La prevenzione in medicina (contributo al dibattito su "Il futuro tra incertezza e responsabilità") [11 agosto]

( 9 Agosto 2004 )

( scritto da Giuseppe Belleri Cliccare sul link per scrivere all'autore )
E' sempre un piacere intellettuale leggere i contributi del Prof. Longo.

Per parte mia vorrei aggiungere alcune considerazioni sulla prima e sull'ultima parte della conferenza. Dapprima cercherò di applicare alla medicina, di cui mi occupo professionalmente, la critica agli ideali epistemologici di ordine, prevedibilità e controllo, mentre nella seconda parte vorrei introdurre alcune criticità rispetto ad un concetto di responsabilità "hard".

1 - C'e' una sfera teorico-pratica della medicina in cui i principi della scienza classica, magistralmente riassunti nella prima parte della conferenza, hanno rilevanti ricadute sociali e culturali: la prevenzione.

Nonostante la messa in discussione della predicibilità dell'evoluzione dei fenomeni fisici, ad opera delle teorie del caos, l'idea di prevenzione in medicina continua ad avere un grande impatto e a generare altrettante aspettative sociali. Per alcuni si tratta di attese eccessive, fors'anche mitiche, soprattutto quando assumono caratteri del determinismo e del controllo monocausale sui processi biologici. La soprastima della medicina preventiva emerge dal confronto con la complessità probabilistica e non-deterministica dell'eziopatogenesi delle malattie e, in particolare, dell'evoluzione delle patologie croniche multifattoriali. La prevenzione medica è il luogo sociale dove ha più successo la concezione tradizionale della scienza, nella quale riecheggia la "fiducia di riuscire un giorno a fare previsioni esatte sul comportamento di porzioni sempre più vaste dell'universo in base a una conoscenza via via più precisa del suo stato in un istante qualsiasi". Se questo desiderio ha da sempre accompagnato il cammino dell'uomo figuriamoci quale risonanza emotiva e cognitiva individuale puo' avere l'offerta di iniziative preventive dal momento che promettono di prevedere ed anticipare le (male)sorti biologiche individuali, con "certezza" matematica e in modo "scientifico".

In effetti sotto il termine prevenzione si celano una galassia di significati e di pratiche che rendono il concetto quanto meno sfaccettato, se non nebuloso, e fuzzy. Ecco alcuni esempi:

A - gli interventi igienici di prevenzione ambientale attuati dal secolo scorso che, secondo alcuni epidemiologici, sono i veri artefici della sconfitta delle malattie infettive, ben più degli antibiotici (impianti fognari, potabilizzazione dell'acqua, standard ambientali abitativi, igiene alimentare etc..);

B - l'identificazione e l'eliminazione delle sostanze nocive ambientali (amianto, cancerogeni professionali, radiazioni ionizzanti, elettromagnetiche etc..) per interventi su gruppi a rischio;

C - la diagnosi precoce e pre-sintomatica, tramite screening di popolazione, di affezioni potenzialmente mortali come il cancro (mammografia, TAC spirale o dosaggio del PSA tutt'ora sub judice);

D - la cosiddetta prevenzione primaria, ovvero l'eliminazione o il controllo in popolazioni sane dei fattori di rischio biologici che sono in rapporto causale probabilistico con l'insorgenza di malattie, specie cardiovascolari (colesterolo, iperglicemia, pressione arteriosa, fumo di sigaretta etc..)

E - la prevenzione secondaria, in particolare nelle affezioni cardiovascolari dopo un primo evento patologico acuto, mediante il controllo "stretto" dei fattori di rischio sopracitati;

F - l'immunizzazione attiva dei gruppi contro agenti infettivi o altre malattie, tramite vaccini vivi, attenuati o sub-unità antigeniche di virus, batteri o componenti proteiche;

G - la medicina predittiva "genetica" che, ad esempio, in donne portatrici delle mutazioni dei geni BRCA 1 e 2, predisponenti allo sviluppo del tumore mammario, si può condurre ad interventi di mastectomia preventiva;

H - la promozione di abitudini alimentari "sane", che si mescolano con mode salutistiche di ogni sorta, a base di integratori, complessi polivitaminici, anti-ossidanti, erbe di vario genere.

Insomma un'ampia gamma di interventi con presupposti teorici ed efficacia assai diversificati, il cui comune denominatore è l'idea, tanto ovvia quanto vincente a livello sociale, che "prevenire è meglio che curare". Le proposte preventive hanno in genere un connotato deterministico o monocausale, la cui efficacia è generalmente enfatizzata, se non sopravvalutata, dai mass media e dalla gente. Quanti pazienti sono convinti che il colesterolo (o la pressione alta) sia la causa necessaria e sufficiente dell'infarto e che quindi abbassando i tassi ematici (o i livelli pressori) si prevengono tutti gli eventi cardiovascolari?

A fronte di questa interpretazione corrente della prevenzione stanno le eziologie multifattoriali e probabilistiche delle malattie, specie quelle croniche. Ad esempio l'epidemiologo Vineis osservava nel lontano 1988 che "dallo studio delle malattie cronico-degenerative è emerso che alcune esposizioni (o tratti patologici) sono in grado di aumentare la frequenza di malattia senza esserne cause necessarie e/o sufficienti". Un eminente storico del pensiero medico, Mirko Grmek, gli fa eco quando sottolinea che "secondo diversi autori la nozione di causa della malattia non ha valore scientifico" in quanto un evento patologico "si manifesta quando si realizza una costellazione di condizioni che appartengono sia all'ambiente esterno sia all'organismo stesso". Infine secondo lo storico e filosofo della medicina Gilberto Corbellini "gli approcci biosperimentali hanno più volte reiterato il perseguimento del miraggio della causa unica, necessaria e sufficiente per determinare una particolare condizione patologica, per scoprire regolarmente che il modello monocausale non si applica alle spiegazioni causali della malattia".

Ecco un'esempio di qui-pro-quo riguardo al significato della prevenzione:
in una recente inchiesta tra un gruppo di donne che si sottoponevano ad uno screening mammografico è emerso che una consistente percentuale di esse erano convinte che l'esecuzione dell'esame radiografico avesse di per sè un'azione preventiva nei confronti del tumore; le donne in pratica interpretavano la mammografia, non gia' come un accertamento clinico per diagnosi anticipate di tumori in fase asintomatica, ma come una sorta di mezzo preventivo attivo, analogo alla somministrazione di una pillola per abbassare la pressione nei confronti degli eventi cardiovascolari. Cioè esattamente il contrario dell'effetto delle radiazioni ionizzanti che possono, seppur teoricamente e in grosse dosi (scintigrafie, coronarografie ed angioplastiche con STENT, TAC etc.) indurre modificazioni biologiche cellulari potenzialmente patogene.

La reazione della professione di fronte a questa ambigua polisemia e alla variegata gamma di pratiche empiriche, credenze e aspettative sociali verso la prevenzione, più o meno realistiche, è duplice ed antitetica. Da un lato si tenta di arginare la proliferazione di iniziative preventive e di screening, di dubbia affidabilità ed efficacia, tentando la strada delle prove scientifiche, ovvero sottoponendo anche la prevenzione al pari delle terapie farmacologiche al vaglio delle evidenze. Nasce così il nuovo acronimo EBP, ovvero la proposta di una Evidences Based Prevention.

All'opposto vi è chi tra gli epidemiologi propone l'abolizione di ogni distinzione concettuale, ad esempio quella tra prevenzione primaria e secondarie, ma anche quella tra prevenzione e cura, vanificando il significato simbolico del noto aforisma sopra ricordato ed attualizzando il motto dell'anarchismo metodologico: "tutto fa brodo"!

2 - Mi desta qualche disagio l'enfasi con cui Jonas e altri bioeticisti evocano il principio e l'imperativo etico della responsabilità. Il termine ha, sua volta, assonanze giuridiche nel senso della colpa e dell'individuazione di un nesso monocausale, certo e possibilmente necessario, tra azione e sue conseguenze delittuose. Con la differenza, non da poco, che in tribunale il nesso viene stabilito a posteriori mentre invece in fatto di tecnologia dovrebbe essere ex-ante! Mi sembra un concetto troppo "forte", e fors'anche ambiguo, per poter essere applicato agli esiti incerti, aleatori e probabilistici delle decisioni che ricadono su sistemi a complessità organizzata, caotici, lontani dall'equilibrio e sensibili alle condizioni iniziali.

Anche perché la conoscenza di questi sistemi e del loro stato passa quasi inevitabilemente per l'intervento e la manipolazione sperimentale, come recita il famoso aforisma di Maturana "ogni azione è cognizione, ogni cognizione è azione" (e come sottolinea anche il prof. Longo quando osserva che "la conoscenza è sempre un'azione dagli esiti incalcolabili e l'azione è sempre una conoscenza dagli esiti irrealizzabili"). Senza il metodico spezzettamento e la sperimentazione sul DNA probabilmente ne sapremmo molto meno di quanto oggi possiamo vantare sul "codice della vita". Ho l'impressione che per poter immaginare ed essere interamente responsabili delle conseguenze, immediate e soprattutto a lungo termine, delle decisioni bisognerebbe anche essere onniscienti o dotati di poteri di calcolo/previsione non lontani da quelli del demone laplaciano.

D'altra parte le scienze sociali si fondano paradigmaticamente proprio sulle conseguenze inintenzionali dell'azione umana intenzionale (per non parlare dei macroeffetti perversi, imprevisti, controintuitivi e collaterali dell'azione sociale) mentre la ricerca empirica sulle decisioni organizzative ha rivelato, con non poca sorpresa, che ogni decisore è affetto da una irriducibile quota di limitazione della razionalità. Anche sul fronte del mitico homo oeconomicus, freddo massimizzatore dell'utilità attesa, le cose non vanno meglio da qualche tempo a questa parte: grazie all'economia cognitiva si è scoperto che anche le sue decisioni sono ben poco razionali, a causa del sistematico ricorso ad euristiche e scorciatoie di giudizio che semplificano il processo decisionale, rendendolo quanto mai approssimato rispetto alla complessità del compito.

A questo proposito Edgar Morin parla di un'ecologia dell'azione, ovvero del rischio che le azioni politiche, aleatorie per natura, entrino "rapidamente in un gioco di inter-retroazioni ecologiche che le dirige verso una direzione imprevista, che smorza lo sforzo più grandioso e lo riduce ad un accidente trascurabile". In altri termini la decisione viene ad essere integrata, amplificata, inibita o distorta dalle inter-retroazioni sistemiche fino a generare quelle conseguenze non previste, e forse imprevedibili, che caratterizzano la storia della società e l'evoluzione della vita. Se quindi valgono i due principi dell'ecologia dell'azione ("La massima efficacia dell'azione si situa all'inizio del suo sviluppo" e " Le conseguenze ultime di un atto particolare non sono prevedibili") quale concreta fattibilità ha l'idea "forte" di responsabilità in un mondo dominato dall'incertezza?

Grazie per l'attenzione

[11/8/04] Bibliografia in forma essenziale (v. sotto)

Giuseppe Belleri
(medico di Medicina Generale)
Flero (Brescia)

Bibliografia in forma essenziale

- Antiseri D, Trattato di metodologia delle scienza sociali, UTET, Torino, 1997

- Corbellini G., Filosofia della medicina, in Filosofie delle scienze, A.C. di N. Vassallo, Einaudi, Torino, 2003

- Fronte M., Greco P., Figli del genoma Interrogativi sulla bioetica, Avverbi, Roma, 2003

- Giesen B., Dal conflitto al legame: un abbozzo sistematico del dibattito micro-macro, Sociologia e ricerca sociale, N. 43/1994

- Gigerenzer G., Quando i numeri ingannano, Cortina, Milano, 2003

- Grmek M., Concettualizzazione e realtà della morbilità del XX secolo, Nuova Civiltà delle Macchine, N-3-4/1955, ERI, Roma

- Morin E., Il pensiero ecologico, Hopeful Monster, 1994, Firenze

- Motterlini M e Guala F. introduzione a Economia cognitiva e sperimentale, Egea, Milano, 2004

- Rumiati R., Bonini N. Psicologia della decisione, Il Mulino, 2001, Bologna

- Tombesi M., La prevenzione in medicina generale, UTET periodici, Milano, 1997

- Tombesi M., Gli interventi inutili in medicina generale, UTET periodici, Milano, 1999

- Von Foerster H., Attraverso gli occhi degli altri, Guerini & Associati, Milano, 1996

- Vineis P., Modelli di rischio, Epidemiologia e causalità, Einaudi, Torino, 1990

- Vineis P., Dal sintomo al rischio, Epidemiologia & Prevenzione, N. 34/1988

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Il futuro tra incertezza e responsabilità

( 20 Luglio 2004 )

( scritto da Redazione FGB Cliccare sul link per scrivere all'autore )

Giuseppe O. LongoRiceviamo dal Prof. Giuseppe O. Longo [*] il testo dell'intervento che presentò nell'Ottobre 2000 al convegno "Il futuro: previsione, pronostico e profezia [**]".

Si tratta di una lunga riflessione in cui risaltano molti capisaldi della sua visione del progresso, alcuni dei quali sono richiamati nel percorso qui svolto di recente nell'ambito dell'iniziativa denominata "Collaborate".

In particolare si nota che, nei confronti del progresso scientifico, Longo ha un'opinione affine a quella di Bill Joy. Egli affronta il problema dell'angoscia che chiama "trapasso dalla contingenza all'irreversibilità":

«i calcoli, le previsioni e le simulazioni che sostengono il finalismo cosciente possono illuminare gli scenari del futuro solo per un breve tratto di tempo, mentre gli effetti delle decisioni possono essere durevoli e irreversibili. Impadronendoci dei meccanismi di decisione, insomma, possiamo trasformare le contingenze più miopi e improvvisate in destini storici dalle conseguenze incalcolabili e irrimediabili.».

Pale Blue Dot

Pale Blue Dot : the Hearth
Earth (the dot in the middle) as seen from 3.7 billion miles away by the Voyager 1 spacecraft, on 6/6/1990

"Pale Blue Dot" è il titolo di un libro di Carl Sagan e vuole significare, in nuce, il requisito dell'umiltà come componente essenziale di uno sviluppo responsabile della tecno-scienza.

[... continua...]

Citando Hans Jonas, Longo parla del progressivo emergere di una nuova etica volta alla salvaguardia, alla conservazione e alla prevenzione:

«un'etica della responsabilità contrapposta al trionfalismo tecnologico del progresso e dell'incremento illimitato di ogni variabile».
E' l'incremento illimitato delle variabili ciò che rende vana la fiducia nella possibilità di prevedere. In ciò, Longo è molto più vicino a Raymond Kurzweil che a Bill Joy (è proprio l'atteggiamento positivo di Joy nei confronti della previsione che è stato oggetto di critiche). Comunque, anche se i percorsi argomentativi sono differenti, la loro conclusione è la stessa: riguardo allo sviluppo della tecno-scienza è bene adottare un atteggiamento cauto e riflessivo. Longo scrive:
«l'alternativa da opporre all'utopia è la moderazione suggerita dalla responsabilità, aurea via di mezzo tra la fiducia illimitata e la disperazione senza futuro
[...]
Non ci sono consigli da dare o da chiedere, se non forse, l'adozione di un atteggiamento più cauto, attento alla molteplicità, alla delicatezza e al silenzio. Ma quanti se la sentono oggi di tacere nel frastuono del mercato e nel rimbombo della pubblicità?»

Il testo dell'intervento di Longo: "Il futuro tra incertezza e responsabilità"

__________


[*]
Giuseppe O. Longo, ordinario di teoria dell'informazione all'Università di Trieste, ha dato un rilevante contributo a questo sito, nel Febbraio 2003, con il Seminario in forma di Forum on line intitolato "Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia". E' qui citato in modo ricorrente, perché il modo in cui tratta, in ottica epistemologica, la tematica del progresso tecnologico e del nuovo rapporto fra uomo e macchina è paradigmatico di un possibile approccio al tema di base della Fondazione Bassetti, che è quello della responsabilità nell'innovazione.

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[**]
Ecco un estratto di quella che, allora, era la pagina d'ingresso al sito (il punto in cui viene citato Longo è stato evidenziato in rosso)

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Gregory Bateson (1904-1980), I cent'anni di un pensiero vivente

( 1 Maggio 2004 )

Margaret Mead, Mary Catherine Bateson, Gregory Bateson (~1945)
...
F. Continua con Alice, papà, e non dire sciocchezze.
P. Si, stavamo parlando dei fenicotteri. Il fatto è che l'uomo che scrisse Alice pensava alle stesse cose cui pensiamo noi. E si divertì con la piccola Alice immaginando una partita a croquet che fosse tutto un pasticcio, un assoluto pasticcio. Così stabilì che si dovessero usare fenicotteri invece di mazze, perché i fenicotteri potevano piegare il collo e così il giocatore non avrebbe saputo se la sua mazza avrebbe colpito la palla né come.
F. D'altra parte la palla poteva andarsene per conto suo, perché era un porcospino.
P. Certo, così ogni cosa è talmente ingarbugliata che nessuno ha la minima idea di ciò che può accadere.
F. E poi anche gli archi potevano andarsene perché erano dei soldati.
...

(da: "Verso un'ecologia della mente" di Gregory Bateson, trad. Giuseppe O. Longo, Adelphi, 1977)

Gregory Bateson è stato citato più volte nel sito della Fondazione Bassetti: sia per quanto riguarda la tematica della "presunzione di prevedere" dello scienziato, sia in merito a quella del rapporto tra scienza e tecnica, nonché con riferimento alla questione della complessa dinamica tra scienziato ed aspetti economici della ricerca. Si veda l'intervento nella sezione Argomenti del settembre 2003.
Giuseppe O. Longo, nel seminario-forum "Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia" da lui tenuto nel sito dal 10 al 15 febbraio 2003, scriveva: «E' sensazione diffusa che ovunque l'uomo penetri, introducendo la sua azione finalistica cosciente, sostenuta da una tecnologia sempre più potente, si producano dei guasti sistemici. Sugli sconquassi provocati da questo tipo di intervento Gregory Bateson ha scritto pagine fondamentali, che ho avuto il privilegio di tradurre ("Verso un'ecologia della mente", "Mente e natura", "Dove gi angeli esitano", "Un'unità sacra", tutti per Adelphi, Milano). E' la finalità cosciente dell'uomo (basata su un'epistemologia sbagliata secondo Bateson) che apre alcuni cicli chiusi della natura e che (attraverso l'attivazione dei circuiti di retroazione positiva) tende a far crescere oltre ogni limite il valore di alcune variabili (di cui il denaro è la quintessenza) rendendole pericolose per la salute e l'integrità del sistema. E' vero peraltro che la lettura di Bateson, che raccomando a tutti, resta il privilegio di pochi e non so quanto le sue idee potrebbero cambiare il mondo anche se tutti le conoscessero...» (12 feb 2003)
Infine, il blog Quel che poi un metal detector, ha dedicato una pagina a Bateson per l'innovazione nella metodologia d'approccio ai problemi, che Bateson ha portato con i suoi studi orizzontali rispetto ai campi scientifici.
Bateson, infatti, ha tracciato una teoria epistemologica utilizzando conoscenze e strumenti di differenti discipline scientifiche, intrecciandole e mettendole in relazione; abbattendo così fra esse steccati che impedivano di osservare certi fenomeni con la dovuta completezza (antropologia, psicologia, fisica, etologia...). Questi studi lo hanno portato a concepire il mondo come una intera mente: una unica entità armonica.
Un altro aspetto fondamentale del suo pensiero è che egli per primo, ha spostato l'attenzione dall'oggetto che viene studiato al soggetto che lo studia: l'importanza "degli occhiali" che lo studioso utilizza per compiere il suo lavoro non può essere ignorata. Gli strumenti che si usano per analizzare un preciso fenomeno, hanno incidenza sull'osservazione che viene fatta. Quel che ora viene considerato come scontato o risaputo, cioè che lo sguardo è un elemento partecipante all'osservazione, non era in realtà preso in considerazione prima dell'apporto di Bateson: l'osservatore che si poneva in atteggiamento neutro, "era neutro".

("Gregory Bateson (1904-1980), I cent'anni di un pensiero vivente", è il titolo di un convegno promosso dal Circolo Bateson e dal Cidi di Roma. Per ulteriori informazioni visitare la segnalazione nel blog curato da Paola Parmendola)

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Raccontare la scienza: Bateson

( 23 Settembre 2003 )

( scritto da Redazione FGB Cliccare sul link per scrivere all'autore )

CIDI di Napoli - Progetto Bateson - Istituto italiano di studi filosofici, "Pensare e agire per storie", giornate di studio su Gregory Bateson, Napoli, 19/20/21 novembre 1999

«[...] Con "Pensare e agire per storie" si cercherà di approfondire un aspetto specifico e di particolare interesse del pensiero di Bateson: la teoria dell'azione. Nel 1969 Bateson organizzò un convegno in Austria spinto dall'urgenza di un cambiamento dell'epistemologia, per la costruzione di una scienza integrata dei sistemi viventi che affrontasse "l'immane problema dell'intervento pianificato". Le recenti scoperte sulla natura cibernetica dei sistemi complessi - formalizzate grazie anche al suo contributo di scienziato e di filosofo della natura - potevano infatti preludere ad "azioni adattative che l'uomo può intraprendere senza cessare di essere morale". Infatti, se l'esitazione è una virtù, la fiducia ingenua nel laissez faire può rivelarsi una scelta incauta, o distruttiva quanto un'azione pianificata a tavolino e tenacemente perseguita. "Ciò che manca - scriveva Bateson in quegli anni - è una teoria dell'azione all'interno dei grandi sistemi complessi, dove l'agente attivo è a sua volta parte del sistema e ne è il prodotto". E, parlando di come alcuni organismi viventi riescono a conseguire il cambiamento pur non computando tutte le variabili, osservava: "Sembra che i grandi insegnanti e terapeuti evitino ogni tentativo diretto di influire sulle azioni degli altri e cerchino invece di instaurare le situazioni e i contesti in cui certi cambiamenti (di solito specificati in modo imperfetto) possano avvenire".»

«P: Gli scienziati in generale sono contenti quando si parla di quello che fanno. Forse è la cosa che li rende più felici. Non voglio dire che sono contenti solo quando ne parlano i giornali, le riviste o i siti Internet. Penso che siano un gruppo di persone che per fare quello che fanno sono costretti a parlare tra di loro, si studiano a vicenda e si correggono, se ne hanno la possibilità. E quindi sono persone portate al dialogo. Almeno, era così fino a un po' di tempo fa.
F: E oggi com'è?
P: Oggi è difficile raccontare la scienza. Ci sono tanti soldi e tanti interessi. Gli scienziati passano la maggior parte del loro tempo a cercare i finanziamenti per le loro ricerche, dal mercato o dallo Stato. Non è che vivano tempi molto sereni. La tecnica ha vinto. E la scienza sopravvive con difficoltà.
[...]
Gli scienziati sono pericolosi quando mettono tra parentesi e non discutono i presupposti da cui partono, per esempio che le successioni divergenti sono imprevedibili e che quelle convergenti invece sono prevedibili.» [grassetti nostri]

Matteo Bartocci, con questo scambio tra P ed F --padre e figlia nel dialogo immaginato in un suo articolo pubblicato su ReS-- usa un metodo dialettico caratteristico di Gregory Bateson, il metalogo, per esprimere, tra l'altro, alcune idee sul rapporto scienza-tecnica e su quella che potremmo chiamare "presunzione di prevedere".

I nessi e connessi rispetto al brano che abbiamo scelto di riprodurre sono tanti in questo sito. Proviamo ad accennarne qualcuno.

In merito all'ambizione (e la presunzione) di prevedere le conseguenze di una ricerca scientifica si veda per esempio quanto dissero in proposito gli studiosi riuniti in un convegno a Venezia circa tre anni fa.

Il precedente link conduce a un documento che riguarda Giuseppe O. Longo, perché egli (che tra l'altro è lettore interessato e partecipe di questo sito) sviluppa un personale percorso epistemologico che ruota attorno all'indagine del rapporto tra la scienza e la tecnica, o meglio: di quell'evidente manifestazione di questo rapporto che egli chiama "tecnoscienza".

Detto per inciso, negli scritti di Longo non sono rari i richiami proprio a Bateson, i cui libri ha peraltro tradotto in italiano.

Il Principio di precauzione in questo sito: nel Percorso ad hoc, mentre a pagina 6 degli Argomenti è possibile leggere un'intervista di Margherita Fronte a Paolo Vineis

La prevedibilità ha a che fare con l'ormai arcinoto Principio di precauzione. Una domanda che potrebbe sorgere è: possiamo mettere in relazione il concetto di innovazione con quelli di "successione divergente" e di "successione convergente"?
Bisognerebbe, prima, vedere di chiarire quale concetto di innovazione adottiamo.
Una frase che spesso la Fondazione Bassetti associa alla propria attività è la seguente: "L'innovazione è la realizzazione dell'improbabile". Si parla di "improbabile", non di "imprevedibile", come dire che per essere innovativi bisogna appunto saper vedere "on the border line", ovverosia saper cogliere, per esempio, prima di tutto i moti di tendenza e costruirci sopra, realizzare qualcosa: iniziative, prodotti, edifici, o... decisioni.
Nell'ultimo post del blog "Quel che poi un metal detector...", intitolato "Ecologia della mente" e dedicato appunto a Bateson, sono elencati i presupposti che ogni studioso dovrebbe avere bene in mente (e sono i titoli dei paragrafi di un capitolo di "Mente e Natura", uno dei testi più illuminati/illuminanti di Bateson).

Mente e Natura, edito da Adelphi, traduzione di Giuseppe O. Longo

Leggi il retro di copertina del libro
(link al sito della casa editrice Adelphi)

Che "le successioni convergenti sono prevedibili" è appunto uno di questi presupposti. E quali sono le successioni convergenti? In breve: quelle che non trattano di individui, istanti, attimi, ma coinvolgono intere classi di questi. E allora chiediamoci: qual è il campo, o "tipo logico" proprio dell'innovazione? Quello del particolare o quello dell'insieme dei particolari?

Bateson parla di apparizione del nuovo quando affianca processi stocastici ed evoluzione della specie (con riferimento all' "Origine delle specie" di Darwin):

«...nei processi stocastici, tanto dell'evoluzione quanto del pensiero, il nuovo può essere tratto esclusivamente dal disordine del casuale. E per trarre il nuovo dal casuale, se e quando esso si manifesta, occorre un qualche meccanismo selettivo che dia conto della persistenza nel tempo della nuova idea. Deve vigere qualcosa di simile alla selezione naturale, in tutta la sua lapalissiana tautologia. Per persistere, il nuovo deve essere tale da durare più a lungo delle sue alternative
(da Mente e Natura, Adelphi, 1984, grassetti nostri)
Leone Montagnini ha fatto poco tempo fa (v., qui, "Per chi ama sottolineare le linee di continuità nella storia") un richiamo alla continuità, come "struttura che permane al di sotto delle novità". Questa idea pare molto vicina alla modalità d'osservazione sottolineata da Bateson, specie nell'ultimo periodo, quando si dedicava alla esplorazione del termine "sacro": al posto di "coscienza" egli parlava di "sensibilità", una speciale sensibilità rispetto alla struttura che connette, e cioè la possibilità di sentire e pensare ai nostri modi di essere e divenire in relazione con insiemi interconnessi e più ampi di cui siamo parte.

Ci si potrebbe anche chiedere in che termini si possa parlare di responsabilità per un'attività innovativa se il concetto di responsabilità è strettamente dipendente da quello di prevedibilità.

Umberto GalimbertiMa è poi è poi così pacifico che questi due concetti siano (o debbano essere) legati?
In proposito, qui indichiamo due articoli di Galimberti, "Criminali altamente responsabili" (La Repubblica, 4 novembre 1999) e "Un terremoto che ci riguarda" (La Repubblica, 18 novembre 2000), ma si veda anche la pagina dello scorso gennaio.

Michael DertouzosD'altra parte, è forse il caso di rammentare quel che pensava Michael Dertouzos: il futuro ci sfuggirà sempre (è possibile leggere anche un commento di Vittorio Bertolini a un suo articolo pubblicato da Il Messaggero nel settembre 2001).

Giunti a questo punto di questo libero ragionamento connettivo è facile rendersi conto che abbiamo trascurato altri argomenti suggeriti nell'articolo che ci ha dato l'incipit. Matteo Bartocci, infatti, attraverso l'espediente dialettico preso a prestito da Bateson ci parla, oltre che del rapporto tra la scienza e la tecnica, anche di quello tra scienza e denaro, o per essere più esatti: tra scienziati e denaro, che in questo sito (ma non solo in questo sito) va sotto il nome di "Conflitto d'interesse dello scienziato".

luce - cristallo convergente - cervello

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Argomento:
Prevedibilità
(Indice da Settembre 2003 ad Agosto 2004)