Rassegna stampa
commentata da Vittorio Bertolini [ * ]

Giugno - Luglio 2001

 Correlazione: 

Dedicata alle tesi di Hans Magnus Enzensberger

"Eclissi dell'intellettuale" è il titolo di un libro Elemire Zolla, un autore di difficile catalogazione per chi si muove fra "analitici" e "continentali", pubblicato fra la fine degli anni '50 e gli inizi dei '60. Quel saggio, probabilmente oggi dimenticato, mi è ritornato alla memoria, complice un certo parallelismo dei titoli, scorrendo l'intervista ad Hans Magnus Enzensberger apparsa sul supplemento Tuttolibri del quotidiano La Stampa di sabato 30 giugno "Nel mondo globale non serve l'intellettuale".

In sintesi, "Eclissi dell'intellettuale" analizzava la massificazione dell'attività intellettuale ridotta ad essere funzionariato al servizio dell'industria culturale e del propagandismo politico: «offre prodotti adatti a tutti i gusti purché si sia rinunciato al gusto….. i sadici avranno fumetti creeps, film di sevizie, documentari di operazioni chirurgiche ...».

Concettualmente nessuna differenza rispetto al discorso di Enzensberger sull'intellettuale sofista tuttologo.

Ma accanto all'intellettuale mercificato permane pur sempre il superintellettuale che "si presenta come un profeta, uno che la sa più lunga degli altri". Ma nella società della globalizzazione e dell'innovazione gli intellettuali hanno ceduto il loro ruolo agli scienziati.

Enzensberger non è un nemico della scienza: «sono anche un amante della scienza. Sono appassionatamente interessato, seguo molte pubblicazioni scientifiche, conosco molti scienziati, capisco questo impulso umano, questa infinita curiosità». Ma nonostante ciò, o forse appunto perché non è un nemico della scienza, Enzensberger coglie, o meglio, teme la rottura del nesso fra scienza ed etica. Un nesso che va recuperato non attraverso codici regolamentativi o auto-regolamentativi, ma nel valorizzare la possibilità di scelta dell'uomo: «Se ci vogliono mettere un chip nel cervello si deve poter dire: io non voglio avere un chip nel cervello! Questa possibilità si deve avere e non può essere lo scienziato a decidere». Ma questa possibilità di scelta dipende dalla capacità dell'individuo di possedere dimensioni culturali non mercificate. E se Enzensberger assume come paradigma di attività non mercificata o non mercificante la poesia (carmina non dant panem), può essere però utile, se non altro come momento di riflessione, rivisitare la proposta di Ermanno Bencivenga con il "Manifesto per un mondo senza lavoro" (cfr. "Questa è l'isola del lavoro che non c'è"). D'altra parte quando, nel forum sul Conflitto di interessi nella scienza, Luigi Foschini interviene proponendo, di fronte a condizionamenti estranei alle finalità della ricerca, che gli scienziati autofinanzino le proprie ricerche, quanto c'è nella sua proposta di provocatorio e quanto di utopico?

Se l'intervista di Enzensberger a La Stampa, come tutte le interviste ha il pregio di metterci nella prospettiva adatta a cogliere l'articolazione del suo pensiero, non ci consente però di focalizzarne in modo adeguato gli aspetti più salienti. Sul Corriere del 4 giugno, in occasione dell'assegnazione a Enzensberger del premio Grinzane è apparso con la sua firma l'articolo Scienziati, aspiranti redentori. In questo articolo vengono sinteticamente ripercorse le utopie, a volte progressive (la speranza che l'energia atomica fornisse all'umanità energia in quantità infinita e a costo zero), a volte apocalittiche (le previsioni del Club di Roma sui limiti dello sviluppo), e il loro fallimento. O meglio, la loro falsificazione.

Enzensberger diffida di tutte le utopie e delle loro «promesse di redenzione». Anche la nuova utopia scientifica, che prevede scenari in cui «è sempre più difficile riuscire a distinguere tra Big-Science e Science-Fiction» e in cui la confluenza fra biologia molecolare, ingegneria genetica e microinformatica (vedi La Stampa 11 aprile 2000), «promette la vittoria su tutte le manchevolezze e su tutte le difficoltà della specie, sull'ignoranza, sul dolore e sulla morte». Ma ogni progresso non è senza un costo, «il mondo è andato avanti non tanto per teorie razionali, ma per pratiche esperienze, che comportano anche errori epocali». «Si è capito che rende di più esportare Mercedes che carri armati, ma ci sono volute due guerre mondiali» dice nell'intervista sopra citata. Quale sarà perciò il prezzo da pagare prima che l'umanità ritrovi il senso del proprio limite (la poesia?).

L'obiettivo di Enzensberger è di recuperare per gli intellettuali un ruolo diverso sia da quello di funzionario dell'industria culturale, sia da quello di lobbista delle nuove tecnologie. «Gli intellettuali dissidenti avevano una funzione estremamente importante. E perché? Perché gli altri tacevano o dovevano tacere, erano muti, non riflettevano la società, e ci voleva qualcuno che parlasse per loro».

Per conseguire questo obiettivo, a volte l'articolo del Corriere pare scivolare verso le ideologie antiscientifiche, tanto da suscitare la reazione del direttore de Le Scienze, Enrico Bellone, che nell'editoriale della rivista attualmente in edicola non esita a classificare Enzensberger fra chi «difende l'ipotesi del fondo del barile… la denigrazione sistematica della scienza e della tecnologia [che] ha ormai toccato il fondo».

E' sufficiente soffermarsi sull'intervista "Ma non si vive soltanto di marchi", rilasciata a Il Messaggero del 17 giugno, per comprendere che Enzensberger non si riconosce affatto nelle denunce degli apocalittici Jeremy Rifkin, Naomi Klein e John Le Carrè («Simili affermazioni sarebbero più sagge se si aggiungesse come evitare il pericolo: fare, oltre che dire»). In esse egli coglie il risorgere, in contrapposizione alla nuova utopia scientifica, di antiche utopie millenaristiche (vedi "Mangiare carne è l'ultimo peccato dell'umanità", Il Giornale 13 giugno 2001).

Il saggio di Enzensberger viene criticato, ma cogliendone in positivo il valore metaforico di alcune iperboli («Non sono più i preti a parlare di immortalità bensì i ricercatori»), su Il Corriere della Sera del 5 giugno. Più che di delirio d'onnipotenza, sottolinea nel suo intervento Massimo Piattelli Palmarini, gli scienziati sono prigionieri della sindrome dell'"annuncio". La ricerca e l'acquisizione dei fondi dipendono dalla capacità di pubblicizzare le proprie ricerche. In un certo senso lo scienziato diventa imprenditore di se stesso. E se Craig Venter con Celera è il caso emblematico, dal punto di vista più generale questo comporta che vengono privilegiate le ricerche capaci di dare un ritorno in breve termine. Su questa preminenza dell'avanzamento tecnologico rispetto a quello scientifico si sofferma l'epistemologo Mauro Ceruti. Si può senz'altro concordare con Ceruti, quando nega che «qualunque cosa resa possibile dalla scienza debba essere comunque fatta»; ma con quali strumenti riusciamo a bloccare la superbia di coloro che «vorrebbero la scienza a fondamento dell'etica e della politica». L'esperimento australiano di fecondazione di ovuli di topo senza sperma significa un cambiamento della prospettiva etica entro cui considerare i rapporti di procreazione e di convivenza famigliare. Pasquale Tucci, storico della fisica dell'Università di Milano, cerca di fare luce sulla nella gran confusione fra sapere scientifico e tecnologie manipolanti.

Ma qual è allora "la scienza che rispettiamo e con la quale possiamo convivere"?

Enzensberger non sa fornirci una risposta, ma chi altri lo saprebbe? O forse la risposta sta già nel formulare la domanda?

(28 luglio 2001)

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[*]Vittorio Bertolini (right-sfondochiaro.gif (838 byte)Scheda biografica) collabora con la Fondazione Giannino Bassetti

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