Interventi al Forum nel mese di Giugno 2000

Gli interventi di:
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From: G.M. Borrello <borrello@f...>
Date: Thu Jun 1, 2000 6:20pm
Subject: Un "attacco all'inconscio": la strategia del "prendiamoli da piccoli"
A proposito delle strategie delle multinazionali del tabacco e degli
additivi che arricchiscono il tabacco (v., qui, "The Man Who Knew Too
Much") ...

L'Espresso, n. 22, 1 giugno 2000, p. 42

"Fumatori alla gogna"
 di Stefania Rossini
 (...)
 <<David Davies, direttore europeo della Philiph Morris in Europa, ha
ammesso pubblicamente che il tabacco provoca il cancro. (...) appare chiara
l’operazione di restyling e di lungimiranza aziendale della più potente
multinazionale del tabacco. Nessuno, tra quanti cominciano a fumare adesso,
potrà un giorno pretendere i risarcimenti miliardari che le vittime del
fumo hanno imparato a chiedere ai produttori. Erano stati avvertiti.>>
 (...)


 La Repubblica, 31 maggio 2000, p. 15

 "Lobby del fumo sott'accusa. 'Usano i divi per vendere'"
 - L'allarme dell'Oms: in cinema e tv pubblicità nascosta.
 Oggi Giornata anti tabacco. Fumare 20 sigarette al giorno equivale a
sottoporsi a 300 radiografie l'anno -
 di Enrico Bonerandi

"Prendiamoli quando sono giovani, resteranno con noi tutta la vita". Se -
come ha rivelato l'ex- manager "pentito del colosso della manifattura del
tabacco "Browm and Williamson", Jeffrey Wigand, ispiratore del film "The
Insider" - questa è la strategia delle multinazionali delle sigarette,
nonostante le recenti sonore condanne negli Stati Uniti il "partito del
tabacco" non ha affatto perso la sua battaglia. Per la giornata
internazionale di lotta contro il fumo, l'Organizzazione mondiale della
sanità ha reso pubblici ieri dati allarmanti sulla diffusione della
sigaretta tra i giovani: ogni giorno 100mila ragazzi in tutto il mondo
iniziano a fumare. Questa volta però l'Oms ha puntato decisamente il dito
contro la nuova offensiva delle multinazionali, che ricorrerebbero a
strategie commerciali indirette e insidiose rivolte soprattutto al mercato
giovanile. Un "attacco all'inconscio" servendosi del cinema, della tv e dei
video-clip, che diffonderebbero immagini in cui il fumo viene presentato in
modo attraente, per far breccia su di un pubblico debole, preda facile di
un messaggio "positivo" e scarsamente sensibile alle informazioni
scientifiche sui rischi del fumo. Questa strategia del "prendiamoli da
piccoli" avrebbe a disposizione secondo L'Oms un budget stellare: 6
miliardi di dollari, oltre 12mila miliardi di lire.
 (...)
 Una nuova accusa per le multinazionali è di "arricchire" il tabacco con
additivi che ne rendono l'uso sempre più compulsivo. Un recente studio,
diffuso ieri da Legambiente, ha individuato ben 600 diverse sostanze
impiegate. Il Codacons ha invece annunciato che un gruppo di ricercatori
bolognesi ha scoperto che nel tabacco è presente un elemento radioattivo,
il polonio 210: "Fumare 20 sigarette al giorno equivale a sottoporsi a 300
radiografie all'anno al torace".
From: Fulvio Ferrieri  <fulvio.ferrieri@l...>
Date: Sat Jun 3, 2000 6:10pm
Subject: R: Una questione di... "convenienza"
L'accenno alla brevettabilita' delle innovazioni tecnologiche, accantonata
dopo lo scambio di opinioni con Cattaneo, rimane tuttavia un problema
non marginale.

Se riteniamo che la creativita' dell'uomo sia all'origine dello sviluppo
della Tecnica, ma anche di tutte le altre manifestazioni dell'attivita'
dell'uomo quali l'imprenditorialita', ma anche lo sviluppo delle arti
figurative, musicali, letterarie, non si capisce l'accanimento con il quale
viene contestata la brevettabilita' dell'innovazione tecnologica, ma non
l'istituto del "diritto d'autore" che pure consente forme monopolistiche di
gestione di prodotti artistici e la formazione di ingenti patrimoni.

Forse sarebbe opportuno, all'interno di questa discussione, sgomberare il
campo da ideologismi che non contribuiscono al dibattito sulle ragioni
epistemologiche e ancor meno sui problemi etici che una serena riflessione
sulla tecnica comporta.

Forse questo accanimento ha origini ideologiche dove il "profitto" in
compagnia dell'"imprenditorialita'" e del "mercato" riveste il ruolo di
principale soggetto giudicabile...

Ritengo che il richiamo di Borrello al tema della "responsabilita'" sia
condivisibile.

A breve un mio intervento su questo tema.

Fulvio Ferrieri
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Sat Jun 3, 2000 6:47pm
Subject: Chi ci guadagna (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari, 24 May 2000])
Chi ci guadagna (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari, 24 May
2000])
-----------------------------------------------

Un articolo di Giorgio Celli porta alcuni argomenti a sostegno della
tesi che, con le biotecnologie, chi ci guadagna non sono i diseredati
del pianeta, ma gli azionisti dei Paesi del benessere.

Il testo integrale dell'articolo è disponibile sul sito della Fondazione nel Percorso sulle Biotecnologie [aggiornamento del 17 aprile 2001]

LA STAMPA, 19 APRILE 2000
GIORGIO CELLI
Cibi transgenici, la grande bufala
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Sun Jun 4, 2000 9:27pm
Subject: La sconfitta della fame nel mondo (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari, 24
La sconfitta della fame nel mondo (Was Re: Biotecnologie [Enrico M.
Ferrari, 24 May 2000])
---------------------------

Dal FORUM "I geni dell'uomo", sul sito de Il Sole 24 Ore:
<http://sole.ilsole24ore.com/cultura/genoma/default.htm> (moderatore:
Cinzia Caporale c.caporale@a...)

<<(...)
C'è poi l'altro mito: quello della sconfitta della fame nel mondo.
Sono fra quelli che continuano a ritenere più giusta la
definizione di "sterminio per fame", perché oggi sul Pianeta il
cibo per tutti gli abitanti non manca. Manca invece la volontà
politica di un'equa distribuzione degli alimenti secondo le
necessità. Abbiamo tutti negli occhi le immagini di tonnellate di
arance inviate al macero per ragioni di mercato, ma meno evidente
è lo spreco di alimenti di origine vegetale per l'allevamento di
animali destinati alla macellazione. A seconda degli studi,
utilizzare gli stessi campi per produrre cereali, legumi e altri
alimenti di diretto consumo umano assicurerebbe una disponibilità
di cibo maggiore da sette a venti volte.
In un mondo dove il 20% della popolazione consuma l'80% delle
risorse, e viceversa, è impossibile credere che la risposta si
trovi nell'alterare gli assetti biologici. Già oggi le banche dei
semi impongono ulteriore miseria e carestia ai coltivatori del sud
del mondo. L'ulteriore ricatto genetico, promosso dagli stessi
che oggi controllano e determinano buone porzioni di povertà e
fame, non è condivisibile né accettabile.
Forse sono un oscurantista, un misoneista o un luddista; oppure,
più probabilmente, uno che non apprezza la promessa
dell'idromassaggio se alla casa mancano le fondamenta.
Adolfo Sansolini
lav.sansolini@m...
(...)>>
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Sun Jun 4, 2000 9:34pm
Subject: Scienza contro ideologia (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari, 24 May 2000]
Scienza contro ideologia (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari,
24 May 2000])

In quanto alle opportunità derivanti dalle biotecnologie,
sull'inserto Domenica de Il Sole 24 Ore di oggi, a p. 32, Gilberto
Corbellini replica a Mario Capanna:

<<
(...) lo sviluppo della conoscenza scientifica può immunizzare,
meglio di qualunque chiacchiera, contro il razzismo e le
discriminazioni, nonché risolvere problemi quando si tratta di
prevenire sofferenze.

È una responsabilità morale grave quella che si stanno
assumendo coloro i quali, facendo leva sull'analfabetismo
scientifico, alimentano sentimenti di avversione e sospetto per gli
sviluppi scientifici e tecnologici. In ogni caso, per chi scrive, di
"vecchio", nell'attuale dibattito sulle biotecnologie, c'è
solo il conservatorismo culturale di chi non ha il coraggio di
immaginare, sulla base di opportunità che potrebbero andare
finalmente a vantaggio di tutti, un futuro per l'umanità e per
il pianeta meno carico di morte, malattie e degrado.
>>
From: giacomo correale  <correale@t...>
Date: Mon Jun 5, 2000 4:07pm
Subject: BUSINESS ETHICS

Ho letto il documento di Ervin Laszlo su Business Ethics,  mi è molto piaciuto e lo condivido sostanzialmente. L'inizio  è fondamentale: "Ethics is becoming business, in both senses".  Tuttavia il seguito  dell'articolo sembra continuare a distinguere  troppo tra etica ed affari,  e pur sostenendo che etica ed affari possono andare di pari passo non esclude che    chi è in affari sia legittimato ad agire  senza tener conto dell'etica. Naturalmente certe soglie ci sono: il furto, la rapina, la truffa, l'aggiotaggio, l'insider trading, ecc. sono sanzionate come forme di affari non ammesse. Ma sono soglie  che danno l'impressione di non essere composte in un sistema coerente di valori di fondo.

 

Io mi chiedo: perchè si parla  di etica degli affari, e non si parla di etica della politica?  Perchè  si parla, ad esempio,  di "commercio equo e solidale", di "banche  etiche", e non si parla, o si parla molto meno,  di politica equa e solidale, o  di istituzioni  etiche? 

 

Credo di sapere perchè: perchè la politica, per quanto  oggetto di disaffezione da parte di molte persone, per quanto criticata in quanto  dedita più alle lotte di potere che al servizio del cittadino, è considerata, almeno  potenzialmente, una attività ad alto contenuto etico, forse il più  alto: il governo della polis. Si dà per scontato che la politica dovrebbe rispondere a finalità altamente etiche.  Del resto, anche "il fine giustifica i mezzi"  machiavelliano dava per implicito  che il fine avesse un valore etico (cosa che molti dimenticano parlando di Machiavelli). Analogamente, nessuno rinuncerebbe all'affermazione  contenuta in tante costituzioni democratiche secondo cui "la sovranità appartiene al popolo", anche se tutti sanno quanto questa affermazione sia di difficile realizzazione.

 

Ben diversa la situazione nel mondo economico. Se molti parlano  e  apprezzano attività economiche definite come "commercio equo e solidale", o "banche etiche", o di "non profit", è perchè si suppone, consapevolmente o no, che il commercio  sia normalmente e legittimamente  iniquo ed egoista, che le banche siano normalmente e legittimamente  immorali e che il profitto sia riprovevole (la sua  stessa esaltazione come fine dell'attività economica lo considera  sostanzialmente moribus  solutus). Insomma vige, soprattutto da noi,  l'arrière pensée  che fare business  implichi fondamentalmente un furto (marxismo) o che il denaro sia di per sè farina del diavolo (cattolicesimo).

 

E' chiaro che è facile portare prove che confermano questo modo di vedere l'economia.  Ma lo stesso si potrebbe dire della politica, se considerata solo come finalizzata a un  qualsivoglia potere. D'altra parte sarebbe possibile, anche se meno facile, dimostrare che queste concezioni   non sono necessariamente  vere. Se tali fossero,   tra l'altro, l'economia non avrebbe portato a un aumento e a una  diffusione  crescente della ricchezza e del benessere, sia pure  solo per una parte limitata dell'umanità e tra molti squilibri (che potrebbero essere dovuti  proprio al  modo più diffuso di intendere l'attività economica, e  all'insufficiente e incorerente governo di essa). 

 

Insomma, mentre per la politica vige una presunzione di moralità per così dire costituzionale, per l'economia vige una presunzione di immoralità costituzionale.

 

Io credo tuttavia che qualcosa stia cambiando (a mio parere, con duecento anni di ritardo rispetto alla politica). Da una parte le aziende e la business community si rendono conto in misura crescente che i comportamenti etici, il riferimento a valori non solo economici, a partire da quello  della lealtà e trasparenza nei rapporti tra aziende e in generale nei mercati,  contraddistinguono le economie  e spesso le singole  aziende più floride, mentre dove questi valori sono messi in non cale l'economia ristagna o regredisce, le aziende falliscono. Ma dall'altra, il mondo economico viene sempre meno considerato  come una  zona franca rispetto alle regole di convivenza politica. Non esiste ancora un corpus juris  organico per la convivenza economica, come esiste per uno stato democratico, dalla costituzione in giù. Ma sono molti i filoni che convergono verso questa riconduzione dell'economia alle regole di una  convivenza democratica: legislazioni antitrust, norme sulla corporate governance,  tutela dell'ambiente naturale,  difesa dei consumatori, vincoli e garanzie sulla qualità e la sicurezza dei prodotti, eccetera, fino alle  stesse normative  WTO, la cui improvvisa "popolarità" (o impopolarità)  va considerata  comunque come  un segnale positivo di presa di coscienza politica globale.

 

In questo contesto,  si chiarisce anche il ruolo delle aziende e degli imprenditori. Diceva già Adamo Smith: "Il consumo è il solo fine e scopo di ogni produzione...  Il principio si illustra a tal punto da sè che sarebbe assurdo cercare di dimostrarlo. Tuttavia nel sistema mercantile... sembra che si consideri la produzione, e non il consumo, come fine ultimo e obiettivo di ogni industria e commercio".  Per certi versi la situazione deninciata da questo padre del capitalismo è peggiorata, con la crescente  finanziarizzazione  dell'economia, che  troppo spesso perde  di vista non solo il consumo, ma anche la  stessa produzione. Ma per altri  versi sta migliorando, perchè da poco tempo si capisce che il profitto è solo uno dei "derivati",  sia pure fondamentale per la sopravvivenza e la crescita di una azienda, del vero obiettivo dell'azienda: quello di produrre valore  per i destinatari dei suoi prodotti, fisici o intangibili che siano, tenendo presenti anche gli effetti indotti per i terzi.  Valore che naturalemnte va inteso  come qualcosa che "solleva o mobilita" i destinatari, come dice Richard Normann,  o, secondo l'elevata concezione ruskiniana della ricchezza, come qualità della vita  (questo significa che la droga o le armi, di regola, non sono un valore, anche se  desiderate e pagate a caro prezzo da molti "consumatori").

 

Per concludere:  a me piacerebbe  che non si parlasse più  o si parlasse molto meno di etica degli affari, di banche etiche,  di non profit, eccetera.  Tra l'altro, queste stesse attività possono dare luogo, e hanno in effetti dato spesso luogo, ad attività affaristiche molto poco etiche. Preferirei che si parlasse tout court di economia e di attività economiche, e che si cercasse di ricondurle a un sistema di convivenza civile  che non può esistere senza riferimenti etici fondamentali.

 

Per suffragare  la mia aspirazione, faccio due  esempi:

 

- La Grameen Bank di Muhammad Yunus, nata nel Bangladesh e che fiorisce e si sviluppa in nuove iniziative  secondo una logica  sanamente business, cioè senza i vincoli , le sovvenzioni e i paludamenti di una banca etica. Questa banca ha raggiunto alti livelli di redditività, attribuiti  tra l'altro all'elevato frazionamento del rischio (concesso a  migliaia di famiglie povere ritenute normalmente inaffidabili dal sistema bancario normale!).

 

- I fondi d'investimento  che  finanziano aziende che operano in  modi e settori  del tutto "normali"  (cioè non in iniziative umanitarie, o ecologiche, ecc.), ma che hanno adottato per le loro strategie e il loro operare quotidiano codici di comportamento ispirati a specifici principi di deontologia sociale e professionale.Fondi di questo tipo, inseriti nell'indice  americano "Domino 400",  hanno visto le loro quotazioni salire  in un decennio del 302%, contro il 267% dell'indice Standard & Poor's 500. Se ne deduce che le aziende facenti parte di questi fondi mostrano una maggiore capacità di crescita sostenibile nel lungo termine. Questi fondi mostrano inoltre una permanenza degli investitori doppia rispetto ai titoli azionari in generale.

 

Concludo dicendo: forse le mie considerazioni non sono molto bene  argomentate, o sono piuttosto incolte in termini di teoria economica. Ma qualcosa di vero deve esserci. Spero che qualcuno mi aiuti a precisarle meglio o a rivederle.

From: Fulvio Ferrieri  <fulvio.ferrieri@l...>
Date: Tue Jun 6, 2000 3:47pm
Subject: R: La sconfitta della fame nel mondo (Was Re: Biotecnologie [Enrico M. Ferrari, 24
Mi riferisco a quanto scrive Sansolini, alla polemica scoppiata sugli OGM e in particolare all'articolo di Celli (La Stampa 19.04.00) per esprimere una personalissima opinione che, essendo io privo di conoscenze specifiche in materia, vuole solo essere una pacata riflessione.

Innanzitutto non mi pare che, anche all'interno di una diffusa cultura del sospetto, si possa ragionevolmente pensare ad un "complotto" che, tendente a massimizzare il profitto, unisca in una specie di associazione per delinquere le multinazionali impegnate a distruggere l'umanit€  à e, con questa, il loro mercato. Nemmeno mi viene facile pensare alla Tecnica, in tutte le sue manifestazioni, come una "cattiva infinit€  à" dove i fini diventano mezzi in un percorso infinito dove l'unico risultato certo €  è il profitto.

Non voglio nemmeno accusare di catastrofismo o di oscurantismo chi consapevolmente e ragionevolmente parla di biotecnologie con atteggiamento critico. Tuttavia mi domando come i "catastrofisti" avrebbero reagito all'epoca della scoperta del ferro e dell'invenzione della ruota che certamente hanno prodotto armi pi€  ù temibili e micidiali carri da combattimento, ma che hanno anche consentito la costruzione di utensili e attrezzi e di veicoli per il trasporto delle merci.

Certamente le industrie farmaceutiche hanno sintetizzato molecole che si sono rivelate dannose per l'uomo e la natura, ma hanno anche prodotto farmaci che hanno consentito di debellare malattie endemiche ed epidemiche, per non parlare della terapia del dolore

A proposito di solidariet€  à, anche l'operazione Arcobaleno che pure ha aiutato migliaia di persone ha, a quanto pare, problemi giudiziari che ipotizzano reati vari commessi da singoli. Ma penso che nessuno voglia buttar via, per questo, il bambino con l'acqua.

Certo, il terzo mondo sta subendo gli effetti di una rapida decolonizzazione, ma in realt€  à, in Africa, si stanno combattendo guerre tribali che sono la continuazione delle guerre precoloniali.

La scienza e la tecnica sono in continua evoluzione: ogni scoperta scientifica e ogni innovazione tecnologica ampiano la conoscenza ma certamente aprono anche grandi ambiti d'ignoranza: l'incapacit€  à di produrre previsioni meteorologiche esatte ne €  è un tipico esempio. L'attribuire le bizzarrie meteorologiche totalmente all'azione distruttiva dell'uomo €  è, quanto meno, azzardato; certo pu€  ò esserne una concausa, ma l'abbattimento degli alberi che secondo alcuni potrebbe essere (e probabilmente €  è) una concausa della desertificazione di intere regioni, ha origini ben pi€  ù remote della rivoluzione industriale: nell'antichit€  à il legno era praticamente l'unico materiale di costruzione.

Le multinazionali, che sono public companies cio€  è ad azionariato diffuso, non possono ragionevolmente essere considerate l'unica causa della fame nel mondo. Credo di ricordare che le ultime spaventose carestie, in ordine di tempo, siano attribuibili a regimi totalitari che pianificavano l'agricoltura e l'economia e che poi, paradossalmente, acquistavano ingenti quantitativi di generi alimentari proprio da quelle multinazionali che combattevano ideologicamente e praticamente.

A mio parere, sulle biotecnologie si impone una sospensione di giudizio, assieme ad una grande attenzione critica.

Concludendo, credo che piuttosto che dilungarsi in discussioni incentrate sul pensiero postmodernista sarebbe interessante approfondire il tema relativo alla nozione di responsabilit€  à riconducendola, per esempio, al ruolo della responsabilit€  à individuale, consapevole quindi e non ulteriormente delegabile. (Il problema reale €  è smettere di fumare perch€  è il fumo €  è dannoso a me e a chi mi sta vicino, non in quanto imposto dalla legge).

I (tanti) problemi sono quasi sempre riconducibili a realt€  à culturali. Credo che la Tecnica della comunicazione possa contribuire a importanti cambiamenti culturali, rendendo disponibili i saperi diffusi, molto pi€  ù delle leggi o peggio delle dimostrazioni di piazza.

From:   <aamato@s...>
Date: Tue Jun 6, 2000 4:45pm
Subject: innovazione e problemi ad essa connessi
Innanzi tutto, saluto gli altri partecipanti al forum. Intervengo
volentieri alla interessante discussione da voi avviata,
permettendomi di riportare alcune riflessioni contenute in un mio
scritto, dal titolo: "Il dramma della scienza". Questo titolo deriva
dalla considerazione che, secondo me, la scienza moderna è
percorsa
da un dramma inedito, per le sue proporzioni e per la sua valenza.
Ciò in conseguenza del fatto che la scienza, oggi, è costretta
a
ridefinire il proprio ruolo ed i propri compiti. Tale ridefinizione,
però, non può avvenire nell'ambito di una pacifica e scontata
discussione tutta interna alla scienza, bensì si propone nel pieno
di
un confronto drammatico che si svolge intorno a due poli: quello del
rapporto tra scoperta scientifica e ricadute di carattere sociale,
morale, naturale e quello delle implicazioni connesse alla conoscenza
della materia e della realtà. Questi due poli, in realtà, fanno
capo
ad unico fondamentale dramma della scienza, dovuto alla fine della
pretesa separatezza di questo sapere dalla società, o, comunque,
è
dovuto al mancato riconoscimento della fine, per usare un'espressione
cara ad Heidegger, della sua pretesa oggettivazione, ossia
dell'affermazione di una conoscenza teorica certa ed indiscutibile,
tale da giustificare qualsiasi applicazione tecnologica, in quanto
oggettivamente conseguente e dipendente da una conoscenza essa per
prima oggettiva. Un approccio del genere lo si ritrova anche in
quelle teorie filosofiche che distinguono nettamente tra scienza pura
e scienza applicata, distinzione, invece, oggi sempre più
sfuggente,
anche se non del tutto scomparsa. Si prenda, ad esempio, il diverso
statuto attribuito da Popper ai problemi trovati e ai problemi posti;
esso equivale alla differenziazione dei compiti propri della scienza
e della filosofia (Si veda, a tal proosito, K.R: Popper: Logica della
scoperta scientifica. Torino, Einaudi 1995; p. XXIX). Tuttavia, oggi
non è più possibile dire che la scienza si muove all'interno di
problematiche esistenti, mentre spetta alla filosofia fornire una
riflessione su di esse o trascendere l'immediato e l'esistente per
porre l'uomo di fronte alle domande fondamentali che ogni epoca
avanza. La scienza non affronta più solo questioni teoriche,
trasmesse dal dibattito scientifico, nè tantomeno si propone
soltanto
di risolvere problemi già esistenti; insieme a tutto questo, essa
stessa solleva questioni di grande rilevanza, sia di carattere
teorico sia di carattere sociale e morale. La scienza, cioè,
interviene sempre più nel mondo e vi traspone le sue incertezze,
così
come vi trasferisce un'enorme carica di cambiamento. Per tutte queste
ragioni, non è più accettabile la suddivisione netta di compiti
tra
chi propone dei fini, cioè la società, e chi predispone dei
mezzi per
raggiungerli, cioè la scienza. Il sapere scientifico, infatti,
ormai
avanza esso per primo delle finalità all'uomo e non si limita
più a
recepire o a riconsiderare quelli prospettati dalla società; anche
qui non è più possibile distinguere tra fini trovati e fini
posti. Ho
accennato poc'anzi ad una pretesa oggettivante da parte della
scienza. Questa ambizione presenta una duplice valenza: una positiva,
l'altra negativa. Stabilire dei metodi di ricerca, predisporre degli
strumenti di verifica dei risultati conseguiti, approntare dei
criteri di valutazione delle teorie proposte e, più in generale,
considerare il carattere progressivo o meno delle ricerche
scientifiche, tutto ciò serve a distinguere quanto vi è di
arbitrario
da quanto può essere scientificamente fondato.Munirsi di procedure
di
garanzia rispetto ad una discussione critica dei presupposti teorici
e sperimentali di una determinata ricerca, così come il dotarsi di
sedi e di metodi di controllo, costituisce una forma di
oggettivazione positiva. Ma esistono altre forme di oggettivazione da
parte della scienza che risultano essere o menzognere od illusorie.
Una di esse si riferisce ai rapporti complessivi che la scienza
intrattiene con l'uomo e con il mondo. Questa particolare forma di
oggettivazione finora si è espressa come separatezza o come
neutralità della scienza rispetto alle concrete scelte operate
dall'uomo in ordine alle possibilità offerte dalla scienza. Tale
posizione ha riposato sulla rivendicazione di una completa autonomia
da parte della scienza di fronte alla società. Una richiesta in
linea
di massima legittima,ma che, comunque, ora va fornita di un diverso
statuto e di una diversa fondazione. Il principio della libertà
scientifica non può più essere assolutizzato e, di per sè,
non basta
più a fondare l'autonomia della scienza. Riguardo a ciò,
concretamente, per quanto concerne la scienza pura, tranne pochi
eccezionali casi, è più utile condurre il dibattito sui suoi
orizzonti teorici e sperimentali, a partire dalle loro prevedibili
implicazioni pratiche e ricadute applicative, affinchè si evitino
interventi precostituiti, di carattere ideologico, questi sì
pregiudizievoli della libertà della scienza. Gli effetti delle
scoperte, d'altronde, vanno comparati tra loro, per confrontare
utilità e danni possibili, così come vanno distinti gli effetti
soltanto eventuali e futuri da quelli certi ed immediati. In tal
modo, si potrà differenziare il divieto totale dal condizionamento
parziale o dal semplice orientamento. In tal senso, rispetto alla
scienza pura, la scienza applicata si caratterizza proprio perchè
attiene al complesso di risultati ritenuti noti. Dunque, una sottile,
ma non per questo insignificante, spartiacque distingue l'una
dall'altra, per cui le considerazioni svolte in merito all'una
possono sì essere estese all'altra, ma con gradi ed intensità
diversi. Proprio per questo, lo stesso principio di libertà
scientifica possiede forza diversa a seconda che lo si riferisca alla
scienza pura o a quella applicata. In definitiva, l'esito più
auspicabile è quello, per così dire, di una oggettivazione
possibile,
cioè l'assunzione di un orizzonte di vita a largo spettro, ma non
contraddittoriamente estenuante, propulsivo nella misura in cui
riuscirà ad inverare ed esaltare le più profonde esigenze
dell'individuo. In tale ottica, il superamento delle incomprensioni e
delle diffidenze tra scienza, società ed individuo costituisce
senz'altro un elemento importante ai fini della definizione della
nostra collocazione storica, tale da fare accettare l'essenza della
modernità. Qualsiasi oggettivazione, democraticamente e
criticamente
fondata, può contribuire a ciò, in quanto riposa, in ultima
analisi,
sulla percezione di una possibile sintonia tra uomo e mondo.

Andrea Amato
From: Dado  <fasolo@u...>
Date: Tue Jun 6, 2000 7:00pm
Subject: Celera vs Progetto Genoma - La storia continua . . .
Entro pochi giorni sarà annunciata la "bozza" del Dna umano
Ma chi arriverà per primo, la ricerca pubblica o i privati?
Vedi Dossier Repubblica On-line:
Corsa al genoma. L'ultimo traguardo
I retroscena della più grande scoperta della scienza
tra speranze per la medicina e interessi finanziari.

vedi:
http://www.repubblica.it/online/cultura_scienze/genomadossier/genomadossier/
genomadossier.html

Saluti da Davide Fasolo
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Wed Jun 7, 2000 5:07pm
Subject: Alcuni spunti tratti da articoli recenti
Il testo integrale degli articoli è disponibile sul sito della Fondazione nel Percorso sulle Biotecnologie [aggiornamento del 17 aprile 2001]
--------------------------------------------

LA STAMPA, 19 APRILE 2000
GIORGIO CELLI
Cibi transgenici, la grande bufala
Una risposta a Krugman: i dubbi sugli Ogm hanno basi scientifiche,
non sono capricci da casalinghe
<<(...)
Quando il Ddt fece la sua comparsa sulla scena, proveniente
dall'Actor's Studios dei laboratori dei giganti della chimica, venne
propagandato come una panacea universale. Si inneggiò alla
sconfitta della fame, alla eradicazione della malaria, all'avvento,
insomma, di un pianeta felice redento e benedetto dalle molecole di
sintesi. Ahimè, di questa promessa resta solo un dato: dieci anni
fa, o poco più, alcuni residui di cloroderivati sono stati ancora
rinvenuti nel latte delle signore di Rimini che avevano appena
partorito, e in dosi superiori a quelle consentite per la
commercializzazione del latte di vacca. Anche se il Ddt era stato
proscritto dall'uso agricolo più di un decennio prima.
(...)>>


L'UNITA', 28 APRILE 2000
MARIO SOLDINI
Biotecnologie, l'Ue si affida ai saggi
<<(...)
Non sviluppare le biotecnologie a livello europeo significherebbe
"lasciare via libera agli interessi commerciali delle multinazionali".
(...)>>



L'UNITA', 10 APRILE 2000
PIETRO GRECO
Scienza & new-economy. Ovvero biotecnologia
<<(...)
Due domande, per ora, senza una risposta definitiva. Quanto possono
essere pericolosi per l'uomo e per l'ambiente i (bio)prodotti
dall'ingegneria genetica? Quanto può essere dannoso per l'uomo,
per l'ambiente e per la scienza stessa la dimensione imprenditoriale
della biotecnologia molecolare?
(...)>>
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Wed Jun 7, 2000 5:09pm
Subject: Il "principio di precauzione"
Gianni Tamino (biologo dell'Università di Padova e membro del
Comitato nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie) su
Repubblica del 4 giugno, nell'articolo "Biotech, non aspettiamo i
danni" a pagina 15, cita il "principio di precauzione", ispiratore
della Convenzione sulla diversità biologica, firmata a Rio de
Janeiro nel giugno 1992 e approvata dalla Comunità economica
europea con la Decisione del Consiglio del 25 ottobre 1993 (la
Decisione, che riporta, all'Allegato A il testo della Convenzione,
è pubblicata sul sito "Eur-Lex" dell'Unione Europea, al seguente
indirizzo: <http://europa.eu.int/eur-lex/it/lif/dat/1993/it_393D0626.html>).

Tamino su Repubblica: <<(...) Tale principio afferma che un prodotto
o un procedimento tecnologico possono essere considerati sicuri
quando, al di là di ogni ragionevole dubbio, non vi sono rischi
rilevanti ed irreversibili; ciò significa che per gli OGM [ndr:
organismi geneticamente modificati] non dobbiamo aspettare di
verificare gli eventuali danni provocati in seguito al loro uso, ma
dobbiamo preventivamente valutarne i rischi potenziali e, in assenza
di certezze scientifiche, è meglio astenersi dal produrli e
commercializzarli.>>

Il testo integrale dell'articolo è disponibile sul sito della Fondazione nel Percorso sulle Biotecnologie [aggiornamento del 17 aprile 2001]

Da una veloce lettura della Convenzione ho ricavato che il "principio
di precauzione" non è menzionato espressamente, ma è intrinseco
a una parte specifica del Preambolo. Mi riferisco al periodo che
recita <<(...) Osservando inoltre che, laddove ci sia una minaccia di
riduzione rilevante o di perdita della diversità biologica, non si
deve addurre la mancanza di una completa sicurezza scientifica come
motivo per differire le misure che permetterebbero di evitare o di
ridurre al minimo questa minaccia, (...)>>

Non sono pochi gli atti internazionali che, quando occorra prendere
decisioni nei casi in cui le basi scientifiche appaiono insufficienti
o incerte, sono oggi informati al "principio di precauzione". Le
materie disciplinate da questi atti sono la difesa dell'ambiente,
della fauna, della flora e delle risorse naturali, nonché la
salute del consumatore e la sicurezza alimentare.

Gian Maria Borrello
From: G.M. Borrello  <borrello@f...>
Date: Wed Jun 7, 2000 5:13pm
Subject: Dal FORUM "I geni dell'uomo" (sul sito de Il Sole 24 Ore)
Dal FORUM "I geni dell'uomo", sul sito de Il Sole 24 Ore:
<http://sole.ilsole24ore.com/cultura/genoma/default.htm> (moderatore:
Cinzia Caporale c.caporale@a...)

Chi brevetta cosa? Corbellini vs Venter
---------------------------------------
Craig Venter ha affermato, nel suo intervento, di non aver ancora
chiesto
nemmeno un brevetto su un gene umano. Al contrario, Gilberto
Corbellini
asserisce, e la stessa cifra è riportata dal New Scientist, che
nell'ottobre scorso la Celera Genomics ha presentato domanda per 6.500
brevetti riguardanti geni o parti di geni, pur nella consapevolezza
che
la maggior parte di queste domande saranno respinte. Vorrei solo
sapere
chi, dei due, non sta dicendo la verità.
Ivan Pupolizio
ivanpupo@h...

La parola ai giuristi
---------------------
Vorrei dare un contributo al dibattito, dal quale vistosamente sono
assenti i giuristi, i soli legittimati, ad oggi, a dire qualcosa,
sulle
biotecnologie. Io bioeticisti e i filosofi hanno parlato sin
troppo... I
biologi facciano quello che devono fare, e cioè sperimentare ed
inventare... Ai giuristi il nobile e difficile compito di affrontare
il
tema della brevettabilità delle invenzioni biotech. Esiste una
buona
direttiva Comunitaria, non ricordata nel servizio, e che il nostro
parlamento deve trasformare in legge. È un'ottima occasione per
correggere il tiro in modo da garantire meglio la comunità dagli
abusi
delle posizioni dominanti che derivano da brevetti su
invenzioni-scoperte; per instaurare l'accertamento preventivo sulle
innovazioni; per innovare radicalmente in un sistema brevettuale
dominato
da leggi arcaiche e da burocrazie impotenti. Per la bibliografia
consiglio la lettura de Il vivente brevettabile, Università di
Perugia,
1998, ottenibile gratuitamente telefonando ai nn. 075/5852434-33.
Vittorio Menesini
vittoriome@l...

La politica stia alla larga
---------------------------
Da quando esiste la scienza moderna, il potere politico ha avuto la
costante tentazione di intervenire su di essa, di decidere di cosa
essa
deve occuparsi ed in che modo. Le proibizioni ed i tentativi di
influenzarne lo sviluppo sono quasi infiniti. Oggi la genetica è
diventata l'obiettivo privilegiato di questi interventi. I politici
affermano di non voler fermare il progresso scientifico, ma soltanto
di
volerlo guidare verso obiettivi conformi al bene comune. Purtroppo
tutto
questo è illusorio. Il progresso guidato non è progresso, come
ha
affermato uno dei più grandi pensatori liberali, Hayek. La scienza
può
progredire proprio perché non sa dove va, e non sa quali risultati
otterrà. Ogni limite, ogni proibizione, anche la più piccola,
può avere
conseguenza distruttive. Se si vuole veramente che la scienza
progredisca
a beneficio dell'umanità vi è una condizione essenziale da
rispettare:
che la politica ne stia alla larga.
Angelo Maria Petroni
petroni@j...

Scienza e profitto
------------------
Da economista sono stupefatto della costante demonizzazione del
profitto
quando si parla di genetica e biotecnologie. I quattrini privati al
momento sembrano gli unici disponibili per almeno circoscrivere la
tanta
sofferenza umana legata alle malattie genetiche. In questo settore, la
continua confusione che si fa tra criteri di sicurezza, limiti etici e
questioni legate al profitto è segno di un'ignoranza profonda anche
riguardo al ruolo degli incentivi in ogni attività umana.
Personalmente,
preferirei trovare un rimedio in farmacia sapendo che una
multinazionale
ne ottiene un profitto piuttosto che non trovarlo per niente…
Roberto Celano
tineider@t...
From: Piero Piazzano  <piazzano_f@s...>
Date: Wed Jun 7, 2000 4:54pm
Subject: genoma umano

7 giugno 2000 Ma è proprio vero che mancano pochi giorni alla decrittazione dell'intero genoma umano? Forse sarebbe bene chiedersi di quale genoma si tratta, dato che non è stata ancora raggiunta nella comunità scientifica neppure una valutazione unanime del numero di geni che lo compongono: 34.000 o 140.000? Uno scienziato inglese ha addirittura lanciato una lotteria mondiale per chi si avvicinerà di più al valore finale. La lotteria prevde che solo nel 2002 verranno definiti criteri accettati da tutti per definire il gene umano, e che solo nel 2003, data di scadenza della lotteria, verrà conclusa la decrittazione in base a tali criteri. Per saperne di più, allego il breve articolo sull'argomento che ho scritto per The Alchemist, la webzine di Elsevier Science alla quale collaboro, che può anche essere letto (con i link attivi) all'indirizzo: chemweb.com/alchem/2000/news/nw_000531_genes.html L'iscrizione per leggere il notiziario è gratuita. Piero Piazzano

BETTING ON THE NUMBER OF HUMAN GENES
Piero Piazzano
31 May 2000    

How many genes make up the human genome? The debate is open, and a sweepstake too. Just a few months ago a similar debate was nonsensical. The majority of the biotechnology public and private research groups involved in the human genome sequencing agreed on a number over 100,000 genes. But, after the publication of the June issue of Nature Genetics, the human genome community is less unanimous on the counting of the total number of genes in the human genome. And, above all, on the definition of a gene, which is the true matter of the debate. Two of the three papers published in Nature Genetics support a number of human genes comprising between 30,000 and 34,000, much lower than the previous estimates. Jean Weissenbach and colleagues at Genoscope, France, compared a known set of protein encoding genes from the human DNA with the genomic sequence of a vertebrate, the puffer fish (Tetraodon sp.), to calibrate an algorithm that detects orthologous coding sequences between puffer fish and human genomes. Using this method, the French authors arrived at an upper limit of 34,000 genes. Brent Ewing and Philip Green, at the Washington University, presented an elegant study involving a comparison between samples of human genome. A sample of annotated genes from chromosome 22 and another sample of a set of protein coding genes were compared with a reduced set of clustered expressed tagged sequences ‹ stretches of DNA that represent parts of genes, called ESTs. The comparisons indicated that there are either 34,700 genes ‹ based on chromosome 22 ‹ or 33,600 genes ‹ based on the other sequence ‹ in the human genome. The coincident results of the two groups, which are based on different methods, provide a strong support to those who defend a more modest human gene estate, and are consistent with the emerging view that biological complexity is not dependent on the gene number, but on gene regulation, splicing and evolution. In contrast, a third study carried out by John Quackenbush and colleagues at The Institute for Genomic Research is aligned on the traditional value of
120,000 - 140,000 genes. The authors made use of the extensive public cDNA sequence databases, and carefully clustered the cDNA sequences, assuming that clustering is sufficient to remove the so-called "gene noise", i.e. the factors that spuriously inflate the total estimate. The debate on the number of human genes has inflamed the 10-14 May Cold Spring Harbor Genome conference and led to an interesting discussion on the definition of gene. To resolve the quarrel, Ewan Birney, the young leader of the Ensembl Project, managed by the EBI (European Bioinformatics Institute) to provide a consistent annotation of the human genome free to everyone, has launched Genesweep, the first bet on the number of the human genes. Anyone can make a bet sending an e-mail to the Gene Sweepstake book, held at Cold Spring Harbor, under the care of David Stewart. The closest number wins. According to Birney, assessment of the gene number will occur at the 2003 Cold Spring Harbor Genome conference.


      Related Alchemist stories:
Humane Genomics - 18 February 2000
Genome Leap - 3 December 1999

 
Related websites:
 Nature Genetics
 The Institute for Genomic Research
 Genome Resources at Cold Spring Harbor Laboratory
 The Ensembl Project
(in questa versione i link non funzionano; per raggiungere i siti, usare un
motore di ricerca, o passare alla pagina originale)
 

 

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