Il Sole 24 Ore del 5 luglio 2007

Le particelle industriali
di GIUSEPPE CARAVITA

Peter Holme Jensen, giovane bio­chimico danese, forse ha trovato il
suo Graal. Si chiama Acquaporina, ed è una molecola molto diffusa in 
natura, e con una formidabile proprietà: «è la molecola della depurazione 
dell' acqua. Cattura naturalmente inquinanti e sostanze estranee. E noi 
siamo riusciti a sintetizzarla con le nanotecnologie, produrla e inserirla 
in una membrana plastica, grazie al progetto europeo Membaq».
Quattro anni di ricerche di otto partner ma ora tutto sembra pronto. Nove 
mesi fa è nata Aquaporin, una startup danese con 7 milioni di dollari di 
dote dal venture capital. «Il nostro obbiettivo è mostrare che, con le 
nostre membrane, i costi energetici di depurazione delle acque industriali 
potranno ridursi dell'80%. E potremo andare ben oltre, fino alla ripulitura 
dei fiumi e persino a nuove forme di energia, rinnovabile, con la modifica 
mirata del quoziente salino delle acque».
Sono mercati di tutto rispetto: 250 miliardi di euro per la depurazione 
industriale, 3 miliardi per la purificazione ambientale e forse ben 200 
miliardi per la nuova energia. Abbastanza per convincere Jensen a buttarsi 
nell'avventura, dopo aver già fondato altre tre startup bio-medicali a 
Copenhagen.
Questo è solo un esempio dello stadio raggiunto oggi, in Europa, dalle 
nanotecnologie. A non più di quattro anni dal loro avvio, innescate dalle 
tecniche e dagli strumenti della microelettronica submicron, questa 
frontiera,  o sistema di  frontiere, oggi sta irrompendo sulla scena 
dell'industria globale, «secondo le ultime rilevazioni - dice Elvio 
Mantovani di Airi- Nanotech.it - i prodotti di consumo che incorporano 
nanotecnologie sono passati dai 212 nel marzo 2006, ai 475 del marzo 2007. 
I "nano-prodotti" sul mercato sono i più disparati e fanno riferimento a 
molti settori: da salute e benessere a elettronica e tessile. Il mercato 
vale oggi intorno ai 50 miliardi di dollari, ma le attese sono crescenti. 
A 10-15 anni,le stime variano tra mille miliardi di dollari e oltre 
duemila. In pratica il 10-15% della produzione mondiale».
Un sfida grossa. Testimoniata anche da altri indicatori. Secondo la Lux
Rese­arch nel 20061e aziende hanno investito in nanotech per 12,4 miliardi 
di dollari. La spesa dei governi in Ricerca e Sviluppo ha raggiunto i 6,4 
miliardi di dollari (il 10% in più in un solo anno) con gli Usa in testa 
(1,7 miliardi) seguiti da Giappone e Germania, ma con la Cina in 
rapidissima crescita, a 906 milioni. Non solo: il venture capital, con 121 
fondi attivi, ha immesso oltre 600 milioni di dollari nel 2006, contro 406 
ricavati in borsa da una quindicina di Ipo (offerte pubbliche) di nuove 
imprese. E le prospettive occupazionali, sempre rilevate dalla Lux, indicano 
in 5300 i ricercatori attivi nelle aziende, con crescita del 74% dal 2005, 
destinati però a salire a oltre 30mila in due anni. E un indotto che, solo 
negli Usa, la National Science Foundation arriva a prevedere in due milioni 
in cinque anni
D'altra parte lo spaccato delle ricerche in corsa è eloquente. E uno dei 
maggiori appuntamenti europei l'EuroNanoforum tenutosi la settiinana scorsa 
a Dusseldor£ ne è un esempio.
Oltre a Aquaporin, infatti, non sono pochi i campi in cui i progetti europei 
nanotech lanciati nel sesto programma quadro stanno oggi arrivando alla 
produzione industriale. Valgono esempi come la PlasticLogic di Cambridge,
specialista in polimeri conduttori e schermi Oled (in plastica) che oggi sta
avviando un impianto (in Gran Bretagna) da 100 milioni di dollari. Oppure la 
Raith tedesca che, dopo aver collaborato per cinque anni con il Cnrs francese 
di Marcoussis, oggi sta immettendo sul mercato una macchina litografica a 
fascio ionico capace di una precisione di cinque nanometri, record mondiale,
e di fabbricare (almeno sulla carta) chip nanomagnetici in grado di 
immagazzinare mille gigabit in un pollice quadrato.
D'altro canto che si sia ormai sulla soglia di una massiccia innovazione su 
una miriade di prodotti lo testimonia anche chi produce materiali di base.
Come la Unicore belga che sui suoi nano-ossidi di titaniosta rilevando una 
domanda, triplicata in tre anni, che ha raggiunto il miliardo di dollari di 
dollari. E che dovrebbe crescere, ai ritmi attuali, di venticinque volte tanto 
il decennio. «I vantaggi innovativi che il nanotech apporta - dice Peter 
Rigby, responsabile commerciale - generano un premio di prezzo medio sui 
prodotti dell'11%. C'è anche molta enfasi esagerata in giro, ma è indubbio 
che, se vuoi reggere la Cina e India, è una strada obbligata».
Ci sono anche gli italiani. Una decina di prodotti totalmente nuovi sono stati 
presentati a un seminario di Airi e Cnr tenutosi a Roma lo scorso 21 giugno. 
Alla Pirelli si immettono materiali nanocompositi elastomerici nei pneumatici 
ad alte prestazioni. La Grado Zero Espace sta indagando l'uso di nanotubi in 
carbonio delle fibre tessili. La Mascini ha sviluppato particolari 
trattamenti al plasma sulle nanosuperifici dei tessuti per ottenere materiali 
più resistenti, filtranti o antibatterici. Il Gruppo Gambarelli ha trovato il 
successo con Oxygena, una piastrella addizionata a titanio fotocatalitico che 
distrugge fotocatalizzando ossidi di azoto, nerofumo, benzene, Co, e altri 
inquinanti sia negli esterni che in interni. Italcementi immette nelle sue 
mescole fotocatalizzatori nanostrutturati per spaccare gli inquinanti, e 
prevede anche nanotubi per aumentarne la resistenza. I tempi delle 
nanotecnologie come frontiera riservata a pochi eletti paiono definitivamente 
alle spalle.