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Abstract di "Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia"

di Redazione FGB [1], 28 Novembre 2007

(Questo è l'abstract della relazione di Giuseppe O. Longo [2] per il seminario on-line della Fondazione Bassetti di Febbraio 2003)

(Per leggere direttamente l'intera relazione cliccare qui [3]. Per scaricarla per la stampa, cliccare qui [4])

All'interno del ricco paper di Giuseppe O. Longo abbiamo isolato alcuni passaggi che ci sono sembrati di particolare rilevanza. Non sono naturalmente gli unici passaggi rilevanti e non esauriscono la complessità del paper di Longo. Possono, tuttavia, essere utilizzati come un vademecum che ci auguriamo sia di ausilio nella lettura del testo.

Indice della pagina

Sull'idea di progresso

'[...] sotto il profilo sistemico, la critica progressista del progresso è, nonostante le sue intenzioni, regressiva: poiché le strutture profonde non devono cambiare, quindi non devono essere soggette a progresso. E' come chi dicesse: accetto l'idea di innovazione, nel senso che tutto può cambiare, ma l'innovazione non si discute; oppure: la ricerca deve contribuire a cambiare il mondo, ma la ricerca non si deve toccare. Non si fa innovazione sull'innovazione e non si fa ricerca sulla ricerca. Come il nonno che dice al nipotino: "Ti dò un consiglio: non accettare mai consigli." E' evidente che il consiglio del nonno è "meta" rispetto a tutti gli altri consigli, è di un ordine o tipo logico diverso.
Proprio per risolvere paradossi di questo tipo, Bertrand Russell inventò la "teoria dei tipi logici", il cui fondamento è che un insieme di elementi non può essere un elemento di quell'insieme (l'insieme delle sedie non è una sedia) e quindi non gli si possono applicare le proposizioni che valgono per gli elementi. Allo stesso modo l'insieme delle componenti del progresso non è una componente del progresso e quindi a questo insieme non si applicano le considerazioni che si applicano alle componenti. Se per tutte le componenti del progresso vale una certa proposizione, questa proposizione può non valere per il loro insieme. Se la proposizione è: "ogni componente del progresso è sottoposta agli effetti del progresso (per esempio subisce fenomeni di saturazione e così via)" e se questo non vale per l'insieme delle componenti, se ne ricava subito che la visione progressista si trasformerebbe in conservatrice: il progresso non è sottoposto a progresso, è statico o stazionario, è destinato a rimanere uguale a sé stesso. Nella visione "progressista", insomma, il progresso è considerato una conquista definitiva e un bene indiscutibile, perciò deve continuare: affinché ciò accada non vengono toccati (cioè non vengono sottoposti a progresso) alcuni elementi del sistema (la ricerca di base, l'uso della razionalità...), che devono invece rimanere stabili: il progresso avviene grazie alla conservazione.

Una critica radicale alla nozione di progresso dovrebbe rifiutare questa extraterritorialità di certe componenti e mettere in discussione l'idea stessa di progresso, senza accettarlo aprioristicamente come un bene. E' vero, lo farebbe ricorrendo alla razionalità, ma la stessa razionalità può essere soggetta a critica. Si entra qui in un gorgo concettuale: ma il disagio che esso ispira non è ragione sufficiente per rifiutarlo in nome della tranquillità epistemologica.

[...]

Sul piano pratico, poi, si pone un problema di decisione e di responsabilità: chi e come decide quali componenti devono essere conservate in una visione "progressista" del progresso? Non possono essere i rappresentanti di quelle componenti: non possono essere i ricercatori a pretendere di conservare la ricerca, o gli innovatori l'innovazione tecnologica. La decisione spetterebbe alla politica, intesa come attività di mediazione tra le varie istanze sociali. (Ammesso che questa "decisione" possa essere tale, cioè assumere le caratteristiche di consapevolezza informata che una decisione dovrebbe possedere, perché spesso, invece, si ha l'impressione che sia il sistema nel suo complesso, in una sorta di evoluzione non guidata, a prendere le decisioni.) Accade tuttavia che, contro il ruolo della politica, si ergano gli interessi di certi gruppi (per esempio di scienziati) che rivendicano il ruolo di motori immobili del progresso perché si ritengono rappresentanti delle componenti intangibili del progresso. Questo mi sembra essere il limite profondo di una "critica progressista del progresso", a prescindere dai giudizi di valore che ciascuno può dare della razionalità, della ricerca scientifica, delle tradizioni popolari, dell'irrazionalismo, delle emozioni, delle fumisterie e via dicendo.'

Il disorientamento delle visioni progressiste in ambito scientifico

'Oggi le leggi della fisica, che avevamo creduto eterne, universali e assolute nella loro precisione si rivelano di fatto leggi statistiche: la nostra visione del mondo è segnata da un'imprecisione ineliminabile. La certezza di un tempo si è rivelata più un nostro pio desiderio che una realtà sperimentale.'

Lo iato che si è creato tra scienza e tecnologia, con la prima che rischia di essere sorpassata dalla seconda

'Il superamento della scienza da parte della tecnologia ha portato alla costituzione di aree tecniche vastissime in cui le apparecchiature e i sistemi funzionano senza che si sappia bene perché: non esiste una teoria del software, non esiste una teoria di Internet, non esiste una teoria dell'ingegneria genetica. Grazie al computer e alla simulazione, queste aree tecnologiche, e altre ancora in rapido progresso, sono grandi palestre di improvvisazione creativa, di invenzione spicciola e locale, di soluzioni ad hoc, di espedienti e aggiustamenti ingegnosi, insomma di bricolage, più che di programmazione e progettazione razionale e sistematica secondo la tradizione scientifica ortodossa.'

Le nuove modalità che può assumere l'attività mentale e conoscitiva

'[...] nel momento in cui l'oggetto d'indagine comincia a comprendere non solo il naturale ma anche l'artificiale, il vuoto epistemologico che la scienza minaccia di lasciarsi dietro potrebbe essere via via colmato dalla tecnologia, anche se in modi molto diversi e magari sorprendenti. Per esempio la tecnologia produce sistemi di cui, come si è detto, ci serviamo senza capirne bene il funzionamento, e spesso non c'interessa affatto comprenderlo. Mentre la scienza ha sempre cercato di fare affiorare la complessità soggiacente per ridurla e darne una descrizione semplice (quasi direi "compressa") attraverso le teorie, la tecnologia tende a nascondere la complessità dei manufatti sotto una superficie o interfaccia di grande semplicità ed efficacia operativa: mi pare che anche in questo caso si possa parlare di magia. La semplificazione offerta dalla tecnologia riguarda sì il mondo artificiale, ma il mondo artificiale si presenta ormai come il mondo tout court.'

La connessione tra scienza e globalizzazione

'Molti di coloro che si scagliano contro il mercato e la concorrenza selvaggia allo stesso tempo sono a favore della concorrenza tra le istituzioni di ricerca e del libero scambio delle idee, che sono sempre stati tra i principi fondamentali della scienza. La scienza, per sua natura, non (ri)conosce frontiere. Tuttavia quando la circolazione non riguarda più solo il pensiero ma anche le merci o gli uomini nasce l'opposizione... Se la competizione porta alla scomparsa delle idee più deboli e al trionfo di quelle più forti, ciò viene identificato con il progresso della scienza (e della verità), mentre la scomparsa di una fabbrica di automobili che non ha saputo reggere la concorrenza viene accolta con lamentazioni e proteste e si cerca in tutti i modi di evitarla. Le sovvenzioni alle fabbriche sono viste come un'interferenza nel mercato, le sovvenzioni alla scienza sono invece considerate doverose e sembrano non viziare la concorrenza. Se però si tiene presente la ricaduta economica delle ricerche, il loro finanziamento si configura come un'interferenza nel libero gioco del mercato... E spesso sono proprio gli scienziati che richiamano l'attenzione sul valore economico della loro attività per farsi finanziare. Insomma: ancora una volta l'attività scientifica vorrebbe collocarsi in una posizione specialissima rispetto alle altre attività, ma il legame ormai innegabile tra ricerca ed economia rende sempre più problematica questa differenziazione. Il legame è duplice: da una parte la scienza vuole denari, dall'altra asserisce di essere a sua volta un'attività redditizia.
C'è da aggiungere che, se vogliamo considerare la scienza sotto il profilo puramente cognitivo, la concorrenza senza limiti tra le varie teorie in base al solo criterio di "verità" porta all'affermazione di una sorta di pensiero unico (scientifico). Ancora una volta, ciò che è deprecato in ambito sociopolitico, e culturale in genere, viene accettato senza riserve nell'ambito scientifico e, tendenzialmente, in ambito tecnico. Ma questo pensiero unico dimostra la propria fragilità appena viene a contatto con la variegata realtà umana e si frammenta in un ventaglio di opinioni che sembrano aver perso il contatto con la monocorde robustezza primitiva: nel tribunale o in quella sorta di moderna arena circense che è il dibattito televisivo, lo scienziato o il tecnico vedono spegnersi la loro aureola e si ritrovano spesso a contendere su un piano di penosa parità, con avvocati, periti di parte avversa, maghi, cartomanti e imbonitori.'

L'antidemocraticità essenziale della scienza

'[Il carattere della scienza è] profondamente antidemocratico: non è vero che la scienza è democratica, non è vero che chiunque può ripetere a casa propria i costosissimi esperimenti compiuti nei laboratori da squadre di specialisti attrezzati, addestrati e motivati (e poi perché qualcuno dovrebbe ripetere nel chiuso della propria casa quegli esperimenti quando fuori, in strada, succedono cose meravigliose o atroci, le cose vere e fulminee della vita?).

[...] è vero che la legge di gravitazione universale non può essere oggetto di referendum, ma se la verità sussiste a dispetto del parere o del voto dei più, come possiamo sostenere che la scienza e la sua verità sono democratiche? Come si fa a distinguere i campi di applicazione della democrazia da quelli che devono esserle sottratti? E chi deve compiere questa distinzione? La distinzione è a sua volta soggetta alle regole democratiche? E se per alcuni aspetti importanti della vita siamo decisamente antidemocratici, a che cosa si riduce allora questa democrazia? Basta considerare gli esseri umani uguali tra loro solo quando si chiudono nella cabina elettorale per eleggere i propri rappresentanti politici o amministrativi (e anche lì ci sarebbe molto da precisare)? E' vero peraltro che la scienza recupera il suo aspetto democratico a un livello diverso: se i singoli non possono ripetere gli esperimenti compiuti nei grandi laboratori, li possono ripetere altri grandi laboratori. La democrazia a questo livello garantisce un certo controllo dei risultati.
Chi di noi scienziati privilegiati sosterrebbe che il creazionismo e la teoria dell'evoluzione hanno pari diritto di essere insegnati a scuola? Pochi, o punti. Eppure se la gran parte della popolazione sostenesse questa parità, come accade in qualche regione del mondo, che cosa potremmo o dovremmo fare, democraticamente?'

Le ricadute etiche del paradigma scientifico

'La ricostruzione del mondo operata dalla razionalità scientifica e dall'efficienza tecnologica ha aperto prospettive grandiose, di fronte alle quali cadono uno dopo l'altro i limiti [etici], i tabù e gli scrupoli tradizionali.'

Non necessariamente quello scientifico è il paradigma migliore

'Non ci sono motivi, se non ideologici o metafisici, per ritenere che la mente, che ci serve per stare al mondo, trovare cibo e cercare un altro individuo con cui accoppiarci, ci fornisca un'immagine "veritiera" della realtà. E' vero che l'uomo ha una razionalità che gli altri animali non possiedono e che gli ha permesso di sviluppare un imponente edificio scientifico; ma è anche vero che l'uomo possiede una capacità mitopoietica e autoillusoria senza pari.'

La faccenda della fiducia nella tecnoscienza

'Bisogna accettare l'incertezza intrinseca del nostro rapporto col mondo e vivere nello stretto margine tra la rigidità e il caos, altrimenti il giudizio sulla tecnoscienza oscilla sterilmente tra perfezione e fallimento. Non esistono soluzioni certe e ogni decisione è frutto di un compromesso; i modelli matematici non possono sostituire del tutto una lunga esperienza sul campo (e viceversa); l'analisi dei calcoli non fornisce una scala di accettabilità dei rischi.'

Il significato del principio di precauzione

'Non bisogna confondere il principio di precauzione con un generico invito alla prudenza o con un'ingiunzione aprioristica: il principio si applica quando, in presenza di rischi gravi o irreversibili non se ne possa ancora stabilire con certezza un'esatta quantificazione e una precisa relazione tra causa ed effetto sulla base delle conoscenze scientifiche a disposizione. L'adozione di decisioni cautelative dipende insomma dalla mancanza totale o parziale degli elementi necessari per valutare il rischio che presenta un fenomeno, prodotto o processo, rischio la cui esistenza plausibile tuttavia è dimostrata.'

[...] l'applicazione delle misure restrittive o cautelative sulla base del principio di precauzione postula tre condizioni: l'identificazione di effetti potenzialmente negativi, l'esame dei dati scientifici a disposizione, un'ampia incertezza scientifica.
Si osservi esplicitamente che per fare scattare il principio basta che le conseguenze negative siano potenziali: il rischio non può essere dimostrato ma non può neppure essere escluso alla luce delle conoscenze del momento. Alla base di questo atteggiamento di cautela sta la velocità con cui le conseguenze si possono manifestare e propagare: è bene dar peso anche ad effetti negativi non dimostrabili ma prospettabili perché il passaggio da evento negativo plausibile a evento negativo probabile a evento negativo in atto potrebbe essere così rapido (e le conseguenze così gravi) da non consentire interventi correttivi a posteriori.'

Per un ritorno al principio di Jonas

'Non si tratta di prendere delle decisioni prudenziali in presenza di un rischio certo e quantificato, magari solo su base statistica, come sarebbe quello derivante all'incolumità di chi attraversa una strada piena di traffico. D'altra parte non si tratta neppure di adottare misure preventive quando i rischi sono soltanto immaginati: i rischi devono essere "plausibili" anche se non sono certi e quantificati. Forse il nome del principio è infelice: qualcuno ha proposto di chiamarlo "principio di Jonas" dal nome di Hans Jonas che per primo ha cercato di formularlo, ma le differenze sono cospicue, come cercherò di chiarire tra poco.

[...]

Qui si misura tutta la distanza che separa il principio di precauzione, un'istanza giuridica e formale basata sul presunto trionfo asintotico della certezza scientifica, dal "principio di responsabilità" di Hans Jonas, che fra le soluzioni etiche del problema tecnologico contemplava anche l'abbandono di quei progetti che fossero sentiti troppo pericolosi. Oggi i progetti vengono al massimo procrastinati e sottoposti a regole (che ovviamente possono sempre essere cambiate). Nel principio di precauzione viene a mancare, mi sembra, quella dimensione assoluta della rinuncia che si collega alla valutazione di un eccesso rispetto a una misura sentita come giusta.

[...]

Forse, di fronte al potere e all'autorità degli scienziati che tendono a imporre il loro punto di vista, l'unico antidoto contro il pensiero unico e le decisioni unilaterali è proprio il rafforzamento dei canali di informazione e delle consultazioni di tipo democratico. Il pubblico è composto da esseri umani dotati di buon senso e di intuizione: gli esperti (non solo tecnici in senso stretto) dovrebbero assumersi il ruolo di mediatori tra la scienza e i cittadini, fornendo loro gli elementi su cui esercitare responsabilmente queste doti. Sarebbe, questo sì, un procedimento davvero scientifico, perché consentirebbe di tenere in considerazione una quantità di dati e di fatti (la percezione dei rischi, l'orientamento culturale del pubblico, le componenti irrazionali, gli aspetti simbolici, la sensibilità e gli interessi comuni delle persone e altro ancora) che l'impostazione astratta che oggi passa per scientifica trascura (già la scelta dei fatti da considerare tali è ideologica, quindi non scientifica e già da tempo sappiamo che non esistono fatti, ma solo fatti interpretati, inseriti in un contesto e perciò carichi di valori: quindi le scelte politiche basate sui fatti scientifici sono comunque scelte ideologiche, non si scappa). Così si potrebbe forse rimediare alla dissimmetria d'informazioni tra gli specialisti (gli scienziati, i politici, le imprese) e la società civile, dissimmetria sempre più accentuata e causa certa di una polarizzazione antidemocratica e autoritaria.'

(Redazione FGB - 4 febbraio 2003)

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  1. 1] /schedabiografica/Redazione FGB
  2. 2] /it/pagine/2007/11/progresso_e_responsabilita_il.html
  3. 3] /it/pagine/2007/11/progresso_e_responsabilita_il.html
  4. 4] /02/docs/longo-relazione.pdf
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