Rassegna stampa
commentata da Vittorio Bertolini [ * ]

Gennaio 2002 - aggiornata il 18 e il 20 febbraio 2002  (right-sfondochiaro.gif (838 byte) new.gif (896 byte))

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Franco Rasetti e la responsabilità sociale dello scienziato

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right.gif (841 byte)"Ricerca armata"?new.gif (896 byte)[18 feb 2002]: puntata di Lunedì 18 febbraio 2002 della trasmissione di Radio 3 - RAI "Le Oche di Lorenz" (*)
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(*) Programma condotto da Sylvie Coyaud e Matteo Merzagora (in redazione Silvia Baglioni), realizzato con la partecipazione della Fondazione Sigma-Tau (www.sigma-tau.it/fondazione).

"Il fisico che rinnegò l'atomica" e "Quel no di Rasetti" sono due dei titoli con cui la stampa italiana ha ricordato la scomparsa a 100 anni di età di Franco Rasetti, il fisico che prima collaborò con Enrico Fermi e successivamente, emigrato nel 1939 in Canada a seguito delle leggi razziali, rifiutò di partecipare al progetto atomico anglo-canadese.

Dal punto di vista della biografia scientifica, Rasetti va ricordato oltre che per il contributo dato alla fisica [ ** ] anche per i suoi i suoi interessi scientifici nei campi della geologia e della paleontologia (campi in cui giunse rapidamente ad essere un'autorità internazionalmente riconosciuta) e per la sua attività di classificazione in campo botanico (cfr. la recensione al suo "I fiori delle Alpi" [su http://cdnet01.cdnet.it/]). Per altre informazioni si può comunque far riferimento a uno qualsiasi degli articoli collegati a questo commento [in Rassegna stampa del Sito Web Italiano di Filosofia] oppure ai siti "Nel mondo della scienza" [su wwwps.lnf.infn.it] o "I grandi italiani nel mondo"[su www.newsitaliapress.it].

Ma al di là della biografia scientifica la figura di Rasetti, proprio per la sua esplicita volontà di estraniarsi dal progetto atomico, diventa emblematica dello scienziato capace di autolimitare la propria attività di ricerca in nome della propria responsabilità sociale. Sulla sua decisione possono avere influito anche altre motivazioni; prima fra tutte la sua concezione della ricerca scientifica come esaltazione della creatività individuale, che proprio per la sua natura non poteva essere ingabbiata in organizzazioni gerarchicamente strutturate. Scrive infatti Gianni Battimelli su L’Unità: «La fisica cambiò scala, diventò big science, conobbe una crescita mai sperimentata in precedenza in termini di persone, investimenti, dimensioni dei laboratori, complessità degli apparati sperimentali. Era una tendenza che non poteva piacere al carattere fortemente individualista di Rasetti, restio all'irregimentazione e fondamentalmente artigianale nel suo modo di concepire la ricerca». Piero Bianucci su La Stampa avanza l’ipotesi di uno spostamento dei suoi interessi: «La storia evolutiva della vita, con le sue incertezze e complessità, lo attraeva ormai di più delle nitide e semplici certezze degli esperimenti di fisica».

E’ probabile che sul "rifiuto" di Rasetti abbiano influito sia il carattere individualista sia il desiderio di confrontarsi con nuovi ambiti della conoscenza, ma proprio la scelta della paleontologia e della geologia, discipline «sfuggite fino ad ora alla corruzione che è stata importata nella fisica dalle applicazioni militari e dai grandi finanziamento governativi» e dove, aggiunge Battimelli, «non c'è rischio di duplicazione del lavoro, né bisogno di competizione o pressione a pubblicare risultati incompleti», sta a significare che nella scelta di Rasetti la responsabilità sociale dello scienziato veniva interpretata innanzi tutto come autonomia della ricerca non solo nei mezzi, ma prima di tutto nei fini. Per Rasetti «la scienza non ha e non deve avere nessuna compromissione non solo con la guerra, ma neppure col potere e l'industria: credeva che unico fine della ricerca fosse la conoscenza della natura e non la creazione di strumenti di potere o di ricchezza» (cfr. Franco Prattico, La Repubblica). «Devo ammettere che scoprire i segreti della Natura è tra le cose più affascinanti che ci possano essere. Ma può darsi che qualcosa sia insieme molto affascinante e molto pericoloso. La scienza può dire "Se vuoi costruire una bomba da 100 megatoni devi fare così e così, ma la scienza non può mai dirci se dobbiamo costruire una bomba da 100 megatoni. Penso quindi che gli uomini dovrebbero interrogarsi più a fondo sulle motivazioni etiche delle loro azioni. E gli scienziati, mi dispiace dirlo, non lo fanno molto spesso» (cfr. sopra Battimeli). Oggi con il "senno di poi" è abbastanza facile «giudicare [oppure giustificare] chi allora fece la scelta opposta» (cfr. Marcello Cini, il manifesto). Infatti «Antonino Zichichi ha osservato che Rasetti sbagliò a dire di no all'atomica. È fuor di dubbio che l'America dovesse dotarsi dell'arma nucleare prima della Germania hitleriana, che era molto avanti nello studio e nella realizzazione di un ordigno del genere». Infatti «nel dicembre del 1938 il tedesco Otto Hahn ha ottenuto, e riconosciuta nel suo pieno significato la fissione artificiale del nucleo atomico. Il 2 agosto del 1939, poco prima che Hitler invada la Polonia, dando inizio alla seconda guerra mondiale, Einstein , di cui pure sono note le tendenze pacifiste, scrive a Roosevelt la lettera-appello» (cfr. Il Tempo).

Pietro Greco, su L’Unità del 5 dicembre, in occasione dei cento anni di Franco Rasetti, ha scritto: «Oggi la storia è meno drastica nel pretendere decisioni dagli scienziati, ma più petulante. Raramente si chiede ai ricercatori di effettuare una scelta così forte e netta. Molto spesso, quasi quotidianamente, viene chiesto loro di assumersi delle responsabilità nell'uso sociale delle conoscenze che producono. L'insegnamento che Rasetti e Fermi ci ripropongono, a cent'anni dalla loro nascita, è che non è giusto, non è possibile sfuggire all'obbligo morale della scelta. E che, qualsiasi sia alla fine la decisione presa, essa sia presa in modo netto e chiaro».

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Werner Heisenberg

In un articolo de Il Sole 24 Ore del 17 settembre 2001, Armando Massarenti commenta una piéce teatrale imperniata sul misterioso viaggio di Heisenberg (di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita (cfr. Pietro Greco, L’Unita del 5 dicembre "Heisenberg e l’indeterminazione della storia") a Copenaghen nel 1941 per incontrare Bohr. «Perché Heisenberg, che era a capo del progetto tedesco, per la costruzione dell'arma atomica, volle andare a Copenhagen, città occupata dai tedeschi, per far visita a Bohr, suo maestro e amico, metà ebreo e tutt'altro che filo-tedesco? ».

 

 

 Correlazione 

Forse «Heisenberg, da ricercatore puro qual era, a Bohr voleva solo chiedere: "Noi, come fisici, abbiamo moralmente il diritto di dedicarci allo sfruttamento pratico dell'energia atomica?". Ma non è proprio da qui che nascono tutte le altre domande?». E la risposta che Heisenberg dette al proprio dilemma morale potrebbe forse essere stata molto simile a quella di Rasetti (anche se non poteva negare il proprio apporto, pervhé la Germania di Hitler non era il Canada dove invece Rasetti era emigrato). Infatti, in un articolo apparso su Avvenire del 28 luglio, dove Vittorio Spinelli recensisce il diario del fisico, possiamo leggere: «Fu decisivo [nella non realizzazione del progetto atomico nazista] quindi l'atteggiamento di Heisenberg, convinto, come appare dal suo diario, che le potenzialità della scienza non devono essere lasciate senza controllo. Le nuove ricerche, che hanno trovato conferma nelle testimonianze di alcuni personaggi tuttora viventi, scoprono la personalità di un uomo che ha vissuto la tragicità degli eventi e la violenza del nazismo, cercando di preservare l'integrità della propria coscienza e la coerenza con il suo ruolo di scienziato».

(19 gennaio 2002)

Carrara, Fermi, Rasetti
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[*]Vittorio Bertolini (right-sfondochiaro.gif (838 byte)Scheda biografica) collabora con la Fondazione Giannino Bassetti
[**] Le ricerche di Rasetti sull'effetto Raman segnarono la transizione dalla spettroscopia atomica alla fisica nucleare, nel gruppo di via Panisperna – in cui gli si riconosceva il ruolo di vice di Fermi - contribuì in modo determinante agli esperimenti che portarono alla scoperta dei neutroni «lenti»; a lui si deve inoltre la determinazione, nel 1941, della vita media dei mesoni in moto che permise di verificare per la prima volta la dilatazione del tempo prevista dalla teoria della relatività.

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