SOLE 24 ORE DEL 5 AGOSTO 2007

Ciò che si può, si deve fare
di Sylvie Coyaud




Al Lingotto si tiene da oggi a venerdì prossimi il quarantunesimo congresso dell'Unione
internazionale di chimica pura e apllicata sul tema delle frontiere diquella pura e 
del contributo di quella applicata a «salute, ambiente e patrimonio culturale». Circa 
5mila partecipanti, smistati in dieci sessioni parallele, seguiranno un totale di 
230 presentazioni, per fare il punto sulle novità che, dal programma, annunciano un 
futuro chimico-bio-nano-tech, bio­sintetico e biomimetico in tutti i settori, dalla 
farmacologia all'informatica, all'energia. Una mostra della Chemical Heritage 
Foundation di Philadelphia ricorderà invece la strada percorsa nell'ultimo mezzo 
millennio, con una selezione della collezione Neville che è riuscita ad acquistare 
nel 2004: in tutto 6mila volumi storici, tra cui testi di alchimia di cui esiste un 
unico esemplare.
TI congresso viene inaugurato alle 16 da Roald Hoffmann, Nobel 1981 e ogni tanto nostro
collaboratore, con un intervento su scienza ed etica seguito dalla rappresentazione 
della sua ultima pièce Should've (traduzio­ne italiana Se si può, si deve?, Di 
Renzo editore, Roma). Diversamente da Ossigeno, l'allegra commedia degli equivoci 
scritta con CarI Djerassi su chi di Lavoisier, Priestley e Scheele avesse davvero 
scoperto il gas, questa è una successione di ventisette scene brevi e tese, per tre 
attori. L'autore riassume così la trama: «Si apre con il suicidio di Friedrich 
Wertheim, un chimico d'origine tedesca, che si sentiva colpevole di aver consegnato 
ai terroristi un metodo semplice per creare una neurotossina. Le circostanze e i 
motivi del suo gesto travolgono la vita della figlia Katie, una biologa molecolare 
con idee molto diverse sulla responsabilità sociale degli scienziati del suo compagno 
Stefan, un artista concettuale, e di Julia, la seconda moglie, separata da 
tempo. Cercano di resistere alla potenza trasformatrice della morte e ne sono 
incapaci, dilaniati dai ricordi, dal passato che essa fa affiorare portando a nuovi 
legami tra i personaggi». Katie vuole ricreare in laboratorio il virus dell'influenza 
spagnola che uccise milioni di persone alla fine della Prima guerra mon­diale, 
Stefan prepara un'installazione provocatoria che prende di mira la religione 
cattolica. Entrambi difendono la propria scelta con argomenti razionali ­è 
un'occasione imperdibile, promette fama e carriera - senza accettare limiti né 
alla ricerca della conoscenza, né alla libertà di espressione. E' Julia, sentimentale, 
priva di ambizioni, a chieder «se si può, si deve». Alla fine le risposte sono più di
una e quella decisiva lasciata all'interpretazione dello spettatore. Hoffmann però non
ha dubbi. «Anche se molti miei colleghi non saranno d'accordo, ritengo che certe 
ricerche non si devono fare», diceva in un'intervista su «Chemistry International» 
di maggio. Pensa che un codice etico della ricerca sia necessario perché «gli 
scienziati non nascono etici e la scienza non è eticamente neutrale». D'altronde, 
nella pièce Stefan «crede alla fallacia romantica secondo cui gli artisti facciano 
soltanto il bene». Cita opere stupende al servizio di ideologie mostruose e 
molecole bifronti, stupende anch'esse, che il contesto, l'inten­zione, o l'ignoranza 
trasformano da benefiche in nocive.
La soluzione non sta nell'insegnare una fIlosofia morale tagliata a misura di 
ricercatore, aggiunge Hoffmann, ma nel coinvolgere scienziati e aspiranti tali 
in gruppi di discussione su casi reali, in una discussione «da proseguire per 
tutta la vita». Adesso che ha appena compiuto settant'anni e va in pensione, la 
prosegue non più con il gruppo degli studenti che si ritrovavano nel suo ufficio 
immenso e caotico all'università Cornell, ma a teatro. Ha assistito alle ripetizioni 
di Should've a Edmonton, in Canada, mentre il regista Stephen Heatley analizzava 
ogni frase di quel testo scarno, costruito come un gioco di simmetrie, e chiedeva 
agli attori Robert Clinton, Maralyn Ryan e Michele Brown - di immaginare quello 
che accadeva ai personaggi tra una scena e l'altra. Affa­scinato dalle storie che ne 
nascevano, aveva ascoltato in silenzio, era «rimasto a imparare, scoprire ambiguità, 
profondità che non sospettavo». A Torino invece, ci sarà un simposio pomeridiano, 
«Beyond Should've: Ethical Issues in Science and Education», nel quale dibatterà 
con i colleghi «soprattutto se non la pensano come me. - dice - È riservato ai 
congressisti, ma lo spettacolo è aperto a tutti, soprattutto a chi legge le vostre
pagine di scienza e filosofia, immagino». I biglietti, gratuiti, si possono 
ancora ritirare alla Vetrina per Torino di piazza San Carlo e all'Atrium di Piazza 
Solferino.