Corriere della Sera 7/10/07
Guido Montefoschi
Nessuna paura ma teniamo il confine fra vita e morte

Quante volte, da ragazzi, abbiamo letto dei romanzi che, tenendoci con il fiato 
in sospeso, ci proiettavano ai confini di un ignoto che ci pareva inverosimile, e 
soprattutto invalicabile - motivo per il quale lo consideravamo con un sotterraneo 
senso di colpa - poiché valicava appunto i confini protettivi delle nostre 
conoscenze e del nostro abito mentale. Quante volte, rileggendo quei libri 
avveniristici e improbabili che colmavano la nostra fantasia di ragazzi, ma anche i 
libri di fantascienza non per ragazzi come «2001 Odissea nello spazio» di Arthur 
Clarke, abbiamo provato la curiosa sensazione di trovarci dinnanzi a una 
archeologia capovolta, e fin quasi grottesca, del pensiero.
Non dobbiamo avere paura della scienza e delle scoperte scientifiche. Nemmeno quando 
queste scoperte mettono in forte allarme le nostre difese psicologiche. Non dobbiamo 
averne paura, per due motivi. Il primo, è che il fondo dell'uomo, nonostante i 
ripetuti e tragici esempi della sua storia, è sostanzialmente buono: e dunque la 
bontà, che in questo caso sta nell'uso corretto e «caritatevole» di codeste 
scoperte, alla fine è destinata a prevalere sempre (con il concorso, è ovvio, 
dell'intelligenza che previene il Male e le opportune leggi). Il secondo, discende 
dal primo. Perché, alla fine, e anche questo appartiene alla storia dell'uomo, 
tutti i progressi della conoscenza vengono usati in larga parte per il Bene 
(nonostante i tragici esempi che chiunque potrebbe addurre, come Hiroshima, certo: 
testimonianza del libero arbitrio, della imperfezione umana, e della possibilità
fatale che ha l'uomo di cadere nell'errore).
Non dobbiamo avere paura delle scoperte scientifiche, anche quando ci sembra che 
raggiungano una soglia insostenibile, perché vediamo quotidianamente la sofferenza 
umana. Vediamo, quotidianamente, questo nostro corpo che fino a ieri era perfetto, 
sano, vittorioso, e poi, improvvisamente, un giorno, è roso da un morbo 
incurabile, si accartoccia, si piega su se stesso.
E poi ci ricordiamo - dobbiamo farlo ­ che quelle che un tempo ci apparivano come 
sciagure inevitabili, come mali incurabili, sono state sconfitte e vinte, e questo 
solo perché la scienza, gli uomini che hanno dedicato la loro vita a cercare di 
conoscere, a cercare di andare oltre - senza sapere dove, magari - sono andati 
avanti.
Tuttavia, una cosa dobbiamo ricordarla (memori e custodi, forse non incauti, di 
quell'antico sgomento), guardando questa nostra imperfezione mortale, e quel 
dolore. Dobbiamo ricordare che, per quanto si possa andare oltre, per quanto si 
possa curare il nostro corpo, e migliorare la nostra vita, questo corpo e questa 
vita non ci appartengono. E non potranno mai valicare il confine della morte. E del 
tempo. Il confine che non può fare, di un uomo, il suo Dio.