La Repubblica, 4 novembre 1999

Pagina 36

Criminali altamente responsabili INDIVIDUO E SOCIETA'
di UMBERTO GALIMBERTI


Ogni tanto la psicologia batte un colpo e scrive un libro intelligente, colto, documentato e di gradevolissima lettura. Ne è autore Adriano Zamperini, ricercatore presso la facoltà di Psicologia dell'università di Padova. Il libro, Psicologia sociale della responsabilità. Giustizia, politica, etica e altri scenari (Utet, Torino, pagg. 306, lire 32 mila). Indaga quel passaggio, che ha avuto luogo nel nostro secolo, dal principio di obbedienza (dove un individuo, una volta accettata la volontà dell'autorità, non si considera più responsabile delle proprie azioni) al principio della responsabilità dove un individuo è sollecitato a ritenersi responsabile delle proprie azioni, senza però considerare se in società complesse, come oramai sono diventate le nostre, l'assunzione di queste responsabilità è davvero possibile.
Anche nella società dell'obbedienza, come ieri nella società fascista, e oggi in quella ecclesiastica, in quella militare, in quella gerarchica della scuola e del lavoro, in quella burocratica, la responsabilità non è assente, ma è presente solo come responsabilità di fronte al superiore, che è altra cosa della responsabilità per le conseguenze delle proprie azioni. La prima si riferisce a chi dobbiamo rispondere, la seconda riguarda ciò che abbiamo o non abbiamo fatto.
Va da sé che chi si attiene alla prima forma di responsabilità, quella di fronte al superiore, non si ritiene responsabile delle proprie azioni. E questo non è solo il caso del criminale nazista, ma, fatte le debite proporzioni, che però investono solo i contenuti delle azioni e non la forma, riguarda il prete che si attiene alla dottrina moral-sessuale enunciata dalla sua autorità prescindendo dalla condizione particolare dei suoi fedeli, riguarda il giudice che si attiene alla lettera della legge senza considerare le situazioni di volta in volta diverse in cui ha luogo il reato, riguarda il professore che si attiene ai programmi ministeriali, l'impiegato che si attiene alle norme stabilite dall'organizzazione, il burocrate alle procedure. Tutti costoro non si considerano responsabili delle proprie azioni, ma limitano l'ambito della loro responsabilità all'autorità che prescrive le azioni, collocandosi in una zona di neutralità per non dire di irresponsabilità etica.
Se tutto ciò poteva funzionare nelle società autoritarie o nelle società semplici, funziona molto meno nelle società libere e per giunta complesse, a meno di non ipotizzare che la legge sia in grado di prevedere in anticipo e coprire con i suoi dispositivi legislativi tutti gli snodi della complessità. Ma siccome questo non è possibile, quanti si attengono alla sola responsabilità di fronte all'autorità, sono persone che, detto chiaro e tondo, non vogliono assumersi delle responsabilità. Sono quindi dei bambini, dei pavidi, e al limite degli immorali.
Immorali, certo, ma, e qui il problema si complica, rispetto a quale etica? Nella nostra cultura abbiamo conosciuto fondamentalmente tre etiche: l'etica cristiana che si limita a considerare la corretta coscienza e la sua buona intenzione, per cui anche se le mie azioni hanno conseguenze disastrose, se non ne avevo coscienza o intenzione, non ho fatto nulla che mi sia moralmente imputabile. Esattamente come capitò un giorno a coloro che hanno messo in croce Gesù Cristo e che da lui sono stati perdonati: "Perché non sanno quello che fanno". È evidente che in un mondo complesso e tecnologizzato come il nostro, una morale di questo genere è improponibile, perché gli effetti sarebbero catastrofici e in molti casi addirittura irreversibili.
Quando nell'età moderna la società si laicizzò, apparve un'etica laica che, messo sullo sfondo il riferimento a Dio, con Kant formulò quel principio secondo cui: "L'uomo va trattato sempre come un fine e mai come un mezzo". È questo un principio che ancora attende di essere attuato, ma nelle società complesse e tecnologicamente avanzate già rivela tutta la sua insufficienza. Davvero, ad eccezione dell' uomo da trattare sempre come un fine, tutti gli enti di natura sono un semplice mezzo che noi possiamo utilizzare a piacimento? E qui penso agli animali, alle piante, all'aria, all'acqua. Non sono questi, nell'età della tecnica, altrettanti fini da salvaguardare, e non semplici mezzi da usare e da usurare?
Sia l'etica cristiana, sia l'etica laica sembra che si siano limitate a regolare i rapporti tra gli uomini, senza avere nessuna sensibilità, e quel che più conta senza disporre di alcuno strumento né teorico né pratico per farci assumere una qualche responsabilità nei confronti degli enti di natura il cui degrado è sotto gli occhi di tutti. All'inizio del nostro secolo Max Weber formulò l'etica della responsabilità, recentemente riproposta da Hans Jonas ne Il principio responsabilità (Einaudi). Secondo Weber chi agisce non può ritenersi responsabile solo delle sue intenzioni, ma anche delle conseguenze delle sue azioni. Senonché, subito dopo aggiunge: "Fin dove le conseguenze sono prevedibili".
Questa aggiunta, peraltro corretta, ci riporta punto e a capo, perché è proprio della scienza e della tecnica avviare ricerche e promuovere azioni i cui esiti finali non sono prevedibili. E, di fronte all'imprevedibilità, non c'è responsabilità che tenga. Lo scenario dell'imprevedibile, dischiuso dalla scienza e dalla tecnica, non è infatti imputabile, come nell'antichità a un difetto di conoscenza, ma a un eccesso del nostro potere di fare enormemente maggiore rispetto al notro potere di prevedere, e quindi di valutare e giudicare. L'imprevedibilità delle conseguenze che possono scaturire dai processi tecnici rende quindi non solo l'etica dell'intenzione (il Cristianesimo e Kant), ma anche l'etica della responsabilità (Weber e Jonas) assolutamente inefficaci, perché la loro capacità di ordinamento è enormemente inferiore all'ordine di grandezza di ciò che si vorrebbe ordinare.
L'ideale platonico di un'etica che, congiuntamente alla poltica, regola le tecniche, è definitivamente tramontato, così come è tramontata l'ideologia della neutralità della scienza e della tecnica sotto il profilo etico. Là infatti dove il fare tecnologico, crescendo su se stesso per autoproduzione, genera conseguenze che sono indipendenti da qualsiasi intenzione diretta, e imprevedibili quanto ai loro esiti ultimi, sia l'etica dell'intenzione, sia l'etica della responsabilità assaporano una nuova impotenza, che non è più quella tradizionale misurata dalla distanza tra l'ideale e il reale, ma quella ben più radicale che si incontra quando il massimo di capacità si accompagna al minimo di conoscenza intorno agli scopi.
Leggo in una delle settanta interviste che Gitta Sereny fece a Franz Stangl, direttore generale del campo di sterminio di Treblinka, oggi raccolte in un libro che ha per titolo In quelle tenebre (Adelphi), che alla domanda: "Che cosa provavate quando compivate quegli eccidi?", Franz Stangl risponde: "Quello era il nostro lavoro. Il lavoro di uccidere con il gas e bruciare cinque e in alcuni campi fino a 20 mila persone in ventiquattro ore esigeva il massimo di efficienza. Nessun gesto inutile, nessun attrito, niente complicazioni, niente accumulo. Arrivavano e, tempo due ore, erano già morti. Questo era il sistema. L' aveva escogitato Wirth. Funzionava. E dal momento che funzionava era irreversibile".
Se prima di indignarci di fronte a una simile difesa riflettessimo sul fatto che gli autori di quei crimini, o per lo meno molti di loro senza i quali l'ente di gestione criminale non avrebbe potuto funzionare, non si sono comportati nelle situazioni in cui commisero i loro crimini molto diversamente da come erano abituati a comportarsi nell'esercizio del loro lavoro, e come ciascuno di noi è invitato a comportarsi quando inizia il suo lavoro in un'organizzazione, allora comprendiamo quanto, nelle società tecnologicamente avanzate, sia difficile, se non addirittura impossibile, creare condizioni perché nasca un'etica della responsabilità.
Infatti la divisione del lavoro che vigeva nell'apparato di sterminio di Treblinka e che oggi vive in ogni struttura aziendale fa sì che all'interno di un apparato produttivo tecnicizzato, l'operatore, sia esso un lavoratore, un impiegato, un funzionario, un dirigente, non ha più niente a che fare con il prodotto finale, anzi gli è tecnicamente impedito, per la parcellizzazione dei processi lavorativi, di intendere realmente l'esito ultimo a cui porterà la sua azione.
In questo modo l'operatore non solo diventa irresponsabile, ma addirittura gli è precluso anche il diritto alla cattiva coscienza, perché la sua competenza è limitata alla buona esecuzione di un compito circoscritto, indipendentemente dal fatto che, concatenandosi con gli altri compiti circoscritti previsti dall' apparato, la sua azione approdi ad una produzione di armi o a una fornitura alimentare.
Limitando l'agire a quello che nella cultura tecnologica si chiama button pushing (premere il bottone), la tecnica sottrae all' etica il principio della responsabilità personale, che era poi il terreno su cui tutte le etiche tradizionali erano cresciute. E questo perché chi preme il bottone lo preme all'interno di un apparato dove le azioni sono a tal punto integrate e reciprocamente condizionate che è difficile stabilire se chi compie un gesto è attivo o viene a sua volta azionato.
In questo modo il singolo operatore è responsabile solo della modalità del suo lavoro non della sua finalità e con questa riduzione della sua competenza etica si sopprimono in lui le condizioni dell'agire, per cui anche l' addetto al campo di sterminio con difficoltà potrà dire di aver "agito", ma per quanto orrendo ciò possa sembrare, potrà dire di sé che ha soltanto "lavorato". E questo vale ancora oggi sia per chi lavora nelle grandi fabbriche d'armi, sia nei centri studio per la sperimentazione delle armi nucleari, sia nelle modeste fabbriche di mine antiuomo che per anni e anni continueranno a esplodere.
La mostruosità che l'apparato nazista ha inaugurato, e che poi è diventato il paradigma di ogni produzione aziendale, è la discrepanza tra la nostra capacità di produzione che è illimitata e la nostra capacità di immaginazione che è limitata per natura, e comunque tale da non consentirci più di comprendere e al limite di considerare "nostri" gli effetti che l'inarrestabile progresso tecnico è in grado di provocare.
Quel che si è detto per l'immaginazione vale anche per la percezione: quanto più si complica l'apparato in cui siamo incorporati, quanto più si ingigantiscono i suoi effetti, tanto meno vediamo, e più ridotta si fa la nostra possibilità di comprendere i procedimenti di cui noi siamo parti e condizioni.
Questo scarto tra produzione tecnica da un lato e immaginazione e percezione umana dall' altro rende il nostro sentimento inadeguato rispetto alle nostre azioni che, al servizio della tecnica, producono qualcosa di così smisurato da rendere il nostro sentimento incapace di reagire. Il troppo grande ci lascia freddi perché il nostro meccanismo di reazione si arresta appena supera una certa grandezza e allora, da analfabeti emotivi, assistiamo oggi a milioni di trucidati nelle guerre locali sparse per il mondo, a milioni di inermi che ogni anno muoiono di stenti e malattie, come un giorno ai sei milioni di ebrei e zingari sterminati nei lager, come scrive Günther Anders in Noi figli di Eichmann (editrice La Giuntina, Firenze).
Ma la categoria della responsabilità, come scrive Adriano Zamperini nel suo bellissimo saggio, se da un lato è ciò "che le organizzazioni tendono a sopprimere in quanto fonte di azione autonoma, quindi imprevedibile per la stessa organizzazione e ostile all'ordine", dall'altro è la categoria che non si esita a impiegare quando l'organizzazione vuole ridurre il carico dei suoi oneri. È il caso delle assicurazioni a proposito degli incidenti, delle istituzioni sociali a proposito della devianza, delle professioni a proposito degli infortuni, persino delle relazioni di coppia dove, ricorrendo al criterio della responsabilità, marito e moglie si improvvisano "giuristi ingenui", per non parlare della medicina preventiva che, più va diffondendosi come pratica e come mentalità, più tende a visualizzare i malati come "vittime responsabili" a causa della loro condotta di vita.
E allora inevitabile sorge il dubbio: non è che il principio di responsabilità, da cui gli individui sono esonerati in quanto membri di un'organizzazione, e di cui invece sono caricati in quanto singoli individui, sia un magnifico espediente che consente alle organizzazioni e agli apparati di muoversi al di fuori di ogni responsabilità, per poi scaricare errori e inefficienze sui singoli individui, in questo caso responsabili di non aver preso le giuste misure, per ignoranza delle norme, per disattenzione, per scarsa prevenzione, o semplicemente perché la vita è così complicata che non si può prestare attenzione a tutto?
Il problema resta aperto e ancora tutto da pensare. Quel che è certo è che le etiche, cristiane o laiche che siano, nelle società complesse non servono più, e l'etica della responsabilità, di cui si sente un gran bisogno, è ancor oggi applicata con due pesi e due misure, se è vero che i singoli individui ne sono esonerati in quanto membri di un'organizzazione, e ne sono invece sommamente caricati come singoli quando devono vedersela con le organizzazioni, siano esse politiche, amministrative, giudiziarie, mediche, assistenziali, in una condizione di alta contraddizione che il libro di Adriano Zamperini documenta con grande lucidità, e non so dire se con drammatica o simpatica ironia.