccola impresa, piccola proprietà e libertà, individuata come «fine da mettere in cima alla lista e tutelare» risulti ben poggiata nella storia (anche del pensiero) e nella geografia.
Gli autori sono infatti convinti che l’autonomia dell’impresa artigiana sia il cardine di una società realmente pluralista, dotata di anticorpi democratici – appunto legati alla variegata presenza di tante piccole proprietà – in un mondo che invece concentra gerarchicamente capitali e tecnologie; un mondo in cui all’intelletto tecnologico e calcolante corrisponde la burocratizzazione, la «proceduralizzazione graduale e pervasiva della libertà».
Il lavoro di rappresentanza d’interessi, cioè il lavoro dei corpi intermedi, consiste invece nel tenere in vita delle possibilità attraverso il riconoscimento delle differenze: la differenza di un territorio nelle reti lunghe della globalizzazione o quella della bottega artigiana dentro l’oceano puro del mercato (dove, dopo essere passato dalle assemblee parlamentari ai governi, sembra ormai galleggiare il potere evacuato dalle stanze della politica).
Così il diritto di associarsi consente di rivendicare spazi di libertà rispetto al potere legale dello stato o a quello materiale del mercato. Le «formazioni sociali» della Costituente repubblicana e le societates civiles della tradizione organica e partecipativa risalente a Montesquieu e Tocqueville concorrono all’interesse generale, consentendo di meglio gestire quella «fisarmonica del potere» che si allarga in tempi ordinari per restringersi e verticalizzarsi dinanzi alle minacce (dalla pandemia alle crisi economiche e geopolitiche).
Un corpo intermedio quindi è utile se in grado di sapere; anzi, se dotato di sapienza – precisa Binda ricorrendo a Schelling – cioè di un sapere efficiente, attivo e vivente. Una sapienza situata: da qui il carattere ascendente della libertà – nel libro esemplificato anche dalla concreta analisi dei casi milanese e lombardo, e di quell’area tra Milano, Bologna e Venezia che esprime il 40 percento del PIL nazionale – alla ricerca non solo di un nuovo equilibrio di competenze tra ceto amministrativo e politica, ma anche di una dimensione territoriale ottimale per governare la devoluzione dei poteri dello Stato e le autonomie locali.
Fino a qualche anno fa si sarebbe parlato di processi carsici, dinamiche evolutive o involutive, segnali di allerta. Invece l’ora del lupo è arrivata, la veglia forzata gravida di preoccupazioni accomuna qualunque portatore di interesse responsabile, le scosse si susseguono insieme all’inflazionata constatazione che nulla sarà più come prima. La «democrazia a bassa intensità» evocata dal presidente della repubblica (di cui l’astensione dal voto è solo l’epifenomeno) si accompagna a un diffuso senso di impotenza da parte delle classi dirigenti, cosicché i nostri autori segnalano che «autocrazie e regimi ibridi sono numericamente aumentati rispetto ai regimi democratici, specialmente a quelli in cui valgono ancora le tutele del costituzionalismo liberale».
Insomma al tema cruciale della libertà si accompagna nel libro la domanda su chi vinca: non solo – sostengono Binda e Reale – chi detiene informazione e potere tecnologico. Qui ci viene in aiuto Harari, quando in Nexus definisce ingenuo chi ritenga che i contrasti sui valori si rivelino, a un’analisi approfondita, come il risultato di una mancanza di informazioni o di una deliberata disinformazione; una sorta di mistica dell’informazione che si traduce, già nell’era del primo web, in mistica dell’innovazione. Se, sempre secondo Harari, «le istituzioni e le società sono spesso definite dall’equilibrio che riescono a trovare tra le esigenze contrastanti dei loro creatori di miti e dei loro burocrati», allora assume ulteriore rilevanza l’affermazione che leggerete in questo libro, secondo la quale «un corpo intermedio diventa quanto più potente quanto più racchiude e veicola sapere (…) nell’afferrare storiograficamente e genealogicamente le linee di tendenza, le leggi, i principi reggitori del divenire».
Non si sottraggono, gli autori, dal cercare di cogliere almeno alcune di queste tendenze, anche le più terrene: la dislocazione del conflitto fuori dalla bottega o dal capannone e la sua traduzione in co-gestione dei fondi bilaterali; la moltiplicazione dei bisogni cui lo stato è chiamato a rispondere, sia per effetto della novecentesca inclusione delle masse nella vita politica, sia per l’ossessione fallimentare di gestire la totalità dei processi che accomuna lo stato legale-razionale al «puro mercato»; e ancora il paradosso di una tecnoscienza sempre più sovranazionale che prosciuga i territori concentrandosi nelle città-mondo (qui verrebbe in soccorso la riflessione di Rodriguez-Pose sulla «vendetta dei luoghi che non contano»); e il rapporto di queste città globali con le fasce laterali, ovvero quelle che un altro intellettuale «artigiano» – Paolo Manfredi – ha descritto nel suo libro Provincia, non periferia.
Soprattutto, nei capitoli scritti da Reale l’accento cade sulla sostenibilità: dalla critica al PIL mossa già da Robert Kennedy nel 1968, al Club di Roma, fino al Rapporto Bruntland (dal nome del presidente della Commissione mondiale su ambiente e sviluppo istituita nel 1983 che coniò il concetto di sviluppo sostenibile) e alla Convention citoyenne pour le climat, che introduce un modello decisionale di partecipazione dei cittadini alla produzione legislativa sull’ambiente. Passando per la responsabilità sociale, i criteri ESG e le Benefit Corporation (B Corp), Reale segnala il rischio di un ambiente portatore di diritti, cioè direttamente soggetto politico, secondo una sorta di razionalità senza soggetto: «Una deriva a rischio di irrazionalismo, cui il riformismo deve reagire, conducendo l’individuo – cittadino del mondo – a riappropriarsi del suo ruolo di agente di diritti soggettivi, ma trasferiti oggi all’ecosistema in cui vive e opera».
Nella terza parte dell’opera è Stefano Binda a riprendere il filo della riflessione sul potere, la cui particolare situazione è attualmente una de-situazione. La sfera esecutiva ha – come si è già detto – eroso spazi legislativi alle assemblee parlamentari, e ciò ha alimentato una progressiva affermazione della burocrazia amministrativa come forma per eccellenza della razionalità statuale. Al contempo, la dislocazione (de-situazione) del potere scivola verso l’economia, i mercati, la tecnoscienza, gli automatismi irresponsabili che accompagnano la tumultuosa avanzata dell’intelligenza artificiale: «un senso ben preciso di proceduralizzazione graduale e pervasiva della libertà».
Insomma eccoci tornati al punto di partenza (almeno di questo ragionamento, ma direi in sostanza del libro): nell’epoca del «governo del tutto», della sorveglianza resa capillare dal digitale, dal tracciamento e dai social, la libertà del singolo è insieme limite e fondamento del dovere del civis, e sulla libertà di tutti si ordina la libertà di ciascuno. Cosicché – è l’auspicio dei nostri due autori/attori della rappresentanza d’interessi – nel rapporto tra persone, ceti, imprese, istituzioni e territori, i corpi intermedi si facciano portatori di un messaggio riformista storicamente ed eticamente fondato: «la libertà è il fine di tutto, e il miglior modo per custodire l’energia e la propensione delle imprese è tutelare le residue capacità di auto-governo (anche fiscale) dei territori su cui si collocano; è far valere e dare forza alle cose che accadono per e nelle loro comunità».
(Di seguito le fotografie alla presentazione del libro presso la sede di CNA Pavia)













