20 passi per un dialogo [25 Maggio]

( 20 Maggio 2004 )

( scritto da Gian Maria Borrello Cliccare sul link per scrivere all'autore )

Vai all'aggiornamento del 25 maggio

Con questo post intendo ripercorrere la conversazione che si è svolta on line recentemente (e forse continuerà a svolgersi) fra Fiorella Operto, Tommaso Correale Santacroce e me.

Primo passo...

Post del 16 marzo

Il dialogo era partito come una sorta di intervista a Fiorella Operto e verteva sull'argomento del rapporto fra Arte e Scienza, o meglio: fra Arte e Robotica. Per meglio precisare e per essere più circostanziato: del rapporto fra comunicazione artistica (Fiorella da anni si occupa di comunicazione e di divulgazione scientifica) e robotica.

Secondo passo...

Post del 18 marzo

Fiorella ha subito posto in luce come sia connaturato allo spirito artistico l'aver a che fare con l'imprevedibile. Più volte ritroviamo nel dialogo (e in numerose occasioni lo si trova nel sito della FGB) il nesso fra "imprevedibile", "improbabile", "innovazione" (si pensi a come questi termini richiamino, pressoché immediatamente, i concetti di "libertà" e di "responsabilità"; tant'è che, nella nostra conversazione, a un certo punto è emersa la domanda se si possa parlare di responsabilità dell'artista).
Anche la robotica --ci dice Fiorella-- essendo una scienza allo stato nascente, per sua natura è una specie di "combinazione" interdisciplinare della quale non riusciamo (ancora?) a prevedere quale sarà il filone applicativo che andrà per la maggiore.

La nostra conversazione, essendo un'esperienza in presa diretta, ma per sua natura composta da interventi asincroni, si è sviluppata un po' come --citando Tommaso-- i filamenti delle nuvole. Se ci si pensa, è proprio questa sua caratteristica ciò che ha consentito una certa ricchezza di spunti, sia pur a scapito della coerenza. Cercare la coerenza nel mentre una forma di comunicazione di questo genere, in tempo reale e a più voci, si sviluppa frenerebbe di molto la spontaneità delle idee espresse.

Siamo così "passati attraverso" il principio estetico nella scienza, le opere di Patricia Piccinini (l'arte come suggestione, l'arte come "messa in scena" di relazioni), il convegno (in quel momento in corso) "Modern Biology and Visions of Humanity", "Oxygen" di Carl Djerassi, Scienza e Teatro, lo Specchio (...Alice nello specchio ci passa attraverso), il robot come ente che costringe l'essere umano a confrontarsi col proprio "io" (...lo specchio "costringe" gli astanti a confrontarsi con la propria immagine, a "ri-conoscersi" o a non "ri-conoscersi" in essa; e il problema del riconoscere un robot è argomento topico di molti film...), proprio come gli artisti ci "costringono" a guardare (e poi a "vedere") qualcosa che, diversamente, non ricadrebbe nella nostra prospettiva, nella nostra percezione, nella nostra comprensione del mondo.

Da Milton a Calvino al Capek di "R.U.R, Rossum's Universal Robots", a Pinocchio, Frankenstein, il Golem, a Nathan Never.

Fino al concetto di un "mondo misurato e dominabile", senza più imprevisti e... senza innovazione?

Robot (idealtipici) che ci prendono per mano e ci conducono a interrogarci sulla nostra libertà e responsabilità.


[25 maggio]

Not about robots, but about us

Così si chiude un recente articolo che Bruce Sterling ha scritto per Wired (ringrazio Paola Parmendola per avermelo segnalato):

«If the symposium [Ndr: the First International Symposium on Roboethics] offers a take-home message, it's not about robots, but about us. It's about the likes of Alfred Nobel, a person so farsighted that he changed the face of science. He also became one of the most notorious arms dealers of his time. San Remo was his final refuge from the opprobrium of the civilized world.

Ever since Karel Capek introduced the term with his 1924 play R.U.R. or Rossum's Universal Robots, robots have been our theatrical attempt to dress up technology in human form. They embody our very human desire to make technology into a buddy or maybe a doppelgänger - but at least somebody. Somebody like us, with one improvement: We can make a robot behave, even though we've never managed that trick with ourselves. After all, Nobel was a humanitarian benefactor who enriched the world with his weaponry. Being good is nowhere near as simple as it sounds.»

Si veda anche l'intervista che gli ha fatto Sylvie Coyaud (riportata nel blog "Tout se Tient"):
link diretto all'intervista
"Avremo i robot che ci meritiamo" (il post nel blog Tout se Tient)

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Robot: il corpo e l'anima

( 17 Maggio 2004 )

( scritto da Fiorella Operto Cliccare sul link per scrivere all'autore )

La locandina del film 'Artificial Intelligence: AI', di Steven Spielberg

Il saggio di Silvana Barbacci è oggetto dell'articolo a cui Fiorella Operto si riferisce

Desidero intervenire sulle tante ed interessanti riflessioni proposte nell'articolo intitolato "Dal Golem all'intelligenza artificiale: la scienza in teatro per una riflessione esistenziale" presentato nella sezione Argomenti. In particolare, sul tema della "rimozione del corpo" ripreso dal saggio di Silvana Barbacci e sviluppato attraverso l'analisi di alcune opere teatrali sul tema dei robot e della nascita dell'Intelligenza Artificiale.

Il Robotlab di Genova (Reparto Robotica del CNR-IAN di Genova)

Vorrei qui riprendere il tema da un punto di vista speciale, vale a dire quello dell'approccio robotico all'Intelligenza Artificiale. Questo "osservatorio" mi è offerto dal fatto che da tempo collaboro con un Laboratorio italiano di Robotica e in questi anni ho portato avanti, con i colleghi ingegneri, approfondite discussioni sui temi presentati nel saggio. È un approccio, quello della Robotica che costruisce macchine per ambienti non conosciuti, o poco conosciuti, macchine che si muovono nel mondo reale e vi devono compiere azioni, macchine intelligenti che devono sostituire o assistere l'uomo in compiti ripetitivi, difficili, pericolosi o impossibili, assai prossimo ai temi che vengono dibattuti in generale sul sito della FGB in tema di innovazione e società. Infatti la Robotica, una scienza giovane che è nata dalla sinergia di tante discipline scientifiche ed umanistiche (Meccanica, Automazione, Elettronica, Informatica, Cibernetica, Intelligenza Artificiale, attingendo contributi da Fisica/Matematica, Logica/Linguistica, Neuroscienze/Psicologia, Biologia/Fisiologia, Antropologia/Filosofia, Arte/Design Industriale), ancor più dell'Automazione, analizza il mondo della tecnologia chiedendosi come potervi inserire sempre più "intelligenza".

Recentemente, inoltre, proprio dall'associazione di cui faccio parte, la Scuola di Robotica, è nata l'iniziativa di sollecitare tra gli scienziati robotici una profonda riflessione ed un chiaro dibattito sui principi etici che devono presiedere alla progettazione ed all'impiego delle macchine intelligenti, i robot. Stiamo parlando quindi della necessità di un'innovazione il cui sviluppo sia influenzato da un approccio etico.

www.roboethics.org

Si vedano anche:
Segnalazione del 18/2/04
Rassegna stampa del 14/04/04

Ci rendiamo tutti conto della difficoltà, ed anche della complessità della proposta, ma siamo stati confortati dall'interesse - questa volta sì! - di tanti robotici, e non solo, come era stato auspicato, di studiosi di scienze morali, di filosofia, sociologia, antropologia.

Ecco da quali presupposti è partita la mia riflessione sul saggio in oggetto.

***

Scrive Italo Calvino nel Signor Palomar: " Dunque: c'è una finestra che s'affaccia sul mondo. Di là c'è il mondo; e di qua? Sempre il mondo: cos'altro volete che ci sia? E dato che c'è mondo di qua e mondo di là della finestra, forse l'io non è altro che la finestra attraverso la quale il mondo guarda il mondo".
L'io come una "strozzatura" del mondo, una singolarità del mondo, un ripiegamento del mondo su se stesso?
Uno schema, espresso in forme diverse, si ripete nei diversi dualismi che incontriamo nella vita (cuore/ragione; mente/corpo sensi/intelletto, io/mondo, e così via). Possiamo considerarlo come un apriori dovuto ai limiti della "finestra", modificabile forse con il nostro stesso sviluppo, sviluppo come "finestra-io" e come "finestra-specie"? La nostra semplificazione è così barocca da non temere quasi rimproveri.

Il Seminario in forma di Forum tenuto da Giuseppe O. Longo
(citato nell'articolo a cui Fiorella Operto si riferisce)

Da questo punto di vista, è molto interessante il concetto che Giuseppe O. Longo offre nel "Seminario in forma di Forum" su questo sito. Il "corpo" sarebbe una interfaccia con la quale "siamo" collegati con noi stessi e con il mondo. Le nostre stesse parole ci costringono però a spostare solo in là il problema: "chi" è che "è" collegato con il corpo e con noi stessi?
Le origini dell'antica storia della Mente e del Corpo "separati in casa" è senza dubbio misteriosa, e ha le sue radici nel mito (Psiche e Amore). Una delle sfide delle moderne scienze cognitive è quella di tentare di correggere l'imprecisione di Platone e l'errore - o meglio, il machiavellismo - di Cartesio.
Una breve storia ci chiarirà forse perché tra il "Golem" e "Intelligenza Artificiale" non corra buon sangue.

Il primo dei "padri" dell'Intelligenza Artificiale, Alan Mathison Turing, ideò la sua macchina computazionale come risposta ad una delle sfide lanciate dal grande matematico David Hilbert nel 1928: esiste sempre una maniera rigorosa di "decidere" (entscheiden) se un dato enunciato matematico sia falso o vero? Il giovane Turing (e contemporaneamente, ma in modo meno elegante, il già affermato professor Alonzo Church) avanzò una soluzione, al problema posto: una "macchina", una macchina computazione che potesse eseguire tutte le operazioni logiche. Ma non era una macchina fisica, quanto un meccanismo "universale", capace di venire modificato, "programmato" a seguire regole opportune a seconda delle operazioni da eseguire.
L'Intelligenza Artificiale (che nasce ufficialmente negli anni Cinquanta del Novecento) seguirà diverse strade e varie scuole, con grandi successi e anche grandi empasse. L'approccio di quella che sarà chiamata l'IA forte è quello di tentare di simulare le funzioni più evolute della mente umana mediante programmi software svincolati dalla realtà. Qual è dunque qui l'intelligenza che viene presa in considerazione? Quella dell'uomo. E volendo studiare e simulare l'intelligenza umana, da quale si comincia? Cominciamo da Kasparov, un genio! Per risolvere quale problema? Battere Kasparov a scacchi!

Il dibattito si fece aspro, e uno degli argomenti era ovviamente incentrato intorno a che cosa si intenda per "intelligenza": se un qualsiasi ragionamento può sempre essere ridotto a calcolo, allora una calcolatrice tascabile sembra essere assai più intelligente di un essere umano normale. Vennero costruiti calcolatori sempre più grandi e potenti e quando Deep Blue batté Kasparov a scacchi si gridò al "sorpasso". Ma in realtà l'IA non aveva dato grandi risultati, e non era stata inserita in alcuna macchina, con un certo grado di successo. Era stato l'investimento di alcuni ambienti culturali ed industriali statunitensi legati alle grandi macchine, ai calcolatori sempre più potenti: il mito del supercalcolatore dell'IBM. Ma ciò che è stato effettivamente realizzato tramite l'IA, al di là di alcuni giocattolini prototipo dell'MTI, sono stati sistemi di gestione finanziaria e banche dati. In realtà, macchine intelligenti che funzionino con pezzi di IA realizzata ce ne sono ben poche. Nessun "Golem" è stato fino ad ora costruito con l'IA.

Una corrente di ricercatori robotici intraprese la strada opposta a quella della IA forte, detta top-down, cioè, come accennato, il tentativo di simulare artificialmente l'intelligenza umana. Erano ingegneri robotici che si rifacevano ad una filosofia detta del bottom-up, partire dal basso, progettare e costruire tanti mattoncini intelligenti per farne pezzi di macchine intelligenti per farne macchine intelligenti. Citiamo James Albus, un noto ingegnere robotico che ha lavorato anche per la Nasa. Questi ingegneri ricordavano come nessun animale intelligente funzioni sulla base della logica formale della IA, con un corpo amorfo controllato centralmente da un potente calcolatore. E che, come gli esseri viventi si sono evoluti, con i loro comportamenti intelligenti, in relazione all'ambiente, anche le macchine intelligenti dovevano essere progettate e costruite in una relazione strettissima con l'ambiente in cui avrebbero dovuto operare.

Una delle strade intrapresa da molti scienziati e ricercatori di intelligenza artificiale è stata dunque quella dell'imitazione della Natura. Non esiste, essi hanno affermato, un'intelligenza astratta separata da un corpo, ma l'intelligenza si è evoluta sul nostro pianeta IN un corpo che vive IN un ambiente e si confronta con esso, per sopravvivere e riprodursi. Ad un organismo nato da e in un ambiente, allo scopo di sopravvivere e riprodursi, non è sufficiente la potente intelligenza che batte Kasparov a scacchi. Esso necessita di un gran numero di funzioni, o meccanismi, del "controllo" dislocati in tutto l'organismo, e coordinati in modo tale che non si verifichino azioni conflittuali tra due o più sistemi.
I ricercatori robotici si rifecero agli studi di neuroscienze, ricerche che erano iniziate a fiorire in diversi laboratori negli anni Settanta ed Ottanta del secolo scorso, secondo cui il nostro complessissimo Sistema Nervoso Centrale sarebbe costituito da diversi singoli circuiti neurali o gruppi di neuroni (G. Edelman) mentre vari meccanismi di inibizione permetterebbero di far emergere il comportamento selezionato. Un organismo evolutosi lungo la selezione naturale deve aver selezionato "comportamenti intelligenti" tradottisi in pattern di comportamenti capaci di farlo sopravvivere e riprodursi risolvendo molti nuovi problemi. Meccanismi anche "dislocati", proprio per ragioni di velocità di interpretazione/decisione/azione. Recenti studi propongono che, per esempio, in molte specie il sistema della visione sia dotato di sistemi intelligenti propri, e che molte delle funzioni di image recognition avvengano già a livello della retina.
Studi condotti nelle università del Canada, in Arizona e all'Institute of Hearthmath della California (la cui missione, interessante per i nostri scopi, è "to facilitate people in finding the balance between mind and heart in life's decisions") hanno mostrato che il cuore umano possiede una capacità di processing assai speciale. Se il cuore non "pensa" come il cervello, tuttavia esperimenta ed "elabora" informazioni di carattere emozionale che diffonde al resto del corpo attraverso percorsi ben precisi. Inoltre, un team di cardiologi dell'Università di Dalhousie in Nova Scotia ha identificato un sofisticato sistema nervoso proprio del cuore che chiamano "il piccolo cervello dentro al cuore". Questo "cervello" ha capacità computazionali molto particolari che influenzano in modo decisivo - attraverso la produzione di ormoni - sia il cuore stesso che il cervello.

In parallelo agli studi di Pierre Lévy sull'intelligenza distribuita, o connettiva, negli organismi e nei sistemi sociali, si parla dunque di "intelligenza distribuita" nei singoli organismi. In Robotica, il concetto di intelligenza distribuita è alla base delle ricerche sull'architettura di un robot.
Le implicazioni sociali ed economiche del concetto di intelligenza distribuita sono moltissime, in questo periodo di innovazioni in Robotica, di ICT e Reti.
Immaginiamo ora che si possano stabilire ampie connessioni di robot alle reti: un'espansione alla società della tele-robotica, o, come si dice oggi, e-robotics. La connessione di un robot alla rete costituirà un'espansione dei limiti fisici dei robot che possiamo costruire. Il concetto di robot cambierà, non più come una macchina fisica tradizionale, autonoma oppure controllata da un operatore, ma come un insieme di parti non necessariamente interconnesse fisicamente, ma collegate dal punto di vista dell'informazione.
Per cui, possiamo pensare ad un sistema robotico intelligente che opera in un cantiere pericoloso in cui gli occhi sono piccoli elicotteri e le braccia ruspe, governato da un centro di comando che può anche essere dall'altra parte del pianeta o addirittura su un altro pianeta. A loro volta, saranno più d'uno i calcolatori che implementeranno l'intelligenza di questo super robot: per esempio uno potrebbe essere quello che conosce perfettamente il modo di operare del robot ed un altro quello che conosce lo scenario in cui il robot sta operando ed un terzo quello che contiene il database storico di tutte le operazioni simili compiute da robot analoghi o da operatori umani nel passato. Tutti questi robot, collegati tra di loro, costituiranno di fatto i vari livelli dell'intelligenza di questo super-robot distribuito.

Si veda anche:

"Maybe, the ultimate robot !"

e, per l'Internet interplanetaria:

"Inter - Inter - net"

nel blog Kata Gene

Non è lontano un futuro in cui una fabbrica automatizzata, popolata di robot cooperanti, potrà essere vista come un unico grande organismo artificiale, una macchina che digerisce materie prime e produce cose utili all'uomo. Questo insieme di macchine, che potrà ricordare il modo di funzionare di un formicaio, è infatti un sistema, nel senso cibernetico del termine, dove lo scambio continuo di informazioni tra i vari robot rende possibile un livello di coordinazione, e quindi di cooperazione, che compensa la minore intelligenza dei singoli robot, raggiungendo livelli di efficienza competitivi con quelli di un'analoga squadra di uomini ben addestrati.
In questo senso vediamo quindi come lo sviluppo delle comunicazioni genera un'espansione del concetto di Robotica in cui la rete non è più solo un supporto per comprare robot o per teleoperare robot, ma anche uno strumento per realizzare robot più complessi. E quando la rete non sarà più soltanto una rete di calcolatori ma una rete di robot, e avrà quindi occhi, orecchie e mani, sarà diventata anch'essa un robot: sarà forse il robot finale che a volte appare nelle previsioni dei futurologi.

Addendum (Redazione FGB):
- "Can Robots Extend Hubble?" e "People Are Robots, Too. Almost" (due articoli recenti),
nonché:
- "Robotic Explorers", tutti nel sito della NASA.

Il robot della NASA che esplora Marte


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Dal Golem all'intelligenza artificiale: la scienza in teatro per una riflessione esistenziale

( 14 Aprile 2004 )

( scritto da Redazione FGB Cliccare sul link per scrivere all'autore )

Questo articolo ha il titolo che Silvana Barbacci ha dato al suo saggio pubblicato nel sito del giornale del Master in Comunicazione della Scienza della Sissa, intendendo per "riflessione di tipo esistenziale" «una riflessione che ha a che fare con temi che riguardano intimamente l'uomo, il significato del suo essere nel mondo, la responsabilità del suo agire. In questo senso la scienza non offre al teatro contenuti, ma una materia viva da cui scaturiscono domande sul senso della storia, della vita e della morte.»

Il saggio analizza tre opere teatrali (R.U.R, Rossum's Universal Robots di Karel Capek, Il cervello nudo, di Giuseppe O. Longo e I Cinque di Cambridge, di John L. Casti, nell'adattamento per il teatro) che, «ognuna a suo modo, sottopongono lo spettatore a una riflessione sul tema delle "macchine pensanti", frutto del sogno demiurgico dell'uomo di imitare l'atto della creazione divina».


La "rimozione del corpo"

Uno dei leitmotiv interni al saggio che vorremmo qui evidenziare è quello della "rimozione del corpo", cioè la questione (interna a tutto lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale, ma che, ovviamente, ha radici storico-filosofiche molto profonde) che consiste nell'indagare la consustanzialità del corpo rispetto all'intelligenza (e alla mente... e alla coscienza di sé).
Anche nell'immaginario dei racconti (fanta)scientifici, è forte la presenza degli scritti in cui testa, corpo e cervello vengono separati, composti con le loro copie artificiali. Come se la relazione tra la mente e il corpo fosse poco chiara, un campo tutto da esplorare. E in effetti è così.
La posizione di partenza degli studi sull'intelligenza (ma anche il pensiero comune) tende subito a due domande di base: "dove si posiziona il pensiero" e "dove si colloca il sé".
Sono domande sul corpo che di per se stesse cercano la "sezionabilità", come se fosse una strada ambita poter superare la base fisica del pensiero.
La "rimozione" del corpo di cui al saggio, sottolinea appunto come i primi anni di studi sull'Intelligenza Artificiale si siano avviati lungo una via dove il corpo veniva ignorato o sostituito, senza che fosse concepito come parte in causa.
La soluzione, d'altra parte, a livello di speculazione inventiva (v., in questo sito, i testi citati in "11 creature"), non poteva dare risposte, senza che venisse scelta una direzione.

Il Principio di precauzione in questo sito:
• nel Percorso dedicato;
un'intervista di Margherita Fronte a Paolo Vineis sui rischi delle nuove tecnologie applicate alla vita e sul principio di precauzione (negli Argomenti di Novembre 2002 - Gennaio 2003)

A volte, di fronte a un bivio incerto prendere a caso una delle strade è l'unica cosa buona da fare, ma... in altri casi è sostare fino a che non si è ricevuta qualche informazione che permetta una scelta? (questa domanda ci riconduce alla tematica del "principio di precauzione" e delle responsabilità delle scelte in campo scientifico).

Sulla "rimozione del corpo" è abbastanza noto il punto di vista di Giuseppe O. Longo, frequentatore di questo sito (al quale siamo riconoscenti del seminario in forma di forum, ricco di tanti spunti e approfondimenti, svoltosi qui, cioè on line, all'inizio dell'anno scorso): «Se dico che il corpo è uno "strumento" non lo dico certo per sminuirlo, ma al contrario per indicare la sua assoluta pregnanza: per me la tecnologia (di cui il corpo è il primo e più fondamentale elemento) è costitutiva, non superficiale: il corpo è il filtro, l'interfaccia con la quale siamo collegati con noi stessi e con il mondo. Il sogno di meccanizzare il pensiero e, soprattutto, di esorcizzare le misteriose e inquietanti capacità del genio ha segnato tutta l'età moderna, e ha portato all'invenzione di una serie di estroflessioni cognitive, più o meno raffinate ma sempre di natura automatica, nel tentativo di ottenere con un sol colpo di manovella tutte le proposizioni vere, tutti i risultati esatti, tutti i teoremi dimostrabili. Ma il colpo di manovella provoca un'alluvione di proposizioni vere tra le quali il cieco automatismo della macchina non consente di distinguere quelle insignificanti da quelle davvero importanti. La discriminazione può essere compiuta solo dagli esseri umani in base alle loro capacità e ai loro interessi esistenziali: quindi la complessità della persona e lo spettro del genio, cacciati dalla porta, rientrano dalla finestra. Il genio, con le sue qualità misteriose e lussureggianti, la sua intuizione ingiustificabile e le sue creazioni arbitrarie, causa nelle persone comuni uno sgomento e un timore reverenziale che da un momento all'altro possono tramutarsi in avversione, odio e furore.» (replica del 14 febbraio 2003; link al testo integrale del Forum)
[ * ]

Il leitmotiv della "rimozione del corpo" appartiene, poi, all'alveo della tematica del "Post Human", che in questo sito ricorre in diversi momenti e sotto vari profili di approccio; il più completo è probabilmente quell' "11 Creature" più sopra già indicato.


Mondo eccessivo e caotico; ordine e disordine; responsabilità e innovazione

C'è, inoltre, una frase di Longo, ripresa dalla Barbacci, che ci pare densa di significato per le attinenze che può avere con la tematica di base che costituisce la ragion d'essere della Fondazione Bassetti. La frase è la seguente: «Corpo e genio sono simboli e attori del disordine, si oppongono dunque al continuo tentativo dell'uomo di impartire ordine e regola al mondo eccessivo e caotico nel quale viene a trovarsi. Con l'aiuto della ragione, della razionalità computante, l'uomo cerca sempre infatti di ricostruire la realtà, sostituendo al mondo dato, troppo florido e rigoglioso, un mondo più asettico e meno violento, un mondo misurato e dominabile che gli consenta di sopravvivere.»

Ordine che si contrappone al disordine... ci si può anche chiedere se possa esservi una sovrapposizione semantica con responsabilità e innovazione. Ma allora, se si sceglie di stabilire tale affinità concettuale, potrebbe darsi la conseguenza che siamo di fronte a una contrapposizione? In altri termini: tra agire innovativo responsabile e agire innovativo può esservi un contemperamento, oppure v'è sempre un procedere dialettico per contrapposizione e sintesi?
Una chiave d'approccio potrebbe consistere nel porre l'attenzione sull'opinione di Longo secondo cui «l'uomo cerca sempre di ricostruire la realtà, sostituendo al mondo dato, troppo florido e rigoglioso, un mondo più asettico e meno violento, un mondo misurato e dominabile che gli consenta di sopravvivere.»
"Un mondo misurato e dominabile"... all'interno di quale visione del mondo è allora coerente immaginare l'innovazione come azione scardinante, e quindi rivoluzionante, rispetto un sistema precostituito?
Se possiamo convenire sul fatto che uno spazio all'innovazione può essere immaginabile sempre esistente, così come non si può immaginare una realtà senza imprevisti, allora potrebbe porsi la questione della gestione di questo spazio, sia che noi fossimo per una limitazione di quest'area, sia che ci ponessimo nell'ottica di un mondo totalmente caotica.

In proposito, la seguente osservazione della Barbacci può far luce su una possibile tesi, quella di Karel Capek, l'autore di R.U.R, Rossum's Universal Robots: «Capek non aveva fiducia nelle riforme violente che prospettavano scenari radiosi per il futuro e non si faceva molte illusioni sui cambiamenti. Per questo, nel suo testo, per bocca di Alquist [Ndr: il protagonista del racconto] prevale un'inclinazione verso l'equilibrio, il rispetto per la natura e gli altri esseri umani e viene sottolineato il valore dell'amore come unica possibilità di riscatto.».


L'arte come mezzo di conoscenza del mondo

Un altro leitmotiv che è possibile riscontrare nel saggio è quello dell'arte come mezzo di conoscenza del mondo immediata, cioè --appunto-- non mediata dalla ragione. Di questo (o meglio: anche di questo) si sta discutendo nella conversazione che si svolge da qualche settimana in questo sito.

Le tre opere analizzate nel saggio «non sono certo gli unici esempi --scrive Silvana Barbacci-- di come temi inerenti alla creazione imitata e alle macchine pensanti arrivino in teatro, ma sono particolarmente significativi perché, attraverso realizzazioni sceniche differenti, con contenuti e punti di vista diversi, mostrano la bifrontalità del rapporto fra scienza e teatro: il teatro che guarda alla scienza e la scienza che guarda se stessa in teatro».

Il rapporto fra scienza e teatro è stato da ultimo toccato in questo sito lo scorso settembre: "La scienza a teatro"


Coscienza (e quindi) dolore (e quindi) responsabilità

Una pagina dedicata a "Il cervello nudo", sul sito Erewhon

Il tema della responsabilità è d'altra parte insito nel opera drammatica di Giuseppe O. Longo intitolata "Il cervello nudo" e presa in esame nel saggio della Barbacci: un testo scritto per il teatro che ruota attorno a tre concetti che sono l'uno completamento degli altri: coscienza, dolore, responsabilità.

Il dialogo seguente, che si svolge fra due personaggi del racconto, compendia la morale che l'autore sembra privilegiare: il progresso, inteso nel senso della tecno-scienza ci appare quasi dotato di una sua intenzionalità impersonale (nonostante questi due termini possano apparire antitetici) nello sfuggire alla memoria di «quel luogo oscuro e baluginante cui tendiamo di continuo, il luogo della germinazione prima, dei defunti, delle premonizioni, dei consanguinei, dei figli. Un luogo dal quale ci siamo sforzati di uscire per riscattarci dalla condizione umana [Ndr: il "Post Human"...], ma che non cessa di chiamarci con una voce che si ode quando si attenua o tace il frastuono del pensiero e delle macchine. E' questo luogo che la razionalità rifiuta, il punto delicato e sensibile in cui incontriamo noi stessi per diventare ciò che siamo, e riflette il carattere elusivo e peculiare della nostra umanità. Portiamo in noi il marchio di tutte le cose, e anche dell'ombra dalla quale siamo usciti: che cosa comporta il distacco volontario dalla nostra linea germinale? La ricostruzione formale del mondo significherebbe appunto un rifiuto della nostra storia psicobiologica, del corpo e delle sue istanze fondamentali, una svalutazione dell'inconscio e una negazione della femminilità»

Il protagonista del racconto, pur non rinnegando la scienza, sostiene il valore profondo della moderazione, che è anche figlia di un approccio umile al mondo. Di un approccio, cioè, che dovrebbe essere ispirato da origini antiche, visto che è frutto della nostra coscienza, della coscienza (anche dolente) di ciò che siamo, del nostro potere, anche distruttivo, così come dei nostri limiti. Moderazione e umiltà... un modo di essere che, in ultimo, potrebbe forse risultare di grande aiuto per un progresso responsabile.
Il progresso... ecco come il progresso appare drammatico agli occhi del protagonista: «... il mondo è in pericolo deviamo i fiumi dalla Siberia! Trasciniamo gli iceberg all'Equatore! Mettiamo in orbita mille satelliti armati di specchi, così che le nostre città siano sempre illuminate da un riverbero implacabile!... Follie... [...]. Tutto è contaminato, devastato.vedo solo tralicci contorti, stazioni di servizio annerite dagli incendi, aeroporti abbandonati, opifici fumosi, deflagrazioni silenziose ai margini dei deserti, dalle foreste pluviali salgono velenose spire di fumo.e tutto ciò per opera di anonimi servi industriosi, gnomi della tecnica, laboriosi insetti che ripiombano nel nulla dal quale sono usciti un momento per portare il loro trascurabile contributo allo sfacelo del mondo... e questo contributo, per quanto minuscolo, per quanto infimo, pure sommandosi a tutti gli altri minimi contributi corrode e corrompe e intacca....»

Ma è il finale che riserva la vera e ultima morale del racconto, perché la "salvezza" dell'uomo dalla sua "perdizione" verrà solo se egli saprà ascoltare, in silenzio, la voce del mare, segreto della vita.
Il senso del limite, se vogliamo: un limite, interno a noi stessi, che è anche il mistero di chi siamo e del perché siamo. Se questo "senso" è radicato nell'essere umano per motivi biologici (preumani?) --e da qui il rifiuto del corpo, l'anelito al Post Human a cui abbiamo già accennato-- esso può forse richiamare alla mente un "senso del limite" che abbiamo preso in considerazione, in queste pagine l'anno scorso, nella visione di un filosofo di matrice cattolica, Adriano Pessina, il quale però parla non tanto di "senso del limite", quanto piuttosto di "'senso' del possibile e orizzonte del limite nella civiltà tecnologica".

Adriano De Laurentis, 'Paesaggio marino'

-- Adriano De Laurentis, "Paesaggio marino" --
(in www.delaurentis.it/)


Shosetsu

La riflessione esistenziale... ma torniamo al teatro: con "I cinque di Cambridge", una versione teatrale tratta dall'omonimo romanzo di John L. Casti, scrittore di scienza, che è stata curata da Luca Scarlini per il Festivaletteratura di Mantova del 1999. Nella nota al testo citata dalla Barbacci, Casti dice che il suo «non è proprio un romanzo, ma un'opera di fiction, anzi di quel nuovo genere che mi piace chiamare "fiction scientifica". La parola giapponese per questo tipo di lavoro è shosetsu, un termine molto più flessibile e ricco di 'romanzo'. Un'opera di questo genere, pur contenendo elementi di fiction, è qualcosa di più di una cronaca; è un'opera che tenta di trasferire in uno scenario fittizio le questioni intellettuali e conoscitive su cui si confrontano gli esseri umani impegnati nel modellare la scienza e la tecnologia del proprio futuro.»

I lettori di questo articolo troveranno una risposta a numerosi interrogativi (quali, per esempio, le trame delle tre opere teatrali) proprio nel saggio di Silvana Barbacci, dal quale desideriamo citare, da ultimo, le parole con cui (appunto) si conclude: «Di queste tre opere, in particolare "Il Cervello nudo", che nasce con la motivazione del teatro scientifico, mostra come il teatro possa ben coniugarsi con la scienza quando questa fa sorgere problemi che riguardano intimamente l'uomo, nel suo essere nel mondo e nella responsabilità del suo agire: in altre parole, quando la scienza diviene motivo di una riflessione più ampia, che trascende l'ambito dei suoi contenuti e si esprime nella domanda sul senso del mondo, della vita e della morte. Così il teatro torna ad essere il luogo di rappresentazione di quel nostro privato teatro interiore, che è la coscienza, dove queste domande si affacciano insieme ai pensieri, alle fantasie, ai sogni.»


Si vedano anche:



[*] Longo descrive un "Homo Technologicus" simbionte, un'evoluzione dell'uomo attraverso l'integrazione con la tecnologia; ma «uno degli inconvenienti più gravi a questo riguardo è la diversa velocità con cui si sviluppano la tecnologia, la nostra capacità di adattamento e le interfacce tra uomo e tecnologia (si tratta di direttrici evolutive spaiate [...]). Insomma il simbionte Homo technologicus fatica ad armonizzare le proprie componenti eterogenee e l'una rischia di soffocare l'altra. Gli antichi meccanismi del corpo (fisiopsicologici) soffrono per il contatto, anzi l'invasione, della tecnologia: la tecnologia è sempre un filtro, nel senso che potenzia (o addirittura rivela) certe capacità, ma ne indebolisce o sopprime altre, che magari sentiamo intimamente nostre e indispensabili. Ma la tecnoscienza è disposta a darci il tempo di cui avremmo bisogno per adattarci? O magari per rifiutarla? Ne dubito, proprio per l'accelerazione (da retroazione positiva) che anima l'innovazione: è proprio quest'accelerazione che a volte dà l'impressione che la tecnologia sia una componente autonoma o quasi del sistema complessivo, e questa autonomia percepita preoccupa molto chi vede nella tecnologia una minaccia all'identità dell'uomo.» (replica del 12 febbraio 2003; link al testo integrale del Forum)

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Argomento:
Post Human: robotica e intelligenza artificiale
(Indice da Settembre 2003 ad Agosto 2004)