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La conoscenza tecnologica del mondo e il controllo democratico della scienza

di Andrea Rossetti [1], 28 Novembre 2007

(Questo è il primo intervento nel Forum "Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia [2]" che prende spunto dall'omonimo articolo di Giuseppe O. Longo [3])

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia.
Arthur C.Clarke

0. Io sono un tecnofilo. Sono tecnofilo nel senso che, se potessi, comprerei anche gli oggetti tecnologici più inutili e complicati. Sono tecnofilo nel senso che credo che la tecnologia abbia permesso, negli ultimi 100 anni, in occidente, un miglioramento radicale delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Entrate in un qualunque centro commerciale: la maggior parte degli oggetti che vi troverete erano completamente inaccessibili al mio bisnonno, bracciante della bassa pianura padana, costretto ad un lavoro estenuante per 12 ore al giorno, e soggetto ai capricci del padrone che poteva in ogni momento decidere di non rinnovargli il contratto ed di fargli fare "San Michele" (ossia il giorno di San Michele, caricare tutti i suoi poveri oggetti su di un carretto e mettersi a cercare un nuovo padrone; che difficilmente avrebbe trovato perché il padrone avrebbe provveduto ad informare gli altri padroni del suo misfatto, vero o presunto che fosse). La tecnologia, secondo me, fonda le condizioni essenziali affinché la nostra società possa essere democratica. E' forse un paragone azzardato, ma così come la democrazia ateniense ha avuto tra i suoi presupposti la schiavitù, così le moderne forme di governo occidentale hanno tra i loro presupposti lo sviluppo tecnologico.
Ma essere tecnofili non significa essere ciechi: è molto probabile che il nostro attuale modello di sviluppo, di progresso, non sia esportabile al di fuori dell'occidente; e che, quindi, l'idea di progresso che noi, oggi, in occidente abbiamo debba modificarsi.

Sono due le tesi di Giuseppe O. Longo che vorrei mettere in evidenza in questa mia breve e preliminare discussione. La prima è la possibilità dello sviluppo di un intelligenza collettiva. La seconda che il criterio di maggioranza possa essere uno strumento razionale per il controllo dell'uso della tecnica.

1. Sinceramente non capisco, ma forse manco solo di immaginazione, che cosa significhi che la rete è anticipatrice di una "creatura planetaria" o che "la rete possa diventare sede di fenomeni inediti di intelligenza". Sicuramente la rete ha favorito la creazione o forse, meglio, l'amplificazione di dinamiche sociali che prima non potevano che avere una dimensione locale. Penso, ovviamente, al movimento del software open source. I suoi principi fondamentali erano già stati pensati a metà degli anni '80 da Richard Stallman, e circolavano da tempo nell'ambiente dei programmatori, ma la (Free Software Foundation [4]) ha iniziato ad essere un attore importante nella diffusione del software solo negli anni '90. La comunità e la produzione di free software sono cresciute solo con l'avvento della diffusione della rete a livello planetario, e hanno rivoluzionato alcune delle idee fondamentali sulla produzione dei programmi: si è mostrato che dei dilettanti (ossia, persone che lavorano non per denaro, ma per il puro piacere di lavorare) sono in grado di produrre software di qualità uguale (se non superiore) a quella di programmatori professionisti (l'esempio paradigmatico è il sistema operativo Linux); si è mostrato che l'aumento del numero dei programmatori non è direttamente proporzionale all'aumento del numero degli errori nel codice sorgente (errori che possono rendere instabile un programma). La comunità dell'open source, che conta ormai migliaia di aderenti in tutto il mondo, agisce, all'interno di ogni singolo progetto di sviluppo, come un'unica entità. Ma l'organizzazione della comunità dell'open source è una struttura completamente esplicita, il cui funzionamento non ha nessuna analogia biologica specifica (la metafora usata dagli studiosi dei programmi open source è quella del bazar, contrapposto alla cattedrale della produzione commerciale del software; cfr. Eric S. Raymond, La cattedrale e il bazaar [5]).

2. Il nostro problema è il fatto che ogni nuova scoperta scientifica, banalmente, porta con sé usi buoni ed usi cattivi. Proprio perché la tecnologia è distaccata dalla ricerca non è possibile prevedere le ricadute tecnologie di una particolare scoperta. Non tutti i casi sono semplici, dal punto di vista morale, come il caso degli scienziati di Los Alamos.
Inoltre, come rileva nel suo scritto Giuseppe O. Longo, anche i prodotti tecnologici sono diventati così complessi internamente e semplici esternamente, che degli utensili, delle protasi, degli artefatti di ultima generazione alla maggior parte degli utilizzatori sfugge non solo il funzionamento, ma anche gli scopi e gli usi essenziali. Si pensi all'esempio della rete Internet: essa può essere sia il mezzo della diffusione del sapere (il mezzo per la creazione di una Nuova Atlantide globale) sia il mezzo di controllo sociale totale (si veda il controllo [6] che l'apparato tecnico-giuridico voluto dal governo inglese impone ai sudditi di sua maestà); ma qual è lo scopo essenziale per il quale è stata progettata? (un esempio per chiarire l'idea di scopo essenziale: anche se posso usare un martello come un'arma, è chiaro che il martello è stato progettato come strumento per piantare chiodi.)
Se, da una parte, siamo tutti d'accordo che la scienza e la tecnologia sono troppo importanti nella quotidiana vita di ciascuno di noi per lasciare tutte le decisioni esclusivamente in mano agli scienziati, l'alternativa proposta da Giuseppe O. Longo non mi convince fino in fondo. Non mi sembra che l'introduzione di sistemi di decisione maggioritaria possa in effetti risolvere il problema.
Intendo mostrare due esempi in cui, secondo me, i meccanismi di decisione maggioritaria sull'uso di tecnologie mature, ha portato, in un caso, e porterà, in un altro, a decisioni fondate su di un insieme di credenze insufficiente.

2.1. Il primo esempio che vorrei portare, è il referendum sull'abolizione del nucleare, approvato in Italia all'indomani dell'incidente di Chernobyl: il 26 aprile 1986 durante un intervento di manutenzione ordinaria esplode il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. L'8 e il 9 novembre del 1987 si svolge in Italia il referendum per l'abolizione del nucleare. Il risultato, sull'onda di quanto successo poco più di un anno, prima è scontato e quasi plebiscitario: va a votare il 65,1 % degli italiani; l' 80,6 % dice no alla costruzione di centrali nucleari in Italia; il 71,9 %  vota per il divieto di partecipazioni dell'Enel a impianti nucleari all'estero; il 79,7 dice no ai contributi verso gli enti locali che ospitano centrali nucleari. Come conseguenza vengono chiuse tutte le centrali nucleari italiane ed inizia il loro smantellamento (che durerà circa altri 20 anni, durante i quali continueremo a corre un rischio di inquinamento radioattivo : cfr. l'articolo della giornalista Milena Gabanelli, Radioattività di stato [7])
La centrale di Crey Malville, si trova in Francia, a poche centinaia di chilometri dal confine con l'Italia (in Francia sono attivi 58 reattori nucleari, funzionanti in 19 diverse località: Societé Française d'Énergie Nucléaire [8]). Il reattore di Crey Malville non è un semplice reattore raffreddato ad acqua, ma un "superphenix", ossia è raffreddato con sodio (qui [9], a cura del Laboratoire de Physique Subatomique et de Cosmologie, potete trovare una spiegazione tecnica di come funzioni un reattore Superphenix). Dall'angolo di mondo che è l'Italia, è paradossale che spesso usiamo l'energia elettrica importata da impianti nucleari francesi. La Francia produce il 74% dell'energia elettrica con il nucleare e, dei 355.874 milioni di kWh prodotti, ne esporta 58.533 milioni. In Italia, importiamo il 10% del nostro fabbisogno di energia elettrica dalla Francia.
Secondo gli ecologisti francesi [10], un guasto, non già al reattore, ma all'impianto di raffreddamento con la diffusione nell'ambiente del sodio avrebbe conseguenze disastrose per l'ambiente e per gli esseri umani. E le Alpi non servirebbero da scudo alla popolazione del Nord Italia.

2.2. Il secondo esempio che vorrei portare è diverso. Nel primo esempio, credo si possa sostenere che il calcolo del rischio dell'elettore italiano sia stato quantomeno falsato in parte dall'emotività, in parte dalla scarsa informazione. Nel secondo esempio, vorrei mettere in evidenza la difficoltà anche per i rappresenti legittimamente eletti (e che quindi hanno ben studiato una questione prima di proporre una sua regolamentazione giuridica), ad affrontare un problema in modo corretto dal punto di vista semplicemente metodologico.
Si legge nella relazione sul disegno di legge del Senato n. 1837, "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita": (il cui testo completo potete trovarlo qui [11]):

(...) dopo decenni di ricorso su vasta scala alle pratiche di fecondazione assistita eterologa, nessuna ricerca empirica ha potuto mettere in evidenza danni o anche solo problemi apprezzabili, vuoi di natura fisiologica, vuoi di natura psicologica, a carico dei nati mediante il ricorso a tali tecniche.

Date queste premesse quale potrà essere secondo voi la proposta? Ecco la risposta del legislatore:

La facoltà di ricorrere a tecniche di fecondazione assistita di tipo eterologo è peraltro consentita nel presente disegno di legge solo quando essa rappresenti l'unico trattamento possibile, nel rispetto del principio di gradualità e di adeguatezza degli interventi terapeutici nella cura della sterilità.

La domanda che, penso, ciascuno di noi vorrebbe porgere ai promotori di questa legge è questa: perché se nessuna ricerca empirica ha potuto rilevare l'insorgenza di qualche genere di problemi a bimbi nati con la fecondazione assistita, essa deve in ogni caso essere considerata esclusivamente una cura alla sterilità? (Una domanda che mi sono sempre posto: perché se un individuo è, "per natura", sterile deve avere comunque il diritto di trasmettere il proprio patrimonio genetico? Ma mi rendo conto che questo è un altro problema.)
Io sinceramente non so come sia possibile regolare le delicate questioni bioetica; quello che però mi sento tranquillamente di poter affermare è che un progetto di legge come il S.1837, dietro una apparente rispetto della pluralità della posizioni, veicola una ben precisa idea di uomo e di società.

3. Vorrei concludere riprendendo un'osservazione di Giuseppe Longo sull'uso del termine 'scienza' e conferma la sua tesi secondo la quale la scienza tende ad avere sempre più spesso venature messianiche. La parola 'scienza' imperversa nell'Università: non si studia più "giurisprudenza", ma "scienze giuridiche" o "scienze per operatori dei servizi giuridici"; e poi: "scienze antropologiche ed etnologiche", "scienze della formazione", "scienza dalla comunicazione", "scienza dell'educazione", "scienze e tecniche psicologiche", "scienze del turismo e comunità locale". Fino a quello che hai tempi in cui mi sono laureato io (e, anche se è successo nel secolo scorso, non sono passati neppure dieci anni) sarebbe stato, se non inconcepibile, quanto meno strano: non si studia più "filosofia", ma "scienze filosofiche".

Andrea Rossetti
ricercatore di Filosofia del Diritto presso l'Università di Milano Bicocca
10 febbraio 2003

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  1. 1] /schedabiografica/Andrea Rossetti
  2. 2] /it/itframeset.php?content=http://www.toutsetient.net/argomenti/argomenti09-doc.htm
  3. 3] /it/pagine/2007/11/progresso_e_responsabilita_il.html
  4. 4] http://www.gnu.org/
  5. 5] http://www.apogeonline.com/openpress/doc/cathedral.html
  6. 6] http://www.statewatch.org/news/2003/jan/11ukteltap.htm
  7. 7] http://www.report.rai.it/R2_popup_articolofoglia/0,7246,243%255E90023,00.html
  8. 8] http://www.sfen.org/
  9. 9] http://lpsc.in2p3.fr/reacteurs-hybrides/sfp/superphenix.html
  10. 10] http://www.greenpeace.fr/
  11. 11] http://www.senato.it/bgt/ShowDoc.asp?leg=14&id=00050708&tipodoc=Ddlpres&modo=PRODUZIONE
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