La riflessione di Guerre in codice. Come le intelligenze artificiali resettano la democrazia di Michele Mezza (2025, Donzelli Editore) non si limita a registrare il rapporto tra tecnologia e politica. Il libro si colloca, piuttosto, in un punto di intersezione fra teoria della sovranità, trasformazione della guerra e mutazione antropologica stimolata dall’intelligenza artificiale.
Così come Alice nel Paese delle Meraviglie si interroga su chi sia a comandare, anche Mezza si pone lo stesso interrogativo. Carl Schmitt avrebbe risposto: lo Stato; Peter Thiel, invece, direbbe che sono i dati, le informazioni, il senso, che diventano ontologia per chi decide nello Stato.
Una volta chiarito che cosa sia l’intelligenza artificiale e quali siano le sue applicazioni concrete, il problema decisivo non è più tecnico, ma politico: occorre stabilire chi ne orienti lo sviluppo, secondo quali fini e attraverso quali strumenti di controllo. La questione non riguarda soltanto l’innovazione in quanto tale, ma la qualità della sovranità, la distribuzione del potere e la ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato in un contesto che strutturalmente supera i confini dello Stato-nazione.
La nuova tensione dello Stato
Mezza muove da una constatazione precisa, secondo cui lo Stato, inteso come soggetto terzo e sovrano, capace di esercitare una funzione di equilibrio politico, è oggi una «specie rara», sottoposta a una tensione inedita. Il ritorno della guerra ibrida non segnala solo una mutazione negli strumenti del conflitto, ma l’erosione interna della sovranità. Come mostrato dall’Osservatorio nazionale sulla sicurezza lo scorso anno, non si è di fronte a un ordine multipolare, piuttosto, si ha a che fare con una nuova configurazione, polinodale, in cui il potere si distribuisce tra nodi eterogenei, attraversata non solo da Stati, ma da piattaforme tecnologiche, gruppi finanziari e attori transnazionali capaci di incidere su infrastrutture critiche, informazione e processi decisionali.
L’interrogativo che muove la riflessione di Mezza diventa fondamentale, chi decide è il punto centrale dell’analisi.
Per Carl Schmitt il sovrano è chi decide sullo stato di eccezione. Oggi, però, l’eccezione non si manifesta solo nella sospensione dell’ordine giuridico, ma nel controllo delle infrastrutture digitali, delle onde elettromagnetiche, dei dati. Se il monopolio della forza definiva la sovranità moderna, il monopolio dell’informazione tende a ridefinirne la struttura. Peter Thiel, fondatore di PayPal e di Palantir Technologies, spesso richiamato dall’autore, sostiene nel suo scritto Il momento straussiano (2004) che il comando risieda nei dati e l’informazione diventa ontologia operativa, condizionando le possibilità di governo. Thiel, infatti, individua nel capitalismo occidentale un torpore innovativo che solo una riattivazione della tensione, anche attraverso forme di violenza controllata, può spezzare, fondendo i concetti di sicurezza e libertà in un unico paradigma.

Se il monopolio della forza definiva la sovranità moderna, il monopolio dell’informazione tende a ridefinirne la struttura
Le direzioni del potere
Il post-sovranismo delineato da Mezza coglie la trasformazione, evidenziando conflitti molecolari, totalizzanti, semantici, in cui l’intelligenza artificiale si colloca al centro di questo crocevia e la tecnologia diventa non solo strumento, ma criterio di differenziazione fra gli uomini e tra gli uomini.
La guerra ibrida contemporanea assume la forma di una competizione per il controllo dell’intelligenza artificiale: chi governa i sistemi di machine learning, capaci di accumulare, interpretare e predire comportamenti, governa la realtà. Come mostrato da Kate Crawford, nel suo saggio Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA, il digitale non è neutrale, ma è una tecnica di potere che struttura gerarchie e produce asimmetrie; dunque, necessita di una governance.
La fragilità del nesso tra struttura etica e senso comune è il cuore della crisi della democrazia rappresentativa e il confine fra welfare della sicurezza e abuso del controllo diventa la linea di faglia politica.
L’episodio dell’insediamento a Kiev dell’ex dirigente Google Eric Schmidt, con la sua società Swift Beat, che permette l’uso dei propri droni dotati di sistemi di IA in cambio di un accesso libero e illimitato ai dati di combattimento, evidenzia una dinamica cruciale, ovvero la guerra diventa laboratorio di addestramento algoritmico e chi controlla i dati di addestramento controlla l’evoluzione del sistema e, con essa, l’asimmetria strategica futura.
Stati Uniti e Cina emergono, nella riflessione di Mezza, come Stati algoritmici, anche se secondo modelli differenti: nel primo caso attraverso il primato delle grandi piattaforme private integrate con l’apparato di sicurezza; nel secondo mediante una fusione organica e ideologica tra partito, Stato e imprese tecnologiche. In entrambi i casi, il sapere si traduce in calcolo predittivo e l’analisi dei dati diventa una forma di nanotecnologia politica, attraverso profilazione, anticipazione dei comportamenti, interferenza personalizzata, automazione del rapporto tra rappresentanti e rappresentati. Non si tratta più di domandarsi se le macchine pensino, ma se combattano e per conto di chi.
Le zone grigie
La trasformazione del conflitto era stata anticipata dalla teoria dei cinque anelli di John Warden, che descrive lo Stato come un sistema vulnerabile se colpito nei suoi centri nevralgici: leadership, risorse, infrastrutture, popolazione, forze armate. Da questa riflessione, con John Arquilla emerge la centralità del networking: una guerra reticolare, permanente, fondata sulla connessione tra nodi distribuiti. Mezza, infatti, ricorda come anche Barack Obama abbia riconosciuto il nuovo protagonismo degli attori privati, che dispongono di capacità tecnologiche un tempo prerogativa esclusiva degli Stati.
Il conflitto contemporaneo si dispiega nelle zone grigie tra pace e guerra, dove l’informazione diventa arma primaria. Telecomunicazioni, memorie, potenza di calcolo costituiscono la nuova infrastruttura strategica, ma la connettività generalizzata produce vulnerabilità sistemiche: attaccare costa meno che difendere e la cybersecurity diventa dimensione strutturale della sovranità.
L’acquisto di piattaforme come quelle di Palantir non significa solo l’adozione di uno strumento, ma l’importazione di un’architettura decisionale che incorpora modelli operativi e presupposti valoriali. La nuova guerra, infatti, assume anche forma cognitiva, attraverso data poisoning, manipolazione percettiva, conflitti di quinta generazione centrati sull’alterazione del senso comune. Pochi soggetti dotati di potenza computazionale possono incidere sulla volontà elettorale, comprimendo le mediazioni e riducendo la distanza tra decisione tecnica e deliberazione politica.
Il modello associativo descritto da Tocqueville rischia di essere sostituito da un rapporto automatizzato tra individuo e sistema. Parallelamente, la tecnologia agisce come fattore di ristrutturazione simbolica. Zygmunt Bauman aveva individuato il passaggio dalle lotte di classe alle lotte per il riconoscimento identitario, mentre Fei-Fei Li ricorda che ogni rivoluzione digitale si innesta su identità stratificate. Le guerre ibride operano proprio su questo piano: intervengono sui linguaggi, modificano i vocabolari, destabilizzano i riferimenti comuni.
Da Niccolò Machiavelli a Thiel si ha un’inversione cruciale, per cui la politica sembra comunicare ciò che la tecnica decide, dove l’intelligenza artificiale, anticipando bisogni e orientando scelte, rischia di confinare il pensiero dentro schemi di calcolo.

Uno Stato tecnologicamente potente ma privo di controllo democratico rischia la deriva autoritaria; uno Stato che rinuncia alla dimensione tecnologica si condanna all’irrilevanza
La «tecnologia civile»
La nozione di “documedialità” elaborata da Maurizio Ferraris, e riportata dall’autore, chiarisce ulteriormente le dinamiche attuali: l’informazione non si limita a descrivere il reale, ma lo produce. L’interazione tra documentalità e medialità molti-a-molti genera un ambiente in cui il dato diventa infrastruttura ontologica e governare l’abbondanza documentale diventa una condizione di sopravvivenza per lo Stato. Si definisce uno Stato digitale, dotato di protesi generative capaci di accelerare decisioni e processi amministrativi. Mezza, però, porta alla luce un problema strutturale, ovvero l’imprinting semantico ed etico dei sistemi sviluppati da attori privati. Può uno Stato delegare implicitamente a un algoritmo addestrato altrove e da altri la definizione delle proprie priorità? Può importare senso comune?
Uno Stato tecnologicamente potente ma privo di controllo democratico rischia la deriva autoritaria; uno Stato che rinuncia alla dimensione tecnologica si condanna all’irrilevanza. Adriano Olivetti concepiva l’informatica come tecnologia di emancipazione, a condizione che la rete si sviluppasse dal basso, con decentramento e partecipazione civile. L’autore, infatti, riprendendo la riflessione di Olivetti, delinea due traiettorie possibili: un’alleanza partecipativa e democratica tra istituzioni e cittadini nell’addestramento e nel controllo dei sistemi, oppure una verticalizzazione securitaria in cui la protezione si traduce in sorveglianza permanente. È in questo paradosso che Mezza individua nello spazio della dialettica politica, l’alternativa non può essere tra tecnofilia e tecnofobia, ma tra due modelli di integrazione, uno “democratico”, l’altro “autoritario”.
L’autore, infatti, propone una ridefinizione dello Stato, dove solo un’altra tecnologia, intesa come tecnologia civile, attraverso un insieme di procedure condivise e verificabili, può governare responsabilmente l’intelligenza artificiale.
La competizione globale sull’intelligenza artificiale sembra assumere i tratti di una nuova corsa agli armamenti. L’annuncio di Google, nell’ottobre 2025, come ricordato nella postfazione da Pierguido Iezzi, di reti autonome basate su intent-based networking segna il passaggio dall’automazione programmata all’autonomia orientata agli obiettivi. Sistemi con autonomia orientata non possono che significare che, in assenza di una governance consapevole, l’essere umano rischia di ridursi a nodo tra nodi in un sistema che ottimizza senza deliberare.
Nessuna moratoria regge alla logica della ragion di Stato. L’etica dell’intelligenza artificiale, o, come preferito dall’autore, delle intelligenze artificiali, deve tradursi in clausole operative verificabili, in cui la conformità normativa diventa presidio di valori e diritti.
L’analisi proposta da Michele Mezza resta una questione politica: se la sovranità saprà integrare il calcolo senza esserne assorbita, l’intelligenza artificiale potrà essere gestita. In caso contrario, non sarà più la politica a decidere dell’eccezione, ma l’algoritmo.
Per Mezza, infatti, l’intelligenza artificiale non è un destino, ma un nuovo campo di battaglia politico. Anche nelle battute finali l’autore non risponde all’interrogativo iniziale, ma lascia la riflessione aperta; il punto, tuttavia, è chiaro: se il sovrano è chi controlla il codice, allora la sfida democratica consiste nel rendere quel codice trasparente, negoziabile, sottoposto a controllo pubblico. Solo così la sicurezza potrà essere emancipazione e non dominio e lo Stato, non più nella sua forma tradizionale ma con strutture nuove e confini nuovi, sarà in grado di reggere il cambiamento.














