Interventi al Forum nel mese di Novembre 2000

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From:   <aamato@s...>
Date: Mon Nov 6, 2000 00:25am
Subject: L'imprenditore ideale e quello reale

Ringrazio Gian Maria Borrello per la sollecitudine con cui fornisce il materiale informativo.
Raccolgo la sua richiesta di precisazione del mio punto di vista.
Chi ha successo oggi nel campo dell'economia? Si potrebbe rispondere: chi è creativo. Ma la creatività, così come la ragione, l'entusiasmo, o altro, possiede un'ambivalenza e può rivolgersi verso questo o quell'altro atteggiamento etico, o verso un qualsivoglia comportamento professionale. Il piano ideale va distinto da quello reale, perchè, altrimenti, potrebbe portarci a demonizzare ciò che è soltanto diverso da noi. Tra l'altro, chi trova delle risposte (non la risposta), anche quelle storicamente più soddisfacenti, dovrebbe , a sua volta, riformularle in maniera tale che possano essere accolte da altri. Il parallelo con l'arte, fatto da Alberoni, mi sembra che si muova in questa direzione, ma mi sia concesso di renderlo esplicito. Chi investe, in primo luogo lo fa per sè, se egli si dovesse anteporre altri fini, questi, prima o poi, li si rivelerebbero come estranei, o, peggio, sarebbero proposti in maniera aprioristica. Dice un detto talmudico: "Se non sono per me, chi sarà per me? Se sono per me soltanto, che sarà di me? Se non ora, quando?". L'interesse personale e l'anelito umanitario, o la tensione interiore, non sono in contraddizione tra di loro, così come non lo è il progetto con la sua pratica realizzazione (l'ora). Non c'è spirito che incontra il suo tempo, ma spirito e tempo che si incontrano ed uno spirito che cerca di aprire un nuovo tempo. L'imprenditore moderno deve esprimere anche competenza, e, sono d'accordo con Alberoni, egli deve inverare questa competenza col "suo spirito", ovvero con il suo progetto e con la sua visione ampia e solidale delle cose.
Andrea Amato

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Tue Nov 7, 2000 9:32am
Subject: Re: L'imprenditore ideale e quello reale

Ho letto con interesse sia amato che alberoni,ma devo dire che non sono
del tutto convinto.
Prima di tutto , la funzione dell'imprenditore: e' un dover essere
sostenere che l'imprenditore " dovrebbe" essere utile e svolgere un
servizio.E qui la fantasia sul tipo,la natura,gli scopi,le intenzioni
soggettive dell'imprenditore, si puo' sbizzarire , con il risultato che
ciscuna opinione e' valida, e quindi nessuna e' valida, perche' tante sono
le variabili. Anche quelle etiche.
Guardiamo invece a come vanno le cose,e riflettiamoci sopra:chi fa
impresa,crea ricchezza, e contemporaneamente, distrugge ricchezza. Non
e' neanche originale come teoria , perche' e' stata gia' formulata da
Schumpeter.
Perche' crea ricchezza ? Perche' attraverso lo scambio sistematico che
organizza, soddisfa bisogni altrui da un lato, e " deve" produrre
profitto:Altrimenti....chiude.
Perche' distrugge ricchezza ? Perche' lo scambio , se avviene con un
imprenditore,non avviene con un altro. Se un imprenditore profitta, cio'
avviene a danno dei suoi concorrenti.La torta e' sempre la stessa !
Queste sono le regole fondamentali . Il resto, e' silenzio.
Il problema pero' in parte, rimane per un altro aspetto, che e'
socialmente rilevante, e non puo' essere trascurato.
La oggettiva dannosita' creativa dell'impresa, non si limita al
concorrente, ma travolge i suoi ,creditori,azionisti,fornitori,clienti,
che non c'entrano nella guerra che esiste nel mercato. E allora ?
QUALE RIMEDIO PER MANTENERE INTEGRO E FUNZIONANTE UN SISTEMA CHE CREA
SIA DANNO CHE RICCHEZZA , SENZA le solite chiacchere sul solidarismo,la
filantropia,le belle intenzioni ? Mi piacerebbe parlarne con gli altri
amici.
Grazie dell'attenzione.
Vittorio menesini

From: Dado  <fasolo@u...>
Date: Thu Nov 9, 2000 00:51am
Subject: Amartya Sen , un economista libero e responsabile .

In relazione ad alcune questioni dibattute di recente e mei mesi
scorsi nel forum,  vorrei raccomandare vivamente la lettura
dell'intervista ad Amartya Sen, apparsa nel sito "Il Sole 24 Ore on-line", fatta da
Armando Massarenti, e che trovate alla fine del mio intervento.
Qui Sen tenta di coniugare la necessità dello sviluppo sostenibile con l'esigenza
della libertà individuale, libertà di innovare ma anche di scelta da parte del singolo,
che potrebbe sentirsi represso nel suo agire quotidiano.
Sen introduce in alternativa o integrazione della figura dello "sviluppo sostenibile",
il concetto di "libertà sostenibile", riesce a far quadrare il cerchio?
Voi cosa ne pensate?

Saluti da Davide Fasolo

Intervista a Sen, versione inglese, italiana e "Real Video":  http://www.ilsole24ore.com/art.jhtml?artid=14865

Amartya Sen è un protagonista del panorama economico-culturale che non ha
bisogno di presentazioni (Premio Nobel per l'Economia 1998), meritano
comunque una visita i siti a lui dedicati che ci permettono di approfondire la
sua conoscenza.

Amartya Sen (pagina personale con e-mail):
http://www.economics.harvard.edu/faculty/sen/sen.html

Amartya Sen (pagina personale con guestbook, indirizzo, e-mail):
http://www.nd.edu/~kmukhopa/cal300/calcutta/amartya.htm

La pagina del premio Nobel assegnato a Sen:
http://www.nobel.se/economics/laureates/1998/

Amartya Sen (albun fotografico):
http://pages.whowhere.com/news/bengaliskanyheter/sena.html

Amartya Sen: teoria dei funzionamenti e politiche pubbliche di Alessandro Balestrino
(Impresa e Stato n° 33) :
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/balestrino.htm
Vedi anche Editoriale di Piero Bassetti
e sommario (Impresa e Stato n° 33) :
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/editoriale.htm
http://impresa-stato.mi.camcom.it/im_33/sommario.htm

Il tributo della Banca mondiale a Sen:
http://www.worldbank.org/poverty/sen.htm

Asian Values and Economic Growth - Amartya Sen (World Culture Report):
http://www.unesco.org/culture/worldreport/html_eng/wcrb12.htm

Altri link utili nella pagina dell'intervista a Sen:
http://www.ilsole24ore.com/art.jhtml?artid=14865

Riporto qui solo la traduzione italiana dell'intervista pubblicata su "Il Sole 24 Ore on-line"
e parzialmente nella versione cartacea del 5 novembre 2000 (pag. 32):

Sviluppo sostenibile: "Una crescita di libertà"
Il punto di vista del premio Nobel dell'economia
di Armando Massarenti

Professor Sen, la libertà è una misura dello sviluppo, stando al suo ultimo libro. Quale tipo di libertà? E dato che la libertà è sempre legata a un concetto di uguaglianza, di che tipo di uguaglianza si tratta? Uguaglianza di che cosa? Sono questi i principali temi del suo lavoro. Potrebbe rispondermi spiegando l'idea di fondo del suo «approccio delle capacità»?

Quello che cerco di dire è che il modo migliore per dare un giudizio sullo sviluppo sta nel vedere quanto riesce ad aumentare la libertà umana. Una libertà che però è di vari tipi. In certi paesi, la gente magari è libera di esprimere la propria opinione, di criticare, ha libertà di parola come in India, eppure se è povera può non avere accesso a una sanità adeguata. Invece in un'economia come quella cinese, magari la sanità è migliore - non dappertutto, ma almeno in alcune zone - ma c'è meno libertà di parola. Quindi bisogna riconoscere, mi sembra, che la libertà è essenzialmente multidimensionale. Non «quale tipo di libertà?» quindi, ma tutti questi tipi di libertà. La ricchezza della vita umana dipende dalle opportunità economiche, dalle capacità sociali, dalle libertà politiche e queste, sommandosi, risultano nella libertà. E in un senso fondamentale, direi che si rafforzano reciprocamente. Se ce ne sono alcune e non altre, tutte sono vulnerabili, in un certo senso. Ma se procedono di pari passo, non hanno questa debolezza.

Lei sostiene che  l'etica è importante in economia ma che, vice versa, anche teorie economiche come quella dell'equilibrio generale possono contribuire a sviluppare un'etica. In che modo?

Credo che il legame tra economia ed etica vada nei due sensi. L'etica è molto importante per l'economia per due diversi motivi. Il primo è che molta economia riguarda provvedimenti che vanno presi e poi esaminati e valutati. E non è possibile fare una valutazione se non si hanno dei valori, quindi c'è bisogno di un'etica per decidere se le cose vanno meglio o se vanno peggio, se tal provvedimento sarebbe un bene o se talaltro sarebbe un male. Per questo, ci vuole un'etica. Il secondo motivo per cui l'etica è importantissima in economia è che il comportamento umano dipende da valori etici. Non è vero che non ci badiamo. Abbiamo tutti una quantità di valori etici diversi. A volte sono valori molto forti, a volte sono addirittura universali. A volte, invece, sono localizzati e forse legati a una comunità o a un particolare gruppo: il comportamento morale dell'imprenditore è più solidale con gli imprenditori che con i lavoratori e quello dei sindacati è meno solidale con gli imprenditori. Qualunque essa sia, qualunque forma assuma, l'etica influisce parecchio sul comportamento delle persone. E perfino nell'economia non prescrittiva, non in quella che si occupa dei provvedimenti da decidere e della loro valutazione ma nell'economia descrittiva e predittiva, c'è bisogno di etica, di un'analisi etica, perché l'etica influisce sui nostri valori. Allo stesso modo, penso che l'economia possa dare un contributo all'etica perché  la maggior parte delle preoccupazioni etiche riguardano questioni in cui l'economia ha un ruolo notevole. Penso per esempio alla libertà dalla fame, al poter contare sull'aiuto degli altri e così via, questioni che sono al centro dell'etica e sulle quali l'economia ha molto da dire. Come aiutare gli altri, o come far sì che il diritto di non soffrire la fame si trasformi in una realtà del mondo, è chiaramente qualcosa che ha molto a che fare con l'economia. Credo che integrare etica ed economia sia essenziale, proprio perché l'etica conta in economia e vice versa.

Anche perché in questo modo si valutano meglio le conseguenze dell'azione?

Penso che il nesso sia proprio questo. Mi spiego. Se adottassimo un'etica che non tenesse conto delle conseguenze, l'economia perderebbe la sua importanza. Ma voglio dire che sarebbe un errore, anche se c'è gente che propone sistemi etici come se le conseguenze non contassero, addirittura rifacendosi a Immanuel Kant o attribuendogli questa posizione. In realtà, non è vero che si possa dare un giudizio etico che prescinda interamente dall'azione. Se facciamo una cosa con le migliori intenzioni possibili e questa cosa uccide un milione di persone, è ovvio che si tratta di una cosa tremenda e che non va fatta. Quindi non vedo come si possa dissociare l'etica dalle conseguenze. E molte conseguenze delle nostre azioni operano attraverso l'economia, perché l'economia è un legame forte tra le azioni umane e le loro conseguenze. E questo è in assoluto il motivo per cui l'etica ha bisogno dell'aiuto dell'economia per completare la propria analisi.

Cosa pensa dello sviluppo sostenibile? E' un concetto utile per l'economia? E quale potrebbe essere il ruolo degli imprenditori, dei politici, degli ambientalisti e dei sindacalisti nella realizzazione di programmi di sviluppo sostenibile?

Mi pare che la causa dello sviluppo sostenibile fosse stata difesa con vigore dal rapporto della Commissione Bruntland, presieduta da Gro Bruntland, che era stata il Primo Ministro norvegese e ora è presidente dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'OMS. In questo rapporto della Commissione Bruntland, preparato alla fine degli anni Ottanta, si diceva che non bisognava opporsi allo sviluppo e alla crescita come facevano certi ambientalisti, per esempio i fautori dei «Limiti dello sviluppo», e anche il Club di Roma che aveva una posizione abbastanza simile. Il rapporto diceva che serve uno sviluppo dalla base ampia, che tenga conto degli interessi di tutti, e che sia sostenibile nel senso che non soffochi la possibilità di uno sviluppo in futuro. A mio parere, è un punto di vista fondamentalmente giusto. Il punto interessante è la definizione che si dà di sviluppo sostenibile e di che cosa occorre sostenere. Di recente sono stati pubblicati altri due rapporti, uno della Royal Society di Londra -  un'associazione di grandi intellettuali - che si concentra soprattutto sui consumi sostenibili. Intendiamoci, è un tema interessante ma a mio parere troppo ristretto. Anche l'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti ha pubblicato un rapporto dedicato in parte allo sviluppo sostenibile, e - come il rapporto Bruntland - tratta di come rendere possibile lo sviluppo in futuro. Questa, secondo me, è una linea di pensiero feconda da seguire, ma vorrei ampliarla. Intendo dire che i mezzi che vengono usati per sostenere lo sviluppo sono di per sé importanti. Prendiamo per esempio il caso dello sviluppo sostenibile mentre aumenta la popolazione. Alcune persone ritengono che misure coercitive di riduzione della crescita demografica sarebbero indispensabili per uno sviluppo sostenibile. Prima di tutto, penso che sia sbagliato, perché niente indica che la coercizione sia un mezzo efficace. Ma anche se lo fosse, mi sembra comunque un'idea infelice perché, tra le cose che vanno sostenute, c'è la libertà. Se si costringe le persone a frenare la crescita della popolazione, si è già rinunciato a sostenere la libertà. Invece trovo che il concetto di sviluppo sostenibile vada allargato fino a includere il sostegno delle libertà individuali, per aumentarle e per sostenere quelle che già esistono. Mi piacerebbe spingere in questa direzione le riflessioni sullo sviluppo sostenibile. E' una distinzione importante: troppo spesso, con il pretesto che il fine giustifica i mezzi - una posizione mi lascia sconcertato - in nome dello sviluppo sostenibile c'è gente che raccomanda delle misure per cui si comincia per eliminare proprio la cosa che merita di essere sostenuta, vale a dire la libertà umana.

Certe multinazionali hanno adottato la sostenibilità, hanno fatto bene? La Procter & Gamble per esempio lo ha fatto per dimostrare che le questioni sociali e ambientali non vanno separate da quelle economiche. E le multinazionali sono credibili in questo ruolo?

Io non conosco esattamente la posizione della Procter & Gamble. So soltanto che è una società del tutto rispettabile, che ha una storia positiva di sviluppo industriale e di senso di responsabilità, ma non posso dire nulla su questo punto preciso. D'altro canto, la sua domanda più generale è «una multinazionale ha interesse a puntare sullo sviluppo sostenibile?» Certo che ce l'ha. Sa, anche quelli che dirigono le multinazionali fanno parte della specie umana e s'interessano ad altri membri della stessa specie… A capo delle multinazionali non ci sono automi o macchine ma esseri umani, dopotutto, e quindi possono avere un punto di vista umano! E credo che si possa tranquillamente dire che, in fin dei conti, il successo delle multinazionali c'entra con la percezione che la gente ne ha. Se le multinazionali sono capaci di presentare una visione che entra in risonanza con le idee che la gente ha del proprio futuro e del futuro del mondo, allora possono anche trarre vantaggi dal fatto di condividerne la legittima preoccupazione. Anzi, direi che per una multinazionale interessarsi allo sviluppo sostenibile sarebbe naturale. E sappiamo che molte iniziative filantropiche di grande valore sono state prese da società come la Roundtrees inglese, che ha avuto una parte importante nell'avviare le ricerche sulla povertà. Ora la Roundtrees è un'impresa commerciale e c'è una lunga storia di imprese commerciali interessate a questioni sociali e morali. Non vedo perché non devono interessare anche le multinazionali.

Da oltre un anno, in occidente ci sono state proteste contro la globalizzazione, il libero scambio e le nuove tecnologie, in particolare contro le biotecnologie, con una forte impronta ambientalista. Se le proteste raggiungono lo scopo, i paesi in via di sviluppo ne trarranno vantaggio, o no?

Mah. Direi che il dibattito sulla globalizzazione è piuttosto strano, visto che quelli che si oppongono alla globalizzazione si ritrovano spesso in varie parti del globo - Seattle, Londra, Washington, Praga - e provengono da tutto il mondo. La protesta contro la globalizzazione è essa stessa un movimento globale. Ma credo che il dibattito non riguardi affatto la globalizzazione. Quelli a favore del commercio internazionale e quelli genericamente e globalmente contrari al commercio internazionali sono comunque a favore di una causa globale. Viviamo in un mondo in cui non è possibile chiudersi completamente fuori dal resto del mondo. La globalizzazione fa parte della necessità di qualunque approccio coerente. La vera questione, mi sembra, è questa: in quale misura le imprese e gli affari devono essere guidati dalla ricerca di profitti e di una forte crescita economica, senza tenere conto della ridistribuzione e dell'equità; della ridistribuzione all'interno di una nazione, di un'economia, e della ridistribuzione tra le nazioni, e della portata che deve avere tale ridistribuzione. Credo che siano questioni legittime, e i manifestanti hanno fatto un ottimo lavoro richiamando l'attenzione su questi temi. Al contempo però, spesso i rimedi che suggeriscono, vale a dire la fine dei rapporti economici globali, non serviranno granché ad aiutare i paesi poveri che hanno bisogno di rapporti economici globali per generare reddito e per diventare più ricchi. Quindi credo che dobbiamo considerare queste proteste come un contributo importante alle tematiche del mondo contemporaneo, ma non come tesi importanti, da accettare nella forma in cui sono espresse negli slogan, sugli striscioni e sui cartelli che vengono esibiti nelle manifestazioni. Penso insomma che pongono domande importantissime, e che spesso le risposte che danno richiedono un esame critico.

Oggi a Roma, politici, economisti, ambientalisti e le principali società multinazionali che operano in Italia discuteranno insieme di sviluppo sostenibile. Vorrebbe dire qualcosa a questa riunione? E secondo lei, quali dovrebbero esserne le priorità?

Non sono sicuro di poter rivolgere parole sagge a quello che comunque sarà un consesso di saggi! Avrei tanto voluto partecipare anch'io, purtroppo non posso. Comunque lo sviluppo sostenibile è importantissimo per il mondo contemporaneo. Per queste due ragioni. Dobbiamo intenderlo come un processo di sviluppo e non di crescita. La crescita è troppo limitata, riguarda solo il prodotto interno lordo, mentre dobbiamo intendere lo sviluppo in senso ampio, come lo sviluppo delle libertà che rendono una vita umana degna di essere vissuta. E al contempo, abbiamo bisogno di questo sviluppo non solo in questo preciso momento ma anche in futuro, quindi la sua sostenibilità è essenziale. Vorrei aggiungere una cosa sola. Succede che il problema dello sviluppo sostenibile venga disgiunto dai modi in cui si vuole sostenerlo. Secondo me, la distinzione non è praticabile. Se con la coercizione si ottiene la conservazione di determinate risorse, o la riduzione del tasso di natalità - penso che l'efficacia della coercizione sia molto sopravalutata, ma mettiamo pure che serva a qualcosa - se il sostegno comincia per eliminare alcune delle cose preziose per la nostra vita, come la nostra libertà di decidere, allora ha perso in partenza qualcosa, prima ancora di aver provato a sostenerla. Io invece sono convinto che occorre pensare in termini di libertà sostenibile. Vanno sostenute le libertà umane, cioè lo sviluppo della libertà e di tutte quelle che ci procura: libertà economica, libertà politica, libertà sociale. E' su questa storia di libertà che si innesta la questione ambientale. Quindi vorrei un contesto più ampio, in cui lo sviluppo sostenibile leghi le libertà umane alla possibilità di un'espansione, di uno sviluppo e alla necessità di continuare a sostenere lo sviluppo in futuro.


From: G.M. Borrello  <io2@m...>
Date: Sat Nov 11, 2000 10:31am
Subject: L'imprenditore ideale e quello reale - Riferimento all'articolo di Alberoni

Negli ultimi messaggi di Andrea Amato e Vittorio Menesini è presente
un riferimento a un articolo di Francesco Alberoni che non era stato
segnalato in questo Forum, ma che era invece indicato nelle News
periodicamente inviate agli ***iscritti*** a questo egroup.

L'articolo, intitolato "L'imprenditore, come l'artista, riesce se
esprime se stesso", è stato pubblicato sul Corriere della Sera del
2 ottobre.

Nelle News era citata la frase seguente, tratta dall'articolo:

«Imprenditori sono tutti coloro che mettono insieme i fattori
sociali, economici e organizzativi per creare una nuova entità
sociale e materiale che dà lavoro, benessere, servizi».

Parole che sintetizzano quella che Alberoni ritiene sia la
***missione sociale dell'imprenditore***.

E' possibile leggere integralmente l'articolo in
<http://fondazionebassetti.org/0due/docs/alberoni-imprenditore.htm>


Cordiali saluti

Gian Maria Borrello

From: francesco zanotti  <zanunion@l...>
Date: Thu Nov 9, 2000 9:58am
Subject: R: L'imprenditore ideale e quello reale

Vorrei partecipare al dibattito con una nuova immagine delle dinamiche
imprenditoriali che sono frutto di ricerche sia teoriche che sul campo...
Ecco la sintesi dei risultati..
Se si guarda allo sviluppo della vita del sistema "uomo" non si fatica a
riconoscere che questo sistema, pur essendo molto complesso, si sviluppa
attraverso una dinamica molto semplice: quando il corpo smette di crescere
(autopoiesi) inizia ad involversi (autoreferenzialità) fino alla morte.
Per ogni sistema complesso vale una simile dinamica semplice e fondamentale
al tempo stesso.
Anche per l'impresa: essa nasce attraverso un atto di creazione
imprenditoriale e, poi, si chiude in se stessa. Inizia, cioè, un processo
involutivo che vede crescere il livello della competizione e calare
contemporaneamente e proporzionalmente la sua capacità di produrre valore.
Utilizzando la teoria dei sistemi autopoietici ed autoreferenziali siamo
riusciti a scoprire le dinamiche profonde di questa evoluzione che abbiamo
descritto nel ciclo di vita del valore appunto.

Proponiamo una breve sintesi della metafora del ciclo di vita del valore,
perchè siano espliciti i presupposti dai quali, poi, ricaveremo una
valutazione della capacità di produrre valore nel futuro di una impresa. E'
importante fare una precisazione: abbiamo parlato di impresa, ma avremmo
dovuto parlare più correttamente di unità di business perché il ciclo di
vita del valore si sviluppa a livello del singolo scambio economico.

Le fasi fondamentali attraverso le quali nasce e muore ogni scambio
economico sono sostanzialmente cinque.

I FASE
La nascita del successo

In realtà la prima fase del ciclo di vita del valore è un evento
rivoluzionario di tipo imprenditoriale.
E' la fase della costruzione del successo. In essa l'imprenditore crea uno
scambio economico che prima non esisteva. Il processo di creazione è il
seguente.
L'imprenditore percepisce la società nella quale si trova a vivere come un
ambiente carico di provocazioni, come un insieme di potenzialità: esigenze
non soddisfatte che reclamano soddisfazione. L'imprenditore, proprio perchè
la sua vocazione è intraprendere, deve agire e, fondandosi su di una
tecnologia, costruisce una sua proposta per soddisfare le esigenze non
soddisfatte. La sua proposta non viene accettata in toto ed allora inizia un
dialogo tra potenzialità di divenire (esigenze) e proposta (risposta alle
esigenze) che, di modifica in modifica, struttura lo scambio economico: si
generano immagini definite del prodotto e del suo valore.
L'imprenditore in questa sua azione di creazione di mercato può non avere
successo. Ma se ha successo accade inevitabilmente che crei confini che
limitano sia i suoi sogni che le potenzialità della tecnologia che, in
qualche misura, le esigenze dei clienti.
Il seguito della storia dell'impresa è un progressivo chiudersi di questi
confini.

II FASE
La competizione di QUALITA'

Se l'azione di creazione di un nuovo mercato da parte dell'imprenditore ha
successo, questo significa che si viene a strutturare uno scambio economico
ben definito, positivo e visibile tra l'impresa e questo mercato. Allora
accade inevitabilmente che in quel mercato cercano di introdursi gli
imitatori. Si accende, altrettanto inevitabilmente, una battaglia tra chi ha
generato il business e gli imitatori. Tale battaglia si sviluppa sul terreno
della qualità.
Se nella prima fase viene creato un mercato, nella seconda fase tale mercato
si popola di concorrenti.
Accadono anche altre cose. Soprattutto si interrompe il dialogo poietico con
i clienti. Le imprese hanno accettato che il significato del prodotto sia
intoccabile. Il cliente, co-progettatore del significato del prodotto, non é
più necessario. Diventa solo il riferimento sempre più teorico per la
qualità del sistema d'offerta. Paradossalmente diventa interessante il
concorrente e non il cliente.

III FASE
La competizione di EFFICIENZA

Le imprese che escono vincitrici dalla battaglia di qualità hanno un
differenziale di qualità con gli sconfitti, ma non tra di loro.
Per differenziarsi agli occhi del cliente non rimane che ridurre il prezzo
più dei concorrenti. Per ridurre il prezzo più dei concorrenti occorre
diventare più efficienti degli stessi concorrenti. Inizia allora quella
battaglia fatta di reengineering continuo con obiettivi di automazione ed
efficienza che costringe l'attenzione dell'impresa sempre più all'interno.
Nella fase imprenditoriale l'esterno era il cliente che era un alleato per
costruire un mercato. L'interno era una organizzazione da formare che era
anch'essa un alleato. Poi, nella fase di competizione di qualità l'esterno é
diventato soprattutto concorrenti da combattere. Ora anche l'organizzazione
si trasforma in un nemico da combattere.

IV FASE
La competizione di RAPPRESENTAZIONE

Se la battaglia della qualità omogeneizza la qualità la successiva battaglia
di efficienza omogeneizza l'efficienza.
Se la qualità e l'efficienza sono state "stabilizzate", la ulteriore
inevitabile competizione tra i vincitori della battaglia della qualità e
dell'efficienza si gioca sulle capacità di fornire una differenziazione del
prodotto generata dalla comunicazione.
Questa competizione è tipica dei settori nei quali i sistemi d'offerta e le
modalità operative sono sostanzialmente indifferenziati tra i concorrenti.

V FASE
La difesa da un AMBIENTE ESTERNO diventato ostile

Naturalmente per la comunicazione accade quanto è accaduto per qualità ed
efficienza. All'inizio i concorrenti vengono selezionati in base alle loro
capacità di comunicazione, ma, alla fine, i vincitori sono caratterizzati
dalla stessa capacità di comunicare.
Possiamo dire che i concorrenti si trovano ad avere la stessa forza
relativamente alle armi competitive fondamentali (qualità del sistema d'
offerta, efficienza organizzativa, capacità di comunicazione).

Si innesca, allora, una battaglia di prezzo che non é più sostenuta da
recuperi di efficienza, ma avviene a scapito della redditività. Una
battaglia di prezzo che nessuno riesce più a controllare.

In realtà ad accelerare la competizione di prezzo contribuisce anche un
altro fenomeno.
La competizione, a mano a mano che aumenta di intensità, costringe sempre di
più le imprese a concentrare l'attenzione le une sulle altre. In questo modo
le imprese perdono tutte insieme il contatto con il mercato che, per di più,
non rimane statico, ma evolve verso nuove esigenze. Accade allora che i
prodotti di imprese che si confrontano duramente tra di loro perdano sempre
più velocemente interesse per i consumatori che sono disposti a pagare
sempre meno per prodotti che saranno anche diventati perfetti, ma, forse
proprio per questo, hanno perso la loro carica di provocazione emotiva.

In questa situazione lo sforzo dell'impresa non è più attivo, ma reattivo.
Non opera più per creare un mercato, non ha più speranze concrete di
superare i concorrenti rimasti. E' costretta a barcamenarsi per sopravvivere
in un settore nel quale la competizione di prezzo ha annullato ogni capacità
di produrre valore.

Un cordiale saluto a tutti
Francesco Zanotti

----- Original Message -----
From: <aamato@s...>
To: <fondazionebassetti@egroups.com>
Sent: Monday, November 06, 2000 9:25 AM
Subject: [fondazionebassetti] L'imprenditore ideale e quello reale

Ringrazio Gian Maria Borrello per la sollecitudine con cui fornisce il
materiale informativo.
Raccolgo la sua richiesta di precisazione del mio punto di vista.
Chi ha successo oggi nel campo dell'economia? Si potrebbe rispondere:
chi è creativo. Ma la creatività, così come la ragione, l'entusiasmo, o
altro, possiede un'ambivalenza e può rivolgersi verso questo o quell'altro
atteggiamento etico, o verso un qualsivoglia comportamento professionale. Il
piano ideale va distinto da quello reale, perchè, altrimenti, potrebbe
portarci a demonizzare ciò che è soltanto diverso da noi. Tra l'altro, chi
trova delle risposte (non la risposta), anche quelle storicamente più
soddisfacenti, dovrebbe , a sua volta, riformularle in maniera tale che
possano essere accolte da altri. Il parallelo con l'arte, fatto da Alberoni,
mi sembra che si muova in questa direzione, ma mi sia concesso di renderlo
esplicito. Chi investe, in primo luogo lo fa per sè, se egli si dovesse
anteporre altri fini, questi, prima o poi, li si rivelerebbero come
estranei, o, peggio, sarebbero proposti in maniera aprioristica. Dice un
detto talmudico: "Se non sono per me, chi sarà per me? Se sono per me soltanto, che sarà di me? Se non ora, quando?".
L'interesse personale e l'anelito umanitario, o la tensione interiore, non
sono in contraddizione tra di loro, così come non lo è il progetto con la
sua pratica realizzazione (l'ora). Non c'è spirito che incontra il suo
tempo, ma spirito e tempo che si incontrano ed uno spirito che cerca di
aprire un nuovo tempo. L'imprenditore moderno deve esprimere anche
competenza, e, sono d'accordo con Alberoni, egli deve inverare questa
competenza col "suo spirito", ovvero con il suo progetto e con la sua
visione ampia e solidale delle cose.
Andrea Amato

From: piero lombardi  <piero_lombardi@h...>
Date: Sun Nov 12, 2000 8:48am
Subject: Re: L'imprenditore ideale e quello reale - Riferimento all'articolo di Alberoni

 

Allego un mio contributo al dibattito sul tema "L'imprenditore, come 
l'artista, riesce se esprime se stesso" e, più in generale, alla questione 
delle responsabilità sociali dell'impresa.

Cordialità

Piero Lombardi




>From: "G.M. Borrello" io2@m...
>Reply-To: fondazionebassetti@egroups.com
>To: fondazionebassetti@egroups.com
>Subject: [fondazionebassetti] L'imprenditore ideale e quello reale - 
>Riferimento all'articolo di Alberoni
>Date: Sat, 11 Nov 2000 18:31:44 -0000
>
>Negli ultimi messaggi di Andrea Amato e Vittorio Menesini è presente
>un riferimento a un articolo di Francesco Alberoni che non era stato
>segnalato in questo Forum, ma che era invece indicato nelle News
>periodicamente inviate agli ***iscritti*** a questo egroup.
>
>L'articolo, intitolato "L'imprenditore, come l'artista, riesce se
>esprime se stesso", è stato pubblicato sul Corriere della Sera del
>2 ottobre.
>
>Nelle News era citata la frase seguente, tratta dall'articolo:
>
>«Imprenditori sono tutti coloro che mettono insieme i fattori
>sociali, economici e organizzativi per creare una nuova entità
>sociale e materiale che dà lavoro, benessere, servizi».
>
>Parole che sintetizzano quella che Alberoni ritiene sia la
>***missione sociale dell'imprenditore***.
>
>E' possibile leggere integralmente l'articolo in
><http://fondazionebassetti.org/0due/docs/alberoni-imprenditore.htm>
>
>
>Cordiali saluti
>
>Gian Maria Borrello
Attachment: Innovazione ed impresa

From: Silvano Cacciari  <mcsilvan@t...>
Date: Mon Nov 13, 2000 10:03am
Subject: L'imprenditore surreale

--- Message sent by Silvano Cacciari, edited by G.M. Borrello ---

(...) [ndr: omissis]

Francesco Zanotti ha scritto:
> Anche per l'impresa: essa nasce attraverso un atto di creazione
> imprenditoriale e, poi, si chiude in se stessa.

Non assimilerei la forma impresa con la forma della
novita', l'impresa ha spesso forti difficolta' a racchiudere la novita'
entro lo schema imprenditoriale (anche, ad esempio, nella dimensione della
rete)


> Inizia, cioè, un processo
> involutivo che vede crescere il livello della competizione

Il modello antropologico della competizione, che e' un modello che spesso
in antropologia economica si trova a convivere con altri senza accampare
primati, viene spesso riproposto automaticamente, proprio per esigenza delle
imprese.
Non pensi che si rischi cosi' di proporlo senza spiegarlo ?


> contemporaneamente e proporzionalmente la sua capacità di produrre valore.
> Utilizzando la teoria dei sistemi autopoietici ed autoreferenziali

Il problema e' qui ci spesso ci si sofferma sul l'aspetto autopoietico
dell'impresa -pensando che il business sia sempre innovazione- magari
dimenticando che puo' invece prevalere l'aspetto autoreferenziale -perche'
l'innovazione non e' riconducibile simmetricamente al business e in questo
caso l'impresa si riproduce su se stessa negando ogni capacita' creativo
autopoietica (che avverrebbe se si sciogliesse come forma impresa)

> abbiamo parlato di impresa, ma avremmo
> dovuto parlare più correttamente di unità di business perché il ciclo di
> vita del valore si sviluppa a livello del singolo scambio economico.

Su questo d'accordissimo

> Le fasi fondamentali attraverso le quali nasce e muore ogni scambio
> economico sono sostanzialmente cinque.

C'e' un non detto nella storiografia economica o delle trasformazioni
tecnologiche. L'impresa si trasforma anche per rispondere alla
conflittualita' della
forza lavoro o alla resistenza della forza lavoro al lavoro (silenziosa ma
rilevabile da ogni studio sul campo, fin dalla primissima sociologia delle
organizzazioni). Io metterei in questa descrizione di
ciclo, in che fase si manifesta la resistenza del lavoro al lavoro (elemento
senza il quale questa Urpflanze dell'impresa credo abbia qualche difficolta'
a sbocciare :) )

Poi leggo

> L'imprenditore moderno deve esprimere anche
> competenza, e, sono d'accordo con Alberoni, egli deve inverare questa
> competenza col "suo spirito", ovvero con il suo progetto e con la sua
> visione ampia e solidale delle cose.

> Andrea Amato

Tra il serio e il meno serio: tra lo spirito imprenditoriale e lo Spirito
Santo c'e' ancora differenza ? Eppure Weber quando parlava di spirito
imprenditoriale lo intendeva come forma secolarizzata di un agire che aveva
a modello lo Spirito Santo. Nei ragionamenti attuali sembra che lo spirito
imprenditoriale abbia guadagnato attributi di santita'.

ogni modo, vivi complimenti per il sito e per la list

Slv

From:   <aamato@s...>
Date: Tue Nov 14, 2000 6:43am
Subject: Il fondamento dell'etica economica

 

IL FONDAMENTO DELL’ETICA ECONOMICA

L’interesse “strategico” dell’impresa a raccordarsi con un insieme di attori economici e sociali, sottolineato da Piero Lombardi, fornisce una specifica base teorica alla esigenza posta da me di non sovrapporre semplicemente le motivazioni etiche, per quanto valide esse siano, a comportamenti destinati a seguire una logica propria, autonoma, ma non per questo necessariamente sprovvista di contenuti morali. Strategica, in tal senso, evidenzia Piero Lombardi, è la proiezione verso l’esterno, sia per catturare energie ed idee, sia per mediare gli effetti dell’impatto socio-ambientale.
Sempre sul piano dell’azione delle singole imprese, il ciclo vitale disegnato da Francesco Zanotti (che affinità tra il riassorbimento delle spinte propulsive e i processi di oggettivazione descritti da Heidegger!) conferma la vastità delle interrelazioni determinate dalle scelte imprenditoriali e ribadisce la loro permeabilità (e vulnerabilità) ad una serie di sollecitazioni esterne.
Vorrei, a questo punto, riportare questi importanti contributi alla dimensione macroeconomica, per tentare di individuare il fondamento del possibile comportamento etico del sistema imprenditoriale, precisando così il senso del mio precedente commento ad Alberoni e riprendendo, altresì, gli interventi di Vittorio Menesini e di Davide Fasolo.
Svolgerò questo approfondimento partendo da tre esempi storici.

1) IL FORDISMO - L’introduzione della catena di montaggio, ossia di un più alto livello tecnologico, permise all’epoca un incremento considerevole della produttività e, di conseguenza, rese possibili più alti salari. Tutto ciò pose le premesse per l’affermazione del consumismo di massa, ovvero di un legame, per quanto sproporzionato, tra crescita dell’economia e miglioramento delle condizioni economiche di larga parte della popolazione. Dal punto di vista teorico, si aprì la strada al keynesismo.

2) IL BOOM ECONOMICO ITALIANO - Lo sviluppo economico italiano del secondo dopoguerra ha anch’esso prodotto un avanzamento complessivo del tenore di vita dei lavoratori, aumentando in primo luogo i tassi di occupazione. Sul piano industriale, ciò ha coinciso con la diffusione del gigantismo delle fabbriche e con la prevalenza di alcuni settori produttivi a scapito di altri. Ne sono scaturiti alcuni fenomeni sociali di grandi proporzioni: notevoli flussi migratori; inurbamento selvaggio; un certo assetto del sistema di trasporto.

3) NEW ECONOMY - Specie in America, l’innovazione tecnologica dell’apparato produttivo ha provocato effetti a catena, tali da incentivare i livelli occupazionali e tali da modificare la struttura delle professionalità. Inoltre, si è ricreato un circolo virtuoso tra produttività, consumi, produzione. Di converso, però, questi rivolgimenti stanno accentuando le disuguaglianze su scala planetaria, tanto da rendere, sotto certi aspetti, invisa la globalizzazione. Dal punto di vista dell’organizzazione del lavoro, la new economy si basa sull’innovazione continua, per certi versi esasperata, a volte sostanziale, più spesso di facciata, per cui la tanto decantata valorizzazione della creatività sovente assume caratteri effimeri.

Questi esempi dimostrano come innovazioni o trasformazioni economiche di grande portata finiscano inevitabilmente per avere ripercussioni su tutta la società. Proprio la vastità di tali conseguenze impone una valutazione etica delle scelte imprenditoriali ed instaura, di fatto, un rapporto stretto tra etica ed economia. Questo perché non si verifica mai che un processo di sviluppo non presenti, nel contempo, contraddizioni irrisolte e potenzialità positive. Sono ambedue queste a richiedere una considerazione morale, ovvero una riflessione critica e progettuale.
Rispetto a tutto ciò, alcuni imprenditori vorranno perseguire fini morali perché hanno già maturato in proprio valori di solidarietà, ma anche questi dovranno essere messi in condizione di poter essere coerenti con se stessi; molti altri, invece, possono essere indotti a farlo dalla urgenza delle situazioni, che con le loro stesse scelte hanno concorso a creare, e, tuttavia, essi chiederanno che etica ed economia ritrovino una reciproca compatibilità. L’etica, in qualche modo, si pone come a priori, in quanto si rifà ad alcuni valori ritenuti universali ed irrinunciabili; per altro verso, l’etica si definisce come un insieme di compiti morali, i quali nascono dalle concrete esigenze storiche ed esigono una più precisa progettualità. I valori coniugati ai compiti morali consentono di conciliare l’interesse personale con la visione solidale dei rapporti umani; altrimenti, essi restano solo un angelico proposito, o, peggio, diventano un pregiudizio rispetto al mondo reale.
Concludendo, come ricorda Vittorio Menesini, l’economia può creare così come può distruggere, e questo riguarda sia i beni materiali che quelli immateriali, quali la salute, la libertà, la tendenziale uguaglianza; qui risiede la profondità della lezione di Amartya Sen.
Finora, nei paesi industrializzati alcuni di questi problemi non ce li siamo posti, perché li credevamo risolti una volte per tutte. Invece, essi oggi si ripropongono anche per noi, sebbene in veste nuova. La globalizzazione, infatti, ridisegna i confini tra poteri forti sovrannazionali e sovranità statale, così come chiama ad una nuova definizione delle competenze tra organizzazioni internazionali, stati nazionali ed entità locali. L’economia civile e democratica, perciò, resta un obiettivo da vivificare di nuovo e richiede l’apertura di una nuova prospettiva.

Andrea Amato

From: ilpolitecnico  <ilpolitecnico@t...>
Date: Tue Nov 14, 2000 9:41am
Subject: R: L'imprenditore ideale e quello reale

 

Negli interventi sulla funzione dell'imprenditore sono emerse alcune idee
interessanti che mi piace sottolineare.
Il tema della finitezza, non solo delle risorse materiali ma anche la
finitezza dei beni intesi come beni economici, la torta come dice Menesini è
una, e solo nella divisione della torta si vede l'abilità dell' imprenditore. L'opera dell'imprenditore non è quindi una astratta creazione di ricchezza ma la fondazione un "rapporto". Se si dovesse definire l'opera (e quindi la funzione)dell'imprenditore si dovrebbe dire che è la definizione di rapporti (nel senso più ampio e generale del termine). Questa è , io credo, l'essenza dell'imprenditore, inventare la dinamite, la catena di montaggio o windows è un di-più. In economia non è questione di quantità, ma sempre di rapporti e di proporzioni.
Il secondo tema è quello della funzione dell'imprenditore inteso come
artista. L'artista è colui che distrugge ricchezza, l'artista è votato alla
dissipazione, alla dissipazione del denaro, del tempo, della vita. Poi per
qualche oscuro motivo ontologico la dissipazione dell'artista si trasforma
in un bene anche economico, ma questo non riguarda l'artista ed è un fatto
ontologico non economico. L'imprenditore è l'opposto dialettico dell'artista! E' colui che creando ricchezza la distrugge. L'imprenditore con la sua
opera crea un plusvalore che al termine della sua opera si rivela una
dissipazione di beni,di denaro,di vite.
Funzione etica dell'imprenditore. Non credo che esista una funzione etica
dell'imprenditore al di la del sogno del servo che identificandolo al
padrone chiede che l'imprenditore si faccia carico della sua vita. ma questo
significa considerare l'imprenditore ciò che non è.
Anche quando il Prof. Menesini dice che bisogna tutelare dallo scontro fra
imprenditori gli azionisti, i fornitori, i clienti etc fa una richiesta
analoga, li considera come dei servi da tutelare.
Su questo punto le considerazioni sono due:
a) l'imprenditore non è il padrone hegeliano e il suo compito non è quello di far vivere il servo.
b) occorre chiedersi quali sono le motivazioni reali e non immaginarie della
richiesta di un comportamento etico da parte dell'imprenditore e quale etica
vi può essere nel fondare dei rapporti.

giuseppe cattaneo

From:   <aamato@s...>
Date: Tue Nov 14, 2000 11:34pm
Subject: Re: L'imprenditore surreale

 

>--- Message sent by Silvano Cacciari, edited by G.M. Borrello ---
>
>(...) [ndr: omissis]
>
>Francesco Zanotti ha scritto: > Anche per l'impresa: essa nasce attraverso un
>atto di creazione
>> imprenditoriale e, poi, si chiude in se stessa.
>
>Non assimilerei la forma impresa con la forma della novita', l'impresa ha spesso
>forti difficolta' a racchiudere la novita'
>entro lo schema imprenditoriale (anche, ad esempio, nella dimensione della
>rete)
>
>> Inizia, cioè, un processo
>> involutivo che vede crescere il livello della competizione
>
>Il modello antropologico della competizione, che e' un modello che spesso in
>antropologia economica si trova a convivere con altri senza accampare
>primati, viene spesso riproposto automaticamente, proprio per esigenza delle
>imprese.
> Non pensi che si rischi cosi' di proporlo senza spiegarlo ?
>
>> contemporaneamente e proporzionalmente la sua capacità di produrre valore. >
>Utilizzando la teoria dei sistemi autopoietici ed autoreferenziali
>
>Il problema e' qui ci spesso ci si sofferma sul l'aspetto autopoietico
>dell'impresa -pensando che il business sia sempre innovazione- magari
>dimenticando che puo' invece prevalere l'aspetto autoreferenziale -perche'
>l'innovazione non e' riconducibile simmetricamente al business e in questo
>caso l'impresa si riproduce su se stessa negando ogni capacita' creativo
>autopoietica (che avverrebbe se si sciogliesse come forma impresa)
>
>> abbiamo parlato di impresa, ma avremmo > dovuto parlare più correttamente di
>unità di business perché il ciclo di
>> vita del valore si sviluppa a livello del singolo scambio economico.
>
>Su questo d'accordissimo
>
>> Le fasi fondamentali attraverso le quali nasce e muore ogni scambio >
>economico sono sostanzialmente cinque.
>
>C'e' un non detto nella storiografia economica o delle trasformazioni
>tecnologiche. L'impresa si trasforma anche per rispondere alla
>conflittualita' della
>forza lavoro o alla resistenza della forza lavoro al lavoro (silenziosa ma
>rilevabile da ogni studio sul campo, fin dalla primissima sociologia delle
>organizzazioni). Io metterei in questa descrizione di
>ciclo, in che fase si manifesta la resistenza del lavoro al lavoro (elemento
>senza il quale questa Urpflanze dell'impresa credo abbia qualche difficolta' a
>sbocciare :) )
>
>Poi leggo
>
>> L'imprenditore moderno deve esprimere anche > competenza, e, sono d'accordo
>con Alberoni, egli deve inverare questa
>> competenza col "suo spirito", ovvero con il suo progetto e con la sua
>> visione ampia e solidale delle cose.
>
>> Andrea Amato
>
>Tra il serio e il meno serio: tra lo spirito imprenditoriale e lo Spirito Santo
>c'e' ancora differenza ? Eppure Weber quando parlava di spirito
>imprenditoriale lo intendeva come forma secolarizzata di un agire che aveva a
>modello lo Spirito Santo. Nei ragionamenti attuali sembra che lo spirito
>imprenditoriale abbia guadagnato attributi di santita'.
>
>ogni modo, vivi complimenti per il sito e per la list
>
>Slv

Perchè solo "resistenza" della forza lavoro e non anche capacità da valorizzare? Perchè porre l'accento principalmete sull'autoreferenzialità dell'impresa e non anche sul suo possibile carattere dinamico? Perchè forzare le cose in senso unilaterale e non vederne l'ambivalenza?
Un po' più di rispetto per gli altri e un po' più di umiltà con se stessi. Il mio immediato commento ad Alberoni anadava proprio in direzione di una visione più realistica dei comportamenti imprenditoriali. Perchè allora non prendersela con Alberoni, o si vuole solo far polemica, sulla base di letture superficiali?
Andrea Amato

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Wed Nov 15, 2000 2:29pm
Subject: Re: R: L'imprenditore ideale e quello reale

 

mi sembra che il confronto si stia scaldando....e lo trovo sempre più
interessante. Vorrei fare alcune precisazioni:
1) la contrapposizione di alberoni fra artista ed imprenditore è
assolutamente casual,perchè descrice un suo tipo ( di alberoni cioè )
di artista o di imprenditore.A ben guardare,le due figure sono
identiche, salvo che l'oggetto del loro produrre ci appare
convenzionalnente diverso. ENTRAMBI SI ESPRIMONO. uno produce
ricchezza, l'altro ....ciò che consideriamo " bellezza" che poi
diventa, OGGI, e solo OGGi, ricchezza.
2) sino alla riproduzione seriale di massa, l'artista non produceva
ricchezza, ma solo " bellezza". Questa è diventata Merce solo quando
l'impreditore ha potuto riprodurre la bellezza in serie
commerciali.Tutto qui.
3)sulla assenza di un etica degli affari sono d'accordo. Sono solo
chiacchere.
4) il discorso sui servi non lo capisco, ma vorrei osservare a cattaneo
che la società non può accettare , almeno senza averne prima compreso
le ragioni, che si crei la ricchezza propria distruggendo quella
altrui. E non tanto quella del concorrente, il che è legittimo, ma di
chi non c'entra per niente. E' come per il conflitto sociale: perchè
quando gli operai o gli impiegati scioperano,ci devono rimettere gli
utenti ? Cosa 'entrano, loro ?
Grazie a cattaneo per le osservazioni.
vittorio menesini







> Negli interventi sulla funzione dell'imprenditore sono emerse alcune
idee
> interessanti che mi piace sottolineare.
> Il tema della finitezza, non solo delle risorse materiali ma anche la
> finitezza dei beni intesi come beni economici, la torta come dice
Menesini è
> una, e solo nella divisione della torta si vede l'abilità dell'
imprenditore. L'opera dell'imprenditore non è quindi una astratta
creazione di ricchezza ma la fondazione un "rapporto". Se si dovesse
definire l'opera (e quindi la funzione)dell'imprenditore si dovrebbe
dire che è la definizione di rapporti (nel senso più ampio e generale
del termine). Questa è , io credo, l'essenza dell'imprenditore,
inventare la dinamite, la catena di montaggio o windows è un di-più. In
economia non è questione di quantità, ma sempre di rapporti e di
proporzioni.
> Il secondo tema è quello della funzione dell'imprenditore inteso come
> artista. L'artista è colui che distrugge ricchezza, l'artista è
votato alla
> dissipazione, alla dissipazione del denaro, del tempo, della vita.
Poi per
> qualche oscuro motivo ontologico la dissipazione dell'artista si
trasforma
> in un bene anche economico, ma questo non riguarda l'artista ed è un
fatto
> ontologico non economico. L'imprenditore è l'opposto dialettico
dell'artista! E' colui che creando ricchezza la distrugge.
L'imprenditore con la sua
> opera crea un plusvalore che al termine della sua opera si rivela una
> dissipazione di beni,di denaro,di vite.
> Funzione etica dell'imprenditore. Non credo che esista una funzione
etica
> dell'imprenditore al di la del sogno del servo che identificandolo al
> padrone chiede che l'imprenditore si faccia carico della sua vita. ma
questo
> significa considerare l'imprenditore ciò che non è.
> Anche quando il Prof. Menesini dice che bisogna tutelare dallo
scontro fra
> imprenditori gli azionisti, i fornitori, i clienti etc fa una
richiesta
> analoga, li considera come dei servi da tutelare.
> Su questo punto le considerazioni sono due:
> a) l'imprenditore non è il padrone hegeliano e il suo compito non è
quello di far vivere il servo.
> b) occorre chiedersi quali sono le motivazioni reali e non
immaginarie della
> richiesta di un comportamento etico da parte dell'imprenditore e
quale etica
> vi può essere nel fondare dei rapporti.
>
> giuseppe cattaneo

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Wed Nov 15, 2000 2:38pm
Subject: Re: Il fondamento dell'etica economica

 

accetto l'osservazione di amato che con la globalizzazione si debba
ridiscutere tutto, ma proprio tutto....sovranità
nazionale,appartenza,democrazia,e così via dicendo.Ma.....due cose non
mi sono chiare: siccome non stiamo sulla luna, ma nel mondo d'oggi, nel
mercato globale,c'è da capire chi, come, quando, perchè, pone le regole
del mercato, e chi le fa rispettare.
Se la concorrenza è oggi condizione benefica...ancorchè dolorosa, chi
la fa rispettare dalle imprese che appartenngono ai paesi più forti ?
E un antitrust "<globale" avrebbe la forza per imporre regole ? Qual'è
il ruolo in questo contesto del Fondo Monettario e del WTO ?
Grazie
Vittorio menesini


> IL FONDAMENTO DELL’ETICA ECONOMICA
>
> L’interesse “strategico” dell’impresa a raccordarsi con un insieme di
attori economici e sociali, sottolineato da Piero Lombardi, fornisce
> ...
> La globalizzazione, infatti, ridisegna i confini tra poteri
forti sovrannazionali e sovranità statale, così come chiama ad una
nuova definizione delle competenze tra organizzazioni internazionali,
stati nazionali ed entità locali. L’economia civile e democratica,
perciò, resta un obiettivo da vivificare di nuovo e richiede l’apertura
di una nuova prospettiva.
>
> Andrea Amato

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Wed Nov 15, 2000 2:57pm
Subject: Re: L'imprenditore ideale e quello reale - Riferimento all'articolo di Alberoni

 

ho grande rispetto per le opinioni di piero lombardi, ma vorrei porre
una domanda.
Esiste diversa ricchezza dal produrla ? = La ricchezza prodotta
dall'Impresa non consiste proprio nella sua distribuzione in quanto
esista come impresa ?
Il problema è che, belle intenzioni a parte, per produrre ricchezza,
l'impresa deve distruggerla.....( quella altrui )e questo non va bene
socialmente.E ripropongo una domanda già fatta prima : chi si fa carico
della distruzione di ricchezza derivante da danno concorrenziale
causato inbdirettamente a chi non c'entra per nulla, e non ha alcuna
responsabilità ? O bisogna cominciare ad accettare l'idea che viviamo
in un mondo " pericoloso" dove si possono subire danni da perfetti
nsconosciuti, sol perchè hanno innovato o sbagliato le scelte
imprenditoriali ?
grazie per l'attenzione
vittorio menesini





> Allego un mio contributo al dibattito sul tema "L'imprenditore, come
> l'artista, riesce se esprime se stesso" e, più in generale, alla
questione
> delle responsabilità sociali dell'impresa.
>
> Cordialità
>
> Piero Lombardi

From: Silvano Cacciari  <mcsilvan@t...>
Date: Wed Nov 15, 2000 11:35pm
Subject: R:R: L'imprenditore surreale

 

>o si vuole solo far polemica,

- L'intenzione non era certo
di mancare di rispetto, se ho ottenuto questo risultato mi scuso.
L'ironia e' qui usata come metodo di dibattito, e' una sorta di
invito metodologico alla radicalita' della discussione ed e' anche un atto
etico perche'
presuppone che l'interlocutore che apre il gioco linguistico ironico conceda
la possibilita' di far applicare l'ironia su se stesso. Si
consideri anche che la mia attenzione ai temi dell'impresa deriva da altri
codici linguistici e comportamentali.

> Perchè solo "resistenza" della forza lavoro e non anche capacità da
valorizzare?

-La letteratura storiografica sulla formazione della forza lavoro ci mostra
che
alla capacita' di valorizzare questa forza lavoro da parte dell'impresa -e
del reticolo istituzionale ad essa collegato- corrisponde una resistenza
della forza lavoro a darsi completamente nella forma della produttivita'.
Questa resistenza della forza lavoro va a contribuire alla definizione
dell'agenda etica dell'impresa quanto, mi si passi il paragone, i problemi
della sfera legata all'ecologia. E si tratta di problemi che stanno
all'interno della rete produttiva, nel dispiegarsi stesso del fenomeno del
lavoro e non all'esterno di essa (l'ambiente, la redistribuzione delle
risorse etc..).

>perchè porre l'accento principalmete sull'autoreferenzialità dell'impresa e
non anche sul suo possibile carattere dinamico?

-perche' pensavo, e penso, che la discussione nelle mail precedenti tendesse troppo velocemente ad assimiliare autoreferenzialita' e dinamismo
dell'impresa (oltre ad un uso, a mio avviso da discutere, della
antropomorfizzazione dell'impresa nell'imprenditore).
E' vero che l'impresa come sistema si impone sull'ambiente grazie alla sua
capacita' di produrre innovazione ma e' anche vero che l'innovazione per
essere veicolata deve essere prima selezionata dall'impresa. Insomma, tra la
storia delle innovazioni e quella delle innovazioni dell'impresa lo iato e'
enorme.
In questo senso, risolve molti dei problemi posti da questo iato -etici,
cognitivi,
di capacita' di rinnovamento di modelli organizzativi e del rapporto -
un'istituzione come il Media Lab di Boston dove al piu' tradizionale fund
rising.al servizio di un'impresa come il Lab che vende innovazione, si
accoppia un modo di inventare che non e' puramente un "produrre invenzioni".
A questo
le imprese sono interessate, ovvero a una ricerca che non sia immediatamente
applicata e applicabile, e per questo finanziano.
Porre l'accento sulle difficolta' di innovazione dell'impresa, specie in
contesto italiano, e' quindi soffermarsi a riflettere su uno iato tra
impresa e innovazione
che puo' essere risolto ricorrendo alla richiesta di ulteriore produttivita'
alla ricerca applicata ma tramite istituzioni, come il Lab, che questo iato
lo ripercorrono al proprio interno come "problema" di lavoro da risolvere
permanentemente.

In questo modo l'imprenditore necessita due volte di essere surreale: nel
senso
che deve uscire dalla antropomorfizzazione della propria figura per cogliere
i nessi della complessita' che lo compongono (precondizione per innovare e
non essere "selezionati" dall'ambiente) e in quello che l'innovazione spesso
per l'impresa non arriva se la ricerca deve focalizzarsi sul "reale", ovvero
l'immediata e immediatamente verificabile produttivita'.


Slv

From: Gian Maria Borrello  <borrello@f...>
Date: Thu Nov 16, 2000 10:35am
Subject: Re: Amartya Sen , un economista libero e responsabile .

 

Fasolo dice: «Sen introduce in alternativa o integrazione della figura dello "sviluppo sostenibile", il concetto di "libertà sostenibile", riesce a far quadrare il cerchio?
Voi cosa ne pensate?»

Mah... io tutte le volte che leggo qualcosa di Sen o che si riferisce a questo studioso rimango con una sensazione di astratto. Quello che mi manca, probabilmente, è il ***paradigma*** mediante il quale leggere Sen. Temo che se letto a "spizzichi e bocconi" il pensiero dell'economista risulti davvero poco efficace. Bisognerebbe leggere uno dei suoi libri in cui esponga i fondamenti del suo pensiero. E io non l'ho mai fatto.

Qualche esempio concreto di brani, tratti dalla sua intervista riportata da Fasolo nel suo ultimo intervento, che, se estrapolati dalle basi ideologiche del suo pensiero, si prestano secondo me a una immediata critica superficiale (in questo caso la mia).

---

Sen dice:

«La ricchezza della vita umana dipende dalle opportunità economiche, dalle capacità sociali, dalle libertà politiche e queste, sommandosi, risultano nella libertà. E in un senso fondamentale, direi che si rafforzano reciprocamente. Se ce ne sono alcune e non altre, tutte sono vulnerabili, in un certo senso. Ma se procedono di pari passo, non hanno questa debolezza.»

Comprendo bene l'idea di fondo, ma che cosa significa "di pari passo"? Cioè: come misurare quando il passo è "alla pari" e quando invece non lo è?

---

«C'è bisogno di un'etica per decidere se le cose vanno meglio o se vanno peggio, se tal provvedimento sarebbe un bene o se talaltro sarebbe un male.»

Questa mi sembra un'ovvietà (ma lo dico con tutto il rispetto), perché qualsiasi approccio può dar luogo a un'etica. Quindi, presa così, la sua affermazione corre il rischio di essere banalizzante.

---

«Abbiamo tutti una quantità di valori etici diversi. A volte sono valori molto forti, a volte sono addirittura universali. A volte, invece, sono localizzati e forse legati a una comunità o a un particolare gruppo: il comportamento morale dell'imprenditore è più solidale con gli imprenditori che con i lavoratori e quello dei sindacati è meno solidale con gli imprenditori. Qualunque essa sia, qualunque forma assuma, l'etica influisce parecchio sul comportamento delle persone.»

Mah... in altri tempi si sarebbe detto che sono le condizioni ***strutturali*** che influiscono... quelle sì, altro che "etica". E' evidente, qui, che la mia incomprensione riguarda proprio il paradigma concettuale di Sen.

---

«Allo stesso modo, penso che l'economia possa dare un contributo all'etica perché la maggior parte delle preoccupazioni etiche riguardano questioni in cui l'economia ha un ruolo notevole. »

Questa affermazione mi appare leggibile nel senso che la "struttura" induce la "sovrastruttura".

---

Quello di Sen --non c'è dubbio-- è un atteggiamento antidogmatico: i valori sono da sottoporre al vaglio dell'esperienza.

«Se facciamo una cosa con le migliori intenzioni possibili e questa cosa uccide un milione di persone, è ovvio che si tratta di una cosa tremenda e che non va fatta.»

Ecco, appunto: questo ***è ovvio***...

---

«L'economia è un legame forte tra le azioni umane e le loro conseguenze. E questo è in assoluto il motivo per cui l'etica ha bisogno dell'aiuto dell'economia per completare la propria analisi.»

Questa mi sembra --sono sincero-- un'affermazione bellissima e molto concreta.

---

«dobbiamo intendere lo sviluppo in senso ampio, come lo sviluppo delle libertà che rendono una vita umana degna di essere vissuta.»

Sono le frasi come questa qui sopra che mi sconfortano.

Conclusione: "Borrello, Lei di Sen non ha capito niente: bocciato per direttissima".

---

Gian Maria Borrello

From: Gian Maria Borrello  <borrello@f...>
Date: Thu Nov 16, 2000 10:36am
Subject: Re: L'imprenditore ideale e quello reale

 

At 18.32 07/11/00 +0100, you wrote:
> Perche' distrugge ricchezza ? Perche' lo scambio , se avviene con un
>imprenditore,non avviene con un altro.

Beh, questa è una "deformazione professionale": parlare in termini di "danno". Ma il "mancato guadagno" non può essere ricompreso "sic et simpliciter" nel concetto di danno, bensì (semmai) in quello di danno risarcibile. Il che è come dire che un danno non può essere costituito, ***ontologicamente*** parlando, soltanto da mancato guadagno. Sbaglio?

Di più: perché parlare di "***distruzione*** di ricchezza"? Semmai, se proprio vogliamo, possiamo dire "mancato arricchimento", il che è ben diverso.

Quindi, non riesco a entrare nell'ottica seguente:
>Se un imprenditore profitta, cio'
>avviene a danno dei suoi concorrenti.

Ma, dato che si tratta di una volontaria e interessante provocazione, dire che...
> La oggettiva dannosita' creativa dell'impresa, non si limita al
>concorrente, ma travolge i suoi ,creditori,azionisti,fornitori,clienti,
>che non c'entrano nella guerra che esiste nel mercato.

... potrebbe (domando a Menesini) essere riletto sostituendo a "dannosità creativa" l'espressione "animal spirit"?

Lo chiedo perché... si vedano le parole di Umberto Colombo in:
http://fondazionebassetti.org => Documenti => Scritti scelti => Workshop sulla Fondazione
(il primo intervento, lui è indicato come "D": il suo nome non è riportato, ma lo sarà tra breve).

[Partecipanti al workshop:
A = Francesco Alberoni
B = Claudio Carlone
C = Renato Ugo
D = Umberto Colombo
E = Ignazio Masulli
F = Adriano De Maio
G = Tomaso Quattrin
H = Peter Goldmark
]

... parole, quelle di Colombo, che mi sembra possano ricollegarsi alla domanda con cui Menesini conclude la sua efficace provocazione:
>E allora ?
>QUALE RIMEDIO PER MANTENERE INTEGRO E FUNZIONANTE UN SISTEMA CHE CREA
>SIA DANNO CHE RICCHEZZA , SENZA le solite chiacchiere sul solidarismo,la
>filantropia, le belle intenzioni ?


Grazie Menesini.


Gian Maria Borrello

From: Gian Maria Borrello  <borrello@f...>
Date: Thu Nov 16, 2000 10:38am
Subject: Re: L'imprenditore ideale e quello reale - Riferimento all'articolo di Alberoni

 

At 23.57 15/11/00 +0100, Vittorio Menesini wrote:
> Esiste diversa ricchezza dal produrla ? == La ricchezza prodotta
>dall'Impresa non consiste proprio nella sua distribuzione in quanto
>esista come impresa ?

' Beg your pardon?

> chi si fa carico
>della distruzione di ricchezza derivante da danno concorrenziale
>causato inbdirettamente a chi non c'entra per nulla, e non ha alcuna
>responsabilità ? O bisogna cominciare ad accettare l'idea che viviamo
>in un mondo " pericoloso" dove si possono subire danni da perfetti
>nsconosciuti, sol perchè hanno innovato o sbagliato le scelte
>imprenditoriali ?

E' possibile fare un esempio?

Grazie!

Gian Maria Borrello

From: giacomo correale  <correale@t...>
Date: Thu Nov 16, 2000 1:35pm
Subject: IMPRENDITORIALITA'

Ho letto con interesse sia l'articolo di Alberoni , sia il contributo di Andrea Amato, sia quello di  Francesco Zanotti sull'imprenditorialità.

 

Le cose dette da Alberoni mi sono apparse del tutto condivisibili, per me quasi scontate: il vero imprenditore non guarda solo al profitto, ma alla realizzazione di una  sua visione positiva,  alla produzione di "qualcosa che vale"  (nel significato più lato) per sè e per  i destinatari della sua attività, al limite per la società, il terzo in gioco. La bella citazione del detto talmudico da parte di Amato  conferma questa corrispondenza tra il progetto (l'autorealizzazione, che va al di là del profitto) e la produzione di valore (nel senso più lato) per gli altri.

 

Mi convince meno la teorizzazione di Zanotti. Una azienda non è un organismo comparabile a un essere umano, è una realtà sociale, che non ha vincoli fisiologici. Le aziende in genere vivono meno di un uomo - certe valutazioni parlano di medie dell'ordine dei 40 anni, le aziende minori sicuramente ancora meno - , ma vi sono anche aziende plurisecolari (c'è un bel libro in proposito, di J.C. Collins e J.I. Porras, "Built to Last", Harper, 1994). La creatività, l'imprenditorialità, l'innovazione (attributo fondamentale dell'imprenditore secondo Schumpeter) nascono con l'azienda e il suo fondatore, ma non è affatto detto che non vengano trasmesse ad altri. Tanto è vero che oggi si parla d'intra-prenditorialità, della strategia aziendale come rivoluzione permanente, ecc., a sottolineare che una azienda può perpetuarsi a condizione che  al suo interno ci sia chi mantenga acceso, contro l'entropia ovunque operante, il fuoco imprenditoriale.

 

Quindi, anche le cinque fasi delineate da Zanotti, se considerate  come una successione temporale (il che mi sembrerebbe molto poco sistemico)  mi sembra esprimano una teoria piuttosto rigida e astratta. Come minimo si può dire che queste fasi  sono compresenti. Ad es. ci sono aziende che hanno una strategia di costo, cioè di efficienza, altre una strategia di differenziazione, cioè di distinzione qualitativa (teorizzate da M. Porter), strategie che ormai si intersecano nelle aziende più moderne nei modi più diversi.

 

Il nodo del problema, se mai, sta nel "che cosa è il valore". E' relativamente facile dire che chi non produce valore (per gli altri e per sè) non è un imprenditore. Cioè, chi si arricchisce in un gioco a somma zero a danno di altri, invece di inventare un gioco a somma positiva con l'innovazione (che non è semplicemente un gioco combinatorio),  capace di  arricchire ambedue gli scambisti (e la società, come  osservato da  Adamo Smith due secoli fa)  non è un imprenditore. E' più difficile dire quali sono i limiti al di qua dei quali c'è valore e al di là no. Io condivido l'opinione di quelli che  dicono che il valore è dato da una scelta soggettiva del destinatario dei beni o servizi o, come si dice oggi, delle "esperienze". Ma poi mi chiedo: la droga, così ambita dagli addetti,  è un valore? E' di fronte a questo problema, come si pone l'imprenditore? Chi traffica in droga, è un imprenditore? Io penso di no. Ma chi produce beni cosiddetti superflui, o induce bisogni non primari, chi consapevolmente o no contribuisce al cosiddetto consumismo, non sarebbe un imprenditore?  Io propendo a dire che lo è. E chi produce armi? La questione del valore  chiama  giudizi di valore, come in un gioco di specchi.

 

Giacomo Correale

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Thu Nov 16, 2000 10:42pm
Subject: Re: R:R: L'imprenditore surreale

 

ho un'impressione,positiva , però:ciascuno di noi proviene da
esperienze disciplinari diverse, con il rischio di non capirsi pur
dicendo forse le stesse cose, o cose analoghe.Che fare, allora ?
Lasciare che ciscuno segua un proprio percorso
intellettuale,sbirciando in quelli altrui quando vi risce, o è
pensabile una sorta di trasduttore interdisciplinare, che omogeneizzi
tutti e tutto in un polpettone comprensibile per ciscuno ? Per me la
prima strada è più libera,perchè la seconda opera una sorta di
mediazione comunque censoria.....Ma se così è, allora bisogna o
sforzarsi di capire il "< linguaggio" tecnico altrui, o rassegnarsi a
qualche incomprensione....
Grazie
Vittorio menesini
Per Borrello: è in arrivo la prina tesi....bibliografia+
abstract,,,,che l'ho già corretto 4 volte !!!! a presto




>>o si vuole solo far polemica,
>
> - L'intenzione non era certo
> di mancare di rispetto, se ho ottenuto questo risultato mi scuso.
> L'ironia e' qui usata come metodo di dibattito, e' una sorta di
> invito metodologico alla radicalita' della discussione ed e' anche un
atto
> etico perche'
> presuppone che l'interlocutore che apre il gioco linguistico ironico
conceda
> la possibilita' di far applicare l'ironia su se stesso. Si
> consideri anche che la mia attenzione ai temi dell'impresa deriva da
altri
> codici linguistici e comportamentali.
> (...)

From:   <aamato@s...>
Date: Thu Nov 16, 2000 11:23pm
Subject: Re: R:R: L'imprenditore surreale

 

>>o si vuole solo far polemica,
>
>- L'intenzione non era certo
>di mancare di rispetto, se ho ottenuto questo risultato mi scuso.
> ...
>
>> Perchè solo "resistenza" della forza lavoro e non anche capacità da
>valorizzare?
>
>-La letteratura storiografica sulla formazione della forza lavoro ci mostra che
> ...
>
>>perchè porre l'accento principalmete sull'autoreferenzialità dell'impresa e non
>anche sul suo possibile carattere dinamico?
>
>-perche' pensavo, e penso, che la discussione nelle mail precedenti tendesse
>troppo velocemente ad assimiliare autoreferenzialita' e dinamismo dell'impresa
> ...
>In questo modo l'imprenditore necessita due volte di essere surreale: nel senso
>che deve uscire dalla antropomorfizzazione della propria figura per cogliere i
>nessi della complessita' che lo compongono (precondizione per innovare e
>non essere "selezionati" dall'ambiente) e in quello che l'innovazione spesso per
>l'impresa non arriva se la ricerca deve focalizzarsi sul "reale", ovvero
>l'immediata e immediatamente verificabile produttivita'.
>
>Slv

Considero chiuso l'episodio e mi auguro che il confronto con Silvano Cacciari, così come con gli altri partecipanti al Forum, possa proseguire con proficuità.
Chiedo scusa a Cacciari se non riprendo puntualmente le sue argomentazioni, dato che la loro complessità richiederebbe un'analisi di grande respiro respiro, che in parte trascenderebbe le finalità di questa nostra specifica discussione. Voglio solo osservare come, nell'ambito di quella visione articolata e attenta alle ambivalenze da me evidenziata, anch'io, nell'intervento su "Il fondamento dell'etica economica", a proposito della creatività promossa dalla new economy, ho parlato di un suo possibile indirizzo in senso effimero.
Per il resto, navighiamo un po' tutti in mare aperto, o, almeno per quanto riguarda me, cerco soprattutto di individuare dei punti di orientamento che servano da ancoraggio per ulteriori sviluppi. Perciò, anche i miei riferimenti alla globalizzazione, ripresi da Vittorio Menesini, si mantengono ancora sulle generali, e qui posso solo aggiungere che, date le difficoltà a trovare soluzioni a livello mondiale, penso che sia più utile rinsaldare le organizzazioni regionali (come la Comunità Europea), le quali possono rappresentare l'elemento di cerniera sia con gli stati nazionali che con le istituzioni planetarie.
Andrea Amato

From: Gian Maria Borrello  <borrello@f...>
Date: Sat Nov 18, 2000 4:34am
Subject: Segnalazione: Galimberti su Repubblica di oggi

 

Un "must":

<http://fondazionebassetti.org/0due/docs/galimberti-genetica-evid.htm>

E' ancora un documento di lavoro (questo il motivo delle evidenziazioni).

Trovo che Galimberti sia approssimativo nel punto in cui pone in relazione l'etica dell'intenzione con i fondamenti del nostro ordinamento giuridico: la relazione viene eccessivamente semplificata, ma la questione non è essenziale nell'ambito della tesi che sostiene.

Sarà opportuno tornare nel solco tracciato da questo articolo, anche perché ne ho un altro in archivio, di circa un anno fa (sempre su Repubblica), in cui Galimberti sviluppa le proprie riflessioni nella stessa chiave.

Buona lettura!

... e inviate le vostre considerazioni al Forum della Fondazione Bassetti (fondazionebassetti@egroups.com)

Gian Maria Borrello

____________________________________________

Dott. Giovanni Maria Borrello
(Web Master della Fondazione Bassetti)
<mailto:borrello@f...>
<http://fondazionebassetti.org/borrello.htm>
____________________________________________

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Sat Nov 18, 2000 6:56am
Subject: sentieri interrotti....

 

cerco di rispondere ad alcune domande che mi sono state poste

1)"dannosità creativa"="animal spirit" ? non credo. La dannosità è
oggettiva,e deriva dalla scarsità delle risorse presso i consumatori.

2) Esempi di chi viene oggettivamente danneggiato dall'innovazione, non da errori umani di chi dirige l'impresa : GoodYear in Italia, Michelin in francia, hanno chiuso impianti perfettamente efficienti ed altamente innovativi tecnicamente, perchè altrove ....ecco gli svantaggi,fra gli altri, della mondalizzazione, potevano produrre a costi più bassi...ma lo si può impedire ? Direi di no. Nè la chiusura, né il tenere impianti aperti a spese di tutti,nè chiudere le frontiere per impedire che arrivino pneumatici dall'estero. La globalizzazione è come un ballo di gruppo: o lo ballano tutti insieme,o chi sta fuori, paga pegno...

3) L'antitrust come garante ? certo,nei limiti del possibile
territoriale...nazionale,comunitario....fuori. nello spazio planetario
ci sono gli accordi fra gli stati, e ce ve vorrebbe uno che desse vita
ad un Antistrust mondiale . E' stata una proposta di guido rossi fatta
tre settimane via Corsera, che la agganciava all'ONU. Ma è realistica ?
A garanzia di chi ? degli interessi delle multinazionali made in usa,o
del consumatore , come dovrebbe essere ? E quì arrivo al punto:
l'antitrust, qualunque antitrust, è sufficiente a garantire realmente
la libertà di scelta del consumatore inteso come cittadino in una
moderna democrazia economica ? Basta ,o bisogna inventare qualche
altro "utensile giuridico" (Paolo Spada)per garantire tutti ? E faccio
un esempio. In caso di omogeneità politica culturale,i media, pur
concorrenti fra loro, dicono tutti la stessa cosa, o non dicono tutti
la stessa cosa. La notizia che in germania è passata la legge sulle
unioni civili "diverse" è stata ignorata. La notizia della nascita,
imbarazzante, di Valentino, un bimbo felicemente nato dalla "
manipolazione" genetica fra diversi embrioni gemelli con il suo, ma
tutti malati,come il suo, prima che il gene tarato fosse tolto, non è
stata data dai media televisi: Che contano. E allora vi può essere
libertà di concorrenza, ma non anche libertà di scelta.Ciao
antitrust.....

Grazie

vittorio menesini

From: ilpolitecnico  <ilpolitecnico@t...>
Date: Sat Nov 18, 2000 6:58am
Subject: R: L'imprenditore ideale e quello reale - Riferimento all'articolo di Alberoni

 

Il Prof. Menesini si chiede:" O bisogna cominciare ad accettare l'idea che
viviamo
in un mondo " pericoloso" dove si possono subire danni da perfetti
sconosciuti, sol perchè hanno innovato o sbagliato le scelte imprenditoriali
? "

Probabilmente è proprio così, almeno per l'innovazione non si vede come
sia possibile oggi difendersi da alcune scelte fatte da altri che
influenzano la vita dei terzi

Facciamo un esempio. Sembra che il parlamento Europeo al terzo tentativo
abbia approvato l'uso di vitigni transgenici per la produzione di vino.(per
ora la mia fonte è solo Repubblica quindi vi possono essere delle
inesattezze) Non si accenna all' uva per uso alimentare ma credo sia
difficile pensare che si usino vitigni transgenici per il vino e non per
l'uva. Probabilmente il vino fa più notizia.Ma limitiamoci al vino. Uno
degli argomenti a favore dell'uso dei materiali geneticamente modificati è
la possibilità di incrementare la produzione e sopperire ai bisogni
alimentari del terzo mondo.
La produzione di vino non è una produzione destinata all'incremento, almeno
in Europa. La comunità europea ha pagato gli agricoltori per sradicare le
viti ed il mercato del vino è un mercato saturo. Ogni incremento di
produzione si tradurrà necessariamente in una ulteriore riduzione del
terreno coltivato a vite.
Che avrà due conseguenze : una riduzione della manodopera impiegata e una
riduzione della cura del territorio. Ho detto riduzione della cura del
territorio perché la vite è dal punto di vista dell'habitat una pianta di
confine. Nei terreni che producono vino spesso non ci sono culture
economicamente alternative.
Dal punto di vista dei bisogni alimentari del terzo mondo non credo che il
vino rappresenti un alimento che possa ovviare a questi bisogni. Quindi la
decisione del Parlamento Europeo si presenta oggettivamente come una
decisione di tipo strettamente economico. Un soggetto economico,
probabilmente molto influente, ha richiesto l'autorizzazione all'uso di
vitigni transgenici e il Parlamento Europeo ha autorizzato. Ho detto
soggetto molto influente perché l'autorizzazione è arrivata al terzo
tentativo, cioè per due volte il Parlamento Europeo ha negato
l'autorizzazione. Questo significa che vi è stata un'opera di convincimento
effettuata dal soggetto che ha richiesto l'autorizzazione, opera di
convincimento che dato il soggetto a cui si rivolge deve aver avuto dei
solidi argomenti... ho detto solidi in quanto dal punto di vista logico come
abbiamo visto non vi sono argomenti che giustificano detta innovazione. Vi
sono altri aspetti interessanti dal punto di vista della logica.
I prodotti della vite si dividono merceologicamente in tre categorie: il
vino da tavola,
il vino a denominazione controllata e gli alcolici e superalcolici derivati.
A rigore di logica solo per il vino da tavola, il vino dei poveri, ha un
senso l'utilizzazione di vitigni geneticamente modificati. Negli altri casi
trattandosi di prodotti con qualità controllate e specificamente individuate
modificare il vitigno significa modificare il prodotto. Quindi autorizzando
l'uso di vitigni geneticamente modificati si toglie significato alla legge
esistente sui vini DOC. Non è infatti pensabile che con il tempo non vi sia
una diffusione del vitigno transgenico anche al di là della asserita volontà
dei produttori DOC di mantenere certe caratteristiche di produzione.
Infine un'ultima considerazione generale. Uno dei fondamenti teorici
dell'economia di mercato è la legge contro il monopolio. L'introduzione
degli organismi geneticamente modificati in situazione di brevetto deve
trovare un limite in una corretta economia di mercato nell'adozione di
misure antimonopolistiche.
Dal punto di vista sociale il brevetto è un monopolio concesso in deroga al
principio di limitazione dei monopoli per favorire la ricerca e lo sviluppo
scientifico ovvero perché i vantaggi sociali derivanti da questo monopolio
sono superiori agli svantaggi derivanti dall'attività monopolistica. Accade
però che alcune tecnologie come il software o le biotecnologie trovino
difficilmente una concorrenza che limiti l'efficacia del monopolio derivante
dal brevetto. Questo per le caratteristiche stesse dello prodotto.
L'esperienza Microsoft fa testo.Pensare di favorire il libero mercato
consentendo la nascita di monopoli non penso sia concettualmente corretto.
Facciamo ora un esempio
L'autorità politica, in questo caso l'Unione Europea ha autorizzato a nome
della collettività l'introduzione dei vitigni transgenici. Se in un futuro
prossimo la diffusione di questi vitigni provocasse un aumento della
produzione di vino è probabile che la comunità dovrebbe pagare qualcosa per
diminuire la superficie coltivata a vigneto. Nell'autorizzazione data questa
eventualità, non improbabile, è messa in carico della comunità per il solo
fatto di aver autorizzato l'uso dei vitigni transgenici. Se invece si fosse
operato secondo l'esempio che ho illustrato nelle note sul Principio di
precauzione chiunque potrebbe fare riserva a chi desidera commercializzare
vitigni transgenici che un aumento della produzione di vino non potrebbe
essere portata a carico della comunità. Questa riserva come detto non
limiterebbe la libertà di decisione di chi vuole commercializzare i vitigni
transgenici, ma se l'evento temuto si verificasse sarebbe prova per la
richiesta di risarcimento e l'apertura di un contenzioso.
giuseppe cattaneo

From: ilpolitecnico  <ilpolitecnico@t...>
Date: Sat Nov 18, 2000 6:58am
Subject: R: R: L'imprenditore ideale e quello reale

 

mi rendo conto che a volte il discorso contiene dei sottintesi che
l'interlocutore non può conoscere. Spesso mi capita di esprimermi in termini
di dialettica servo-padrone quando il discorso implica un riferimento
all'autorità e all'interesse. C'è una corrente di pensiero che parte da
Hegel attraversa Alexandre Kojeve e Georges Bataille e si ricongiunge al
pensiero psicoanalitico in Lacan che ha come suo oggetto quella che Fayol
chiama la capacità direttiva. Siccome sull'oggetto di questa ricerca ho le
idee ancora confuse cerco di schiarirmele nel confronto delle idee.

Quando si dice che l'imprenditore deve avere un atteggiamento "etico" e
quando si dice che lo scontro fra imprenditori o lo sviluppo imprenditoriale
o l'innovazione o il fallimento non debbono danneggiare chi non c'entra si
fa una petizione di principio su un fondamento inespresso. Si assimila la
figura dell'imprenditore, o dell'impresa a colui che è presunto sapere (e si
presume agisca in funzione del suo sapere)

Questa è la stessa domanda che è stata fatta nel secolo scorso alla Stato
(fino alla teorizzazione dello stato etico) ed è da notare come nel momento
in cui la crisi dello stato nazione si fa evidente si cerchi un altro
soggetto che ne rilevi le funzioni pensando di individuarlo, in questo caso,
nell'imprenditore.

La corrente di pensiero a cui mi sono richiamato evidenzia invece la
funzione simbolica della capacità direttiva che quindi non può incarnarsi in
un soggetto reale se non sotto certe condizioni (pena l'alienazione del
soggetto). Se non c'è ( è meglio che non ci sia perché non può essere che
un'altra cosa) un soggetto reale che risponde alle richieste di
rassicurazione si apre una possibilità di agire pragmatico ( tecnico fra
virgolette) che riguarda tutti i soggetti reali posti sullo stesso piano.

Mi è capitato fra le mani qualche anno fa uno dei volumi dedicati agli
scritti di lavoro di Cesare Beccaria editi da Mediobanca nelle opere
complete. Sono rimasto affascinato da un agire pragmatico che oggi è
difficile riscontrare in chi ha una funzione direttiva. Credo che questa sia
l'unica dimensione ideale che ci possiamo dare dell'imprenditore.

scusate l'incompletezza del pensiero

giuseppe cattaneo

From: Fulvio Ferrieri  <fulvio.ferrieri@l...>
Date: Sat Nov 18, 2000 9:14am
Subject: R: sentieri interrotti....

 

Non ho trovato nel Suo scritto le risposte alle "domande che Le sono state
poste". Ho riscontrato invece un desiderio di protezione totale e affannoso
che, purtroppo, rimane - nel Suo scritto - senza riscontro e senza risposta.
Mi dispiace.

Fulvio Ferrieri

----- Original Message -----
From: <vittoriome@l...>
To: <fondazionebassetti@egroups.com>
Sent: Saturday, November 18, 2000 3:56 PM
Subject: [fondazionebassetti] sentieri interrotti....


cerco di rispondere ad alcune domande che mi sono state poste

(...)

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Sun Nov 19, 2000 1:06am
Subject: considerazioni sul vino in risposta a cattaneo

 

Condivido le osservazioni di cattaneo sul vino,ma...ed è un MA grande
quanto una casa, in europa il mercato del vino non esiste, come non
esiste per il latte, o per altri generi protetti.Perchè ? Perchè con il
sistema delle quote- si sta sul mercato, per così dire, solo avendo dei
titoli formali per starvi- solo chi è dentro il mercato può produrre e
commerciare, si nega alla base l'idea stessa di mercato come luogo
giuridico di libero scambio. Il resto ....lascia il tempo che trova.
Non è mercato,ma steccato per proteggere i produttori dagli assalti di
chi vorrebbe entrare: E passi se chi vuole entrare viene da altri
mercati, e per giunta , come sta accadendo, vorrebbe impiegare le
denominazioni dei vini europei....ma lo sbarramento viene fatto anche
contro i potenziali concorrenti europei.Si tratta di un escamotage
corporativo che è la negazione dell'idea di mercato. E gli europei
vorrebbero fare concorrenza agli altri paesi ?
Quanto ai vitigni modificati geneticamente, non capisco la ragione di
tanto scandalo. Tutti i vitigni pregiati sono frutto di passati innesti
fra vitigni diversi: il che significa che biologicamente, ab externo, è
già avvenuto quello che si vorrebbe fare in interno tramite il lavoro
genetico. E allora ? Che questo cambi poi la natura del vitigno in
peggio, è da vedere, e lo deciderà il mercato. Comprando o no .
Fra l'altro, difronte a possibili malattie, la soluzione genetica è
un'opzione importante.
In sintesi. Confermo l'assunto iniziale sul " mondo pericoloso",
confermo che è un problema,trovo le valutazioni di cattaneo
pertinenti,ma le vorrei riferite a merci che sono realmente sul
mercato, non sul tavolino dei burocrati e dei politici comunitari,
sulla cui attendibilità , concordo, è lecito avere qualche dubbio.
Grazie....buona bevuta a tutti gli amici del forum
vittorio menesini

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Sat Nov 18, 2000 10:26am
Subject: Su osservazioni di Cattaneo e su articolo di Galimberti

 

ho appena letto le osservazioni di cattaneo sulla sostituzione dello
stato con l'imprenditore, e ci devo pensare su, prima di scrivere.
vorrei solo dire che in termini effttuali, l'osservazione di cattaneo è
fondata sotto due aspetti.
Un aspetto storico: il II millennio è stato "anche" e forse,
soprattutto, l'epoca del commercio, inteso in tutti i suoi profili, Gli
stati stessi, a partire dai modelli comunali, per finire con i due
grandi ( Francia e inghilterra) che hanno dato il là a tutti, sono
stati modellati sulle esigenze del commercio. O no ? Se la mia
ricostruzione da " commercialista" è unilaterale,spiegatemelo pure, ma
mi sia data una spiegazione che tenga insieme la storia dell'Occidente,
sena alcun idealismo sottostante. Quindi, che limpresa sia il referente
principale....è normale.
Un aspetto d'attualità: oggi gli stati sovrani contano meno di una
multinazionale, la cui logica, per bene che vada, dovrebbe essere
quella di una " merce" che comunque,poi, è quotata in borsa, e quinfdi
dovrebbe rispondere all'esigenza di porodurre utili. E che altro deve
fare, scusate ?
In questo modo, darei anche un pare su galimberti, che altrove ho
apprezzato, ma che da quando si è messo a fare il terrorista
antitecnico, capisco sempre di meno.
Fateci caso : nel suo articolo su repubblica, che mi era sfuggito, si
occupa, parlando di genetica avanzata, di tre profili . L'informazione
della società civile;la mediazione politica;le indicazioni etiche.
Senza entrare nel merito, faccio solo notare che manca un enorme e
decisivo profilo, che è poi quello che conta: il mercato.senza il
mercato,la società si ferma,i filosofi non mangiano, e nemmemo i
politici, senza allusioni , ovviamente.
Il mercato è stata l'anima del millennio passato, e solo nel mercato
l'uomo trova i mezzi per vivere. O altrove ? Anche il convento non
sfugge a questa logica.
E in questa logica, vi anche quella del brevetto. Senza i vantaggi,
cioè le esclusive limitate nel tempo, nessuno innova, e il mercato si
arresta. Pensiamo ad un futuro senza mercato.....sarebbe impemsabile.
un film che gira sempre su sè stesso.
Quanto infine alla domamda di come mantenere integro un sistema che
crearicchezza e la distrugge, un idea l'avrei, ma sentiamo prima gli
altri.
Grazie dellattenzione
vittorio menesini

 

From: Piero Lombardi (by way of G.M. Borrello)  <piero_lombardi@h...>
Date: Sun Nov 19, 2000 6:58pm
Subject: UN CONTRIBUTO ALL'INTEGRAZIONE

 

UN CONTRIBUTO ALL'INTEGRAZIONE


Dopo aver letto con interesse ed approvazione la sintesi del Dott. Borrello
riguardante il thread avviato sulla base dell'articolo di Alberoni [ndr:
Lombardi fa riferimento al nuovo Percorso, da ieri on-line sul Sito della
Fondazione], desidero fornire un contributo all'integrazione mediante una
rilettura personale di alcuni dei temi chiave emersi nel corso del dibattito.


In primo luogo ritengo sia giusto evidenziare lo «slancio» da cui prende
avvio una nuova impresa oppure il ridisegno di una esistente:


«Al di là della motivazione del profitto, del successo, del desiderio di
fare del bene, l'imprenditore riuscirà a creare un'organizzazione vitale
solo se dentro di sé ha degli ideali, dei valori, dei sogni che chiedono di
essere realizzati» (Alberoni).


partendo da spinte interne ma anche da sollecitazioni esterne:


«L'interesse personale e l'anelito umanitario, o la tensione interiore, non
sono in contraddizione tra di loro, così come non lo è il progetto con la
sua pratica realizzazione (l'ora)» (Amato).


A seguire credo che si debba richiamare il «progetto» che è
l'articolazione dell'impresa lungo le dimensioni che ne caratterizzano il
posizionamento:


«Oltre alla dimensione competitiva (legata allo stare sul mercato),
l'impresa possiede una dimensione strategica (connessa alle sue capacità
progettuali), una dimensione strutturale (determinata dagli individui che
la compongono e dalle relazioni esistenti tra essi) ed una dimensione
sociale» (Lombardi).


ma anche l'integrazione di relazioni ed apporti:


«Se si dovesse definire l'opera (e quindi la funzione)dell'imprenditore si
dovrebbe dire che è la definizione di rapporti (nel senso più ampio e
generale del termine). Questa è , io credo, l'essenza dell'imprenditore»
(Cattaneo).


Troviamo , di seguito, la «azione» intesa come operare quotidiano dentro e
fuori dall'azienda per creare valore:


«... chi si arricchisce in un gioco a somma zero a danno di altri,
invece di inventare un gioco a somma positiva con l'innovazione (che non è
semplicemente un gioco combinatorio) , capace di arricchire ambedue gli
scambisti (e la società, come osservato da Adamo Smith due secoli fa) non è
un imprenditore» (Correale).


verso una «evoluzione» del sistema impresa che non è improprio assimilare a
quella dei sistemi viventi:


«Utilizzando la teoria dei sistemi autopoietici ed autoreferenziali siamo
riusciti a scoprire le dinamiche profonde di questa evoluzione che abbiamo
descritto nel ciclo di vita del valore appunto» (Zanotti).


Ed è qui che possiamo annotare come l'impresa prolunga la sua esistenza se
crea ricchezza senza che, con ciò, debba al contempo distruggerla (in una
visione sistemica del mondo e dell'economia tale affermazione non mi pare
appropriata).


Ma per creare ricchezza è necessario che l'impresa transiti attraverso la
«responsabilità»:


«… innovazioni o trasformazioni economiche di grande portata
finiscano inevitabilmente per avere ripercussioni su tutta la società.
Proprio la vastità di tali conseguenze impone una valutazione etica delle
scelte imprenditoriali ed instaura, di fatto, un rapporto stretto tra etica
ed economia» (Amato)


nel suo stesso interesse:


«L'impresa priva di un atteggiamento etico, che non genera valore e non
distribuisce ricchezza, che appare incentrata sul «padrone» il quale ne
spreme al massimo le capacità di produzione del reddito si lascia alle
spalle, dentro e fuori dai suoi confini, «terra bruciata» e, prima o poi,
ne paga le conseguenze» (Lombardi).



e si predisponga al «cambiamento» come prassi costante:


«Tanto è vero che oggi si parla d'intra-prenditorialità, della strategia
aziendale come rivoluzione permanente, ecc., a sottolineare che una azienda
può perpetuarsi a condizione che al suo interno ci sia chi mantenga acceso,
contro l'entropia ovunque operante, il fuoco imprenditoriale» (Correale).


In questo quadro non trova posto la visione dell'impresa come soggetto
belligerante sul campo di battaglia né come generatore di danno alle altre
imprese ed alla collettività.
Con questo non voglio dire che tale visione non sia mai applicabile, voglio
piuttosto dire che essa non è necessariamente l'unica prospettiva possibile.
Sta agli imprenditori e, prima ancora, alla società una scelta in questo
senso.



Cordialità.



Piero Lombardi

From: ilpolitecnico  <ilpolitecnico@t...>
Date: Tue Nov 21, 2000 8:26pm
Subject: R: considerazioni sul vino in risposta a cattaneo

 

L'osservazione del prof Menesini sulla natura del mercato europeo del vino e' esatta, e' un mercato chiuso, nel quale si sta dentro solo se si hanno i
titoli per starvi ( non le capacita' produttive ma i titoli) Sono
assolutamente d'accordo. Ed appunto l'autorizzazione all'uso dei vitigni
transgenici fa parte di questa impostazione di pensiero(oltre che
giuridica)che e' sostanzialmente monopolistica, di monopolio regolato.
In questo punto il problema dell'innovazione si interseca con il problema
tutto europeo della regolazione della distribuzione della ricchezza ed il
controllo politico sulla distribuzione della ricchezza, la torta disponibile
per il mercato, per rifarsi all'esempio citato nel dibattito, in Europa e' ancora piu' piccola.
Penso sarebbe interessante studiare la formazione della burocrazia europea
nelle sue origini e nelle sue impostazioni teoriche per meglio comprendere
le scelte che vengono operate. A esempio ecco un tema per una tesi di laurea
o un saggio o un concorso (magari europeo): L'opera di Kojeve come
funzionario della Comunita' Europea e l'idea della fine della storia.
giuseppe cattaneo

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Fri Nov 24, 2000 5:44am
Subject: Re: R: considerazioni sul vino in risposta a cattaneo

 

sono completamente d'accordo con giuseppe cattaneo sulla questione
della burocrazia euroepea... e sulle sue proposte di studio per tesi di
laurea sull'argomento. Mi è venuta in menta un'analogia,che presenta
dei limiti,però. I tentativi comunitari di regolare il "mercato
interno" all'unione, ricordano più il mercantilismo francese coevo alla
nascita dello stato moderno,che in questo caso sarebbe l'Unione, o sono
più vicini a pulsioni neo-corporative per ragioni d'ordine privato e
pubblico ? Ammesso che siano diversi.....E, comunque,hanno un senso in
un mondo che potrebbe fare a meno di stati nazionali, o di loro
superfetazioni , per giunta surreali ,come nel caso dell'Unione ?
Grazie e a presto.
vittorio menesini
ps. vogliamo abolire i titoli accademici nel discorrere ?

From: Vittorio Menesini (by way of G.M. Borrello)  <vittoriome@l...>
Date: Sun Nov 26, 2000 4:37pm
Subject: eventi di questi giorni

 

vorrei fare una riflessione - non da solo, se possibile- su un paio di
eventi di questi giorni.

Comincio dal primo. Il fallimento della conferenza sull'effetto serra
dimostra tante cose, che è inutile quì ricordare tutte, salvo una: la
non operatività della Precauzionalità come metodologia d'approccio ai
problemi: E guardate bene. personalmente sono convinto che il metodo
della prevenzione, in sè sia corretto, ma richiede dei contenuti che
solo convenzionalmente( cioè in sede d'accordo internazionale) è
necessario ma impossibile trovare...e allora.... ??? anche perchè in
realtà tutti i paesi in confronto fra loro sembrano avere ragione.
L'unica conclusione che riesco a trarre è che gli stati sovrani sono
oramai incapaci di condividere il pianeta, e che una soluzione
sovranazionale, pacifica o successiva ad eventi conflittuali, dovrà pur
essere trovata. purchè non sia quel dinosauro delle Nazioni
unite...perchè è uno strumento che non funziona, anche se piace molto
ai terzomondisti o pacifisti salottieri.

La seconda riflessione è legata alla apparizione di una nuova normativa
sulla responsabilità penale delle persone giuridiche, quindi anche
delle grandi società, nonche dei loro azionisti di riferimento,per
tutta una serie di danni causati sia all'ambiente, che ai terzi, per
giunta legittimando in modo vincente all'azione di responsabilità
contro gli amministratori appena il quarantesimo del capitale sociale
delle società con capitale superiore ai 500 milioni. Sull'ultimo
numero dell'Espresso ne ha parlato con lo pseudonimo di devil, a pag.
35,un illustre giurista di cui il nome molti conoscono ,impiegando il
termine di " RIVOLUZIONE". Non credo che forse di questo si tratti,
anche se convengo che si tratti di un evento normativamente fortemente
innovativo, poichè espone per la prima volta alle sanzioni penali chi
si era sempre coperto con il "velo" della personalità giuridica.
Ma, e qui sta il punto che forse interessa i partecipanti al forum, che
di diritto societario probabilmente non ne vogliono sentir parlare più
di tanto, questa normativa ( Legge 29 Settembre 2000 n. 300 pubb. in
G:U: 25 Ottobre 2000) è sempre sulla linea della responsabilità
successiva ai fatti che si vorrebbero impedire, e il suo
carattere "predittivo" e "PRECAUZIONALE" consiste soltanto
nell'effetto-paura che può produrre su chi amministra le grandi
società, inducendolo a maggiore prudenza o ad astenersi dal compiere
illeciti.....In altre parole, in economia, nei rapporti d'affari, il
principio di Precauzione è ancora sconosciuto, e si è ancora fermi
tutt'al più alle inibizioni per concorrenza sleale o alle sanzioni
antitrust.

grazie dell'attenzione

vittorio menesini

From: Francesco Zanotti (by way of G.M. Borrello)  <zanunion@l...>
Date: Tue Nov 28, 2000 2:25pm
Subject: Ciclo di vita del valore

 

Utilizzando la metafora dei sistemi autopoietici, ho scritto la storia
dell'evoluzione degli scambi economici di una impresa con il suo ambiente.
E' una storia emozionante e malinconica. Come la storia della vita...
Ho chiamato questa storia "Ciclo di vita del valore".

La nascita di uno scambio economico è un evento rivoluzionario:
l'imprenditore crea uno scambio economico (un prodotto e un mercato) che
prima non esisteva.
Quando la creazione di uno scambio economico (prodotto e mercato) ha
successo, il prodotto e il mercato diventano visibili. Sono, quindi,
imitabili. E l'imitarli è una tentazione tanto più forte quanto più il
successo è pieno...

Accade, insomma, che il successo stimoli l'ingresso nel nuovo mercato degli
imitatori. Ora, se l'imprenditore accetta di trasformare continuamente e
profondamente lo scambio economico che egli stesso ha creato, allora gli
imitatori non lo danneggiano: Anzi contribuiscono a rafforzare il suo mito.

Se, invece, comincia a curarsi di loro... allora egli stesso scatena il
confronto competitivo. Questo confronto presenta tutte le caratteristiche
di un processo di degenerazione.

Prima è un confronto sulla qualità del prodotto. Che genera perdenti (butta
fuori dal mercato i competitors peggiori), ma non vincitori: i competitors
migliori si ritrovano a proporre sul mercato prodotti di qualità ottima, ma
simile.

I "vincitori" sono costretti a cambiare terreno competitivo (l'efficienza,
prima, e la comunicazione, poi), ma il risultato è sempre una parità armata
tra i vincitori, sempre più costosa, in campi di battaglia sempre più
disagevoli. Alla fine non rimane che combattere con l'arma più brutale (il
prezzo). E si tratta dell'ultima battaglia che trasforma i vincitori
rimasti nei perdenti definitivi.

Mentre si combatte questo gioco a somma zero, che brucia risorse cognitive
e finanziarie, i clienti smarriscono il senso di quello che accade. Perdono
interesse ad un mercato dove i protagonisti sono troppo impegnati a
combattersi tra di loro per seguirli, stimolarli nello sviluppo delle loro
esigenze.

Tentando una sintesi: la competizione nasce da una rinuncia alla
rivoluzione. L'immergersi nella competizione avvia un processo di
degenerazione che fa perdere di senso alle imprese che vi si impegnano.

Mi si lasci proporre un parallelo storico: chi non si ricorda di quella
regina scioccherella che bollava di "maleducazione" coloro che non capivano
che se il pane mancava bastava mangiare brioches? Ecco l'impresa, senza
rivoluzione continua, ma lasciandosi nascondere la realtà dai saloni
barocchi della competizione, si troverà a condividere il destino di quella
regina scioccherella. Che non volendo (riuscendo) a diventare protagonista
di una propria rivoluzione è rimasta vittima di quella degli altri.

Ritengo che questa "storia del ciclo di vita del valore" sia
particolarmente evidente oggi, quando l'evoluzione velocissima
dell'ambiente economico, sociale, politico e culturale in cui si muove
l'impresa rende, da un lato, necessaria al rivoluzione continua. E,
dall'altro, rende esiziale quella rinuncia alla rivoluzione continua che si
chiama competizione.

Francesco Zanotti

From: Gian Maria Borrello  <borrello@f...>
Date: Tue Nov 28, 2000 3:27pm
Subject: Re: Ciclo di vita del valore

 

At 15.25 28/11/00 +0100, you wrote:
>Quando la creazione di uno scambio economico (prodotto e mercato) ha
>successo, il prodotto e il mercato diventano visibili. Sono, quindi,
>imitabili. E l'imitarli è una tentazione tanto più forte quanto più il
>successo è pieno...
>
>Accade, insomma, che il successo stimoli l'ingresso nel nuovo mercato degli
>imitatori. Ora, se l'imprenditore accetta di trasformare continuamente e
>profondamente lo scambio economico che egli stesso ha creato, allora gli
>imitatori non lo danneggiano: Anzi contribuiscono a rafforzare il suo mito.

Ma chi è mai questo Imprenditore, se non qualcuno che anche lui è un imitatore? E' vero: la questione consiste nella "rottura della continuità" (le onde di schumpeteriana memoria), ma il processo di sviluppo imprenditoriale vive dell'imitazione, l'imitazione è il suo "humus", è proprio una delle energie che consentono il "balzo fuori dalla routine".

>Se, invece, comincia a curarsi di loro... allora egli stesso scatena il
>confronto competitivo. Questo confronto presenta tutte le caratteristiche
>di un processo di degenerazione.
>...

Trovo che tutta la riflessione di Zanotti contenga spunti acuti. Tuttavia non riesco più che a condividere a comprendere il giudizio che, prima fra le righe e poi in modo implicito, egli dà riguardo a questo processo degenerativo. Voglio dire: il cicli biologici non sono forse processi in cui le sostanze degerano (si biodegradano) con ciò trasformandosi? Questo avviene nella biosfera ed rappresenta ciò che diversamente non potrebbe essere. Che senso ha, allora, dare un giudizio sul processo in sè? Semmai avrebbe senso darlo su eventi che sul processo incidono .

Se interpreto bene, la tesi sostenuta da Zanotti conduce all'apoteosi del monopolio. Anzi: i monopolisti "veri imprenditori" sarebbero (sua utopia) proprio coloro che riescono a mantenere "dotato di senso" del proprio agire rafforzando il proprio monopolio.

Bella l'idea che ispira il paragone coi "saloni barocchi": da una parte (nella metafora) la nobiltà che soccombe alla borghesia, dall'altra le imprese monopolistiche (nobili) che, prese al laccio della competizione, soccombono alle imprese borghesi.

La metafora in sè mi piace, ma non riesco a comprendere il giudizio negativo di Zanotti: forse che l'impresa "nobile" non dovrebbe essere anch'essa biodegradabile come le altre? Benissimo, questa è un'opinione, ma tant'è: la realtà dimostra che essa è l'impresa "nobile" a processi degenerativi tanto quanto le altre, così come il corpo fisico di re e sovrani è soggetto alle ingiurie del tempo tanto quanto quello di chiunque altro. Anzi, mi viene in mente che il tentativo di preservare un monopolio è simile a un processo di mummificazione (e una mummia, onestamente... non mi sembra sia mai un gran che).

Per concludere, ho trovato il "ciclo di vita del valore" elaborato da Zanotti interessante, ma vorrei sentire da lui --chiare e tonde-- le sue conclusioni:

>Ritengo che questa "storia del ciclo di vita del valore" sia
>particolarmente evidente oggi, quando l'evoluzione velocissima
>dell'ambiente economico, sociale, politico e culturale in cui si muove
>l'impresa rende, da un lato, necessaria al rivoluzione continua. E,
>dall'altro, rende esiziale quella rinuncia alla rivoluzione continua che si
>chiama competizione.

e quindi... ? può darsi --dico io-- che quella che Zanotti vede come "rinuncia" sia l'unica possibilità: come dire che competere è una necessità oggettiva.

Certo è che nella tesi di Zanotti l'impresa monopolistica appare come la sola che fa davvero rivoluzione... ma... e se non ci fossero le altre imprese, che rivoluzione sarebbe poi? e --ancor prima-- che monopolio sarebbe il suo?

Il discorso è interessante e questo potrebbero essere solo un suo incipit.

Teniamo però presente il tema di base al quale è dedicato questo Forum: la responsabilità nel fare Innovazione.

Da un lato, si avanza in terreni che non dispongono di normativa (a questo proposito segnalo gli interventi di Menesini in questo forum) e non ci sono più le vecchie distinzioni schematiche. Dall'altro lato, spesso lo scienziato è anche imprenditore dello sfruttamento della sua scoperta. Spesso l'imprenditorialità non è personale ma di gruppo.

Quali sono, allora, le conseguenze sul concetto di responsabilità?

Può esistere una responsabilità, anche laica, in assenza di norma?

Può esistere una responsabilità in assenza di personalizzazione dell'azione?


Gian Maria Borrello

From: vittoriome@l...  <vittoriome@l...>
Date: Wed Nov 29, 2000 4:46am
Subject: Re: Ciclo di vita del valore

 

Cercherò di rispondere. o almeno a provare di rispondere. Cominciamo
dall'ultima domanda:
Può esistere una responsabilità in assenza di personalizzazione
dell'azione.
Risponde l'imprenditore patrimonialmente in termini
oggettivi,e da ultimo risponde l'Impresa societaria in termini penali.
MA.....contr.osservo: per quali danni e a chi si risponde ? E poi,
c<ome ? In assenza di una giurisprudenza evolutiva , sono protetti solo
gli interessi specificamednte protetti "prima", ciè indicati da una
norma. Gli altri non previsti.....stanno li: era il caso da danno da
innovazione concorrenziale subìto da
dipendenti,fornitori,clienti,collaboratori di un imprenditore andato
fuori mercato per l'innovazione altrui, A questi chi ci pensa ?
Potrebbe bastare l'intervento assicurativo ? O i costi salirebbero alle
stelle ?
Non esiste una responsabilità in assenza di norme, se si intende per
responsabilità che si risponde di cosa si sia fatto, o non fatto,
quando lo si doveva fare.In termini laici, almeno. Sensi di colpa ?
Direi che non hanno posto , al di fuori di una previsione normativa.
Prendiamo il caso di un mercato tipico di questi problemi: la borsa, o
il mercato dei prodotti mobiliari. Ogni qualvolta l'investitore
guadagna, lo fa a spese di qualcualtro che ci ha rimesso.E invece di
essere contento di aver fatto bene, dovrebbe anche essere triste , e
avere sensi di colpa ?
Non ci sono conseguenze sul concetto di reponsabilità, salvo estenderla
al campo penale,come si va facendo, e anche in questi casi con molta
attenzione, direi.Per tornare alle imprese societarie, il principio per
cui la capogruppo, e per lei chi la dirigeva, e addirittura gli
azionisti di riferimento, dovrebbero rispondere.....comunque....non è
ancora entrato in modo pacifico.E , comunque, lo vedrei più come
detternete, che come altro.
In conclusione, il dilemma fra innovazione=ricchezza ed innovazione=
distruzione di ricchezza è ancora irrisolto. Ma meglio produrre
ricchezza per un verso sapendo che si perde altra ricchezza per un
altro verso, che la mancanza di innovazione legata al monopolio.
Non si ha innovazione se non regalata o coatta da parte del
monopolista,i consumatori restano al palo,e il sistema si blocca.E poi,
per finire: la ricchezza distrutta, è concettualmente diversa da quella
prodotta.Ne vogliamo parlare ?
Grazie dell'attenzione
vittorio menesini

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