Da IL Sole 24 Ore del 15 febbraio 2007
di Jean Paul Fitoussi
L'innovatore? Ha un volto etico
L'integrazione economica implica apertura. L'apertura genera volatilità. La volatilità alimenta
l'insicurezza. L'insicurezza richiede protezione. Il problema centrale della globalizzazione è
come far fronte alla domanda di protezione che deriva dall'insicurezza economica, sociale e
ambientale. La sfida più urgente dei governi del mondo è disegnare il futuro e creare nuove
utopie per indicare la via da seguire.
Queste utopie, a differenza delle ideologie e delle religioni, devono essere sostenibili su
questa terra. Per utopia sostenibile intendo un sistema che sia allo stesso tempo realizzabile e
accettabile. Ad esempio, il processo di globalizzazione è un'utopia realizzabile ma per una
larga parte della popolazione non è ritenuta accettabile. Perché la globalizzazione diventi
accettabile è necessario raggiungere un migliore equilibrio tra concorrenza e cooperazione
(o solidarietà).
Una politica della globalizzazione progressista deve essenzialmente affrontare le due sfide
dell'insicurezza economica e della distruzione dell'ambiente senza ricorrere al protezionismo
degli stati ricchi e senza frenare la crescita dei poveri.
Proteggere: una politica commerciale social democratica. La globalizzazione obbliga i Paesi a
definire un livello ottimale (o almeno accettabile) di protezione, in cui i benefici siano
superiori ai costi per l'economia. Altrimenti, la globalizzazione avrebbe un effetto dannoso o,
senza adeguate misure redistributive, il Paese si troverebbe ad affrontare instabilità politica.
Ci sono due politiche attraverso le quali i governi possono raggiungere un livello ottimale di
protezione: la costruzione dello stato sociale (welfare state), cioè la protezione sociale, e
il protezionismo. Entrambe le strade sono state percorse durante il XX secolo, con diversa
fortuna. La crescita del protezionismo ha prodotto la fine della prima ondata di globalizzazione
e i disastri mondiali della prima metà del XX secolo. Viceversa, la crescita dello stato
sociale è andata di pari passo con l'internazionalizzazione delle economie mondiali e con il
progressivo smantellamento delle barriere commerciali.
La ragione per cui la costruzione dello stato sociale deve essere perseguita mentre il
protezionismo va inibito ha a che fare con la natura stessa del processo di crescita. La
protezione sociale non è carità, ma assicurazione, cioè garanzia sui rischi e stimolo
all'innovazione. Se abbinata a una politica macroeconomica reattiva, tutela gli individui e le
imprese mantenendo un elevato grado di attività economica.
La costruzione dello stato sociale è anche la soluzIone più efficiente dal punto di vista della
coesione sociale, per far fronte alle ineguaglianze che la globalizzazione può generare.
Tuttavia, se il protezionismo puro andrebbe bandito nelle economie sviluppate, bisogna
riconoscergli dei meriti nel caso di economie emergenti. Già da tempo è infatti assodato che
il protezionismo può aiutare industrie neonate e quindi accelerare la crescita di lungo
termine dei Paesi in via di sviluppo.
Nel suo sforzo di raggiungere un migliore equilibrio tra concorrenza e cooperazione (o
solidarietà) la globalizzazione può diventare un'utopia sostenibile perché diventerebbe
accettabile. Regolare la concorrenza rappresenta un primo passo in questa direzione. Promuovere
la cooperazione per ridurre l'insicurezza ambientale dovrebbe essere il secondo.
Sostenere le nuove tecnologie dell'emnergia e dell'ambiente. La cooperazione porta a un futuro
più sereno perché aumenta il livello di solidarietà tra nazioni. Inoltre, il fornire beni
pubblici globali, come la salute, la scolarizzazione, l'ambiente e l'energia dovrebbe generare
crescita. La fornitura di due beni pubblici - ambiente e conoscenza - contrariamente a
quanto si ritenga normalmente, può rappresentare il motore della crescita futura.
Gli elevati tassi di crescita di grandi Paesi emergenti (Cina. India, Brasile, eccetera)
stanno aumentando la nostra consapevolezza del probabile esaurimento delle risorse naturali
dalle quali dipende il nostro attuale modello di crescita. Lo sviluppo di nuove tecnologie
ambientali ed energetiche in Europa e negli Stati Uniti, e la creazione di un mercato globale
per queste tecnologie, sembra poter rappresentare un'utopia sostenibile.
Le nuove tecnologie ambientali ed energetiche possono avere un impatto significativo sulla
produttività. Ma allo stesso tempo contribuiranno a produrre un ambiente più pulito e quindi
un sistema economico più sostenibile.
Ovviamente la sfida maggiore è trovare modalità pratiche per fmanziare questi investimenti che
hanno il fine ultimo di fornire beni pubblici globali. Cominciare dalle strutture istituzionali
esistenti a livello regionale costituisce un primo passo.
Ancora una volta, la relazione tra paesi sviluppati, emergenti e in via di sviluppo deve
essere rafforzata. È riconosciuto che i Paesi sviluppati sono oggi i principali inquinatori
globali, mentre i Paesi emergenti e alcuni di quelli in via di sviluppo potrebbero essere i
più grandi inquinatori globali di domani. Pertanto può avere senso investire in modo
significativo in Europa e negli Usa oggi per sviluppare queste tecnologie, e attraverso
il trasferimento tecnologico renderle disponibili ai Paesi emergenti e in via di sviluppo.
Dopotutto, se dovessimo sussidiare le economie meno avanzate per favorire in quei Paesi
modetli di crescita più attenti all'ambiente, noi ne saremo i principali beneficiari.
L'intelligenza è un bene collettivo
di Derrick de Kerckhove
Dal bricolage alla metis (l'idea dell'intelligenza pratica secondo i Greci antichi), l'uomo ha
fatto un balzo in avanti nelle potenzialità innovative. La coscienza collettiva della tribù
si frammenta nelle migliaia d'intelligenze individuali che lavorano in competizione. La
scrittura era già di per sé una fonte d'innovazione con le infinite possibilità di combinazione
e ricombinazione di segni.
Il salto attuale è, per dire, quasi quantico. Passando dalla parola all'elettronica,
l'intelligenza diviene un bene condiviso. Adesso con la rete, l'innovazione viene dalla
connessione.
Si tratta dell'intelligenza condivisa di Wikipedia, fonte sempre rinnovata di conoscenza
finalmente considerata e trattata come bene pubblico. O della conoscenza condivisa di YouTube
che trasforma ogni persona un broadcaster. E fa sorgere in meno di mezz'ora emozioni globali
(tipo "Free Hugs"). O ancora quella di Linux, che dà la responsabilità dell'innovazione
all'utente e non più esclusivamente al produttore di software.
Non è che nell'era digitale si sia persa la creatività propria del bricolage, della manualità,
però l'innovazione oggi è favorita da nuove condizioni, nuovi tipi di collegamenti e connessioni.
MySpace o Facebook, per esempio stanno creando una forma di divulgazione definibile "let it
all hang out" simile al concetto di comunità degli anni Sessanta, che però lascia comunque
aperto il campo a potenzialità enormi di collaborazione innovativa.
Tutto il "social software", da Flickr dove si consacra il concetto di memoria comune, al
geniale social bookmarking tipo del.icio.us, deve intendersi come un'architettura di
connessioni sempre più invasive - quasi "ipertinenti" - che, con la fitta rete di scambio di
informazioni che si genera, costituiscono una fenomenale risorsa per l'innovazione.
Second Life propone a due milioni di persone un mondo artificiale in rete, frutto della fantasia,
vissuto a metà tra la mente e lo schermo, esempio di ibrido di tecnologia e fantasia.
La cultura dell'innovazione oggi è probabilmente tributaria di alcune grandi tendenze. La
"connessione" tende a essere sempre più pressante, dal telefonino fino al RFID che ci fanno
nuotare dentro un oceano d'informazione.
Un nuovo campo di applicazione dell'innovazione oggi è certamente rappresentato dal "wireless",
senza filo, a partire dal NFC (Near Field Communication) fino ad arrivare al satellite. Le
innovazioni tecnologiche si spostano sempre più nel settore della mobilità. Oltre alla tendenza
alla già citata "ipertinenza" richiesta dal raffinamento dei motori di ricerca, che danno
testo e contesto insieme, c'è una dimensione omeopatica nella rete.
La più piccola informazione trova il suo circuito giusto per toccare punti precisi nel corpo
globale.
La cultura dell'innovazione è, dal mio punto di vista, prima di tutto un'attitudine.
L'innovazione richiede una predisposizione e un'apertura all'innovazione. Nella rete ci sono
tendenze contrarie del controllo e dell'abbandono del controllo sul prodotto virtuale, sulla
proprietà intellettuale o commerciale dell'informazione. Sembra oggi che la creatività più
sorprendente esca dalla parte aperta del sistema della rete, e ogni tanto, forse anche
lucrativa.
Fondamentalmente la rete si comporta replicando le logiche complementari del nostro cervello,
dividendosi in una part che "vede il tutto" (Open Source, Linux, wikimondo eccetera) e
un'altra che analizza e controlla le cose (Semantic Web, Microsoft, Sony) sistemi proprietari
che si chiudono su se stessi. Come spiega Don Tapscot nel suo brillante Wikinomics quando si
dà all'utente la responsabilità di co-creare il servizio o il contenuto, è sempre il sistema
co-creativo della rete che batte il sistema di pura diffusione: «Wikipedia batte Britannica,
Blogger batte Cnn, Epinions qatte Consumer Report e così via». Forse noi siamo l'era
dell'ipercreatività condivisa.