Indice dei libri 06/08
Davide Lovisolo
Gianfranco Pacchioni
COM'È PICCOLO IL MONDO
pp. 222, euro 9,80,
Zanichelli, Bologna 2008
Qual è la rappresentazione che ci facciamo degli oggetti piccolissimi o grandissimi,
quelli che stanno su una scala non commensurabile al nostro corpo? Lo sviluppo del
microscopio e del telescopio ottico hanno rappresentato una formidabile e
rivoluzionaria espansione del mondo che ci circonda, consentendoci di utilizzare le
modalità sensoriali familiari alla nostra specie e di estenderle a una scala
spaziale che va dai milionesimi ai miliardi di metri. I due estremi hanno in realtà
avuto sorte diversa: lo studio dell'infinitamente grande e infinitamente lontano ha
occupato per secoli un posto predominante nella formazione dell'immaginario
collettivo; un po' diverso è stato il destino dell'infinitamente piccolo. Ormai da
generazioni impariamo, fin dalla scuola di base, che la materia è composta da atomi,
ma abbiamo accettato l'idea che sono cose che non si possono vedere, e nemmeno
manipolare.
Negli ultimi decenni il quadro è cambiato drammaticamente. Le capacità di
osservazione e di manipolazione si sono spinte a livello dell'atomo e delle piccole
molecole, aggregati di pochi (cento? diecimila?) atomi. È nato il regno delle
nanoscienze, o, se si considera principalmente l'aspetto applicativo, delle
nanotecnologie. Cosa sono? Nell'accezione condivisa, si tratta di quelle tecniche che
consentono di caratterizzare e modificare la struttura della materia a una scala
mille volte più piccola di quanto possiamo osservare con gli strumenti ottici
tradizionali, il miliardesimo di metro, per l'appunto il nanometro.
Il libro di Gianfranco Pacchioni, chimico e scienziato dei materiali milanese, è
un'affascinante introduzione a questo mondo, alla sua storia, alle sue promesse e
alle sfide che pone al nostro futuro. Ogni capitolo inizia con una citazione di
Primo Levi: tutte colpiscono per la capacità di prefigurare un futuro che in molti
casi è già diventato realtà. Utile e chiara è la ricostruzione storica, tratteggiata
con la vivezza e la partecipazione di chi le ha vissute in prima persona, delle
tappe che hanno segnato lo sviluppo delle nanotecnologie e dei loro protagonisti.
La data di origine delle nanotecnologie viene fatta risalire a una conferenza del
1959, in cui il famoso fisico Richard Feynman sostenne che sarebbe stato possibile
"disporre gli atomi nel modo che vogliamo". Per circa vent'anni non se ne parlò
molto, e solo a metà degli anni ottanta, grazie a una serie di rilevanti scoperte e
innovazioni tecnologiche, il termine cominciò a essere utilizzato diffusamente.
L'innovazione ha seguito due strade parallele: da una parte l'invenzione di tutta
una serie di tecniche di analisi che andavano al di là dell'uso della luce visibile:
dalle varie microscopie elettroniche al microscopio a effetto tunnel all'Afm,
microscopio a forza atomica, in cui una leggerissima punta sfiora la superficie del
campione (che può essere anche una cellula vivente) e ne descrive la topografia
grazie a un'interazione che potremmo sommariamente definire meccanica. D'altra parte,
lo stesso microscopio (come in parte anche quello a effetto tunnel) può essere usato
per staccare singole molecole e collocarle in maniera regolata e ordinata in una
nuova posizione (proprio quello che profetizzava Feynman). A questa classe
appartengono anche le tecniche di nanolitografia (incisione su sottili laminette di
silicio) usate nella produzione dei micro e nanocircuiti sempre più miniaturizzati,
che hanno consentito la crescita esponenziale delle capacità di memoria e di
calcolo dei microprocessori alla base di una miriade di oggetti di uso quotidiano,
dal computer al telefono cellulare.
Ma oltre alle tecniche di indagine e di manipolazione (in parte proprio grazie a
esse), il mondo nano si sta popolando di nuovi oggetti creati da una chimica che
sfrutta l'approccio bottom up (mettere insieme tanti oggetti piccoli per farne uno
di dimensioni maggiori e di proprietà controllate). Questo approccio ha particolare
rilevanza in un campo di applicazione sensibile e di per sé già in rapida
evoluzione come quello delle biotecnologie. Un capitolo del libro affronta le sfide
delle nanobiotecnologie alla ricerca scientifica e alla medicina: dalle nanoparticelle
mirate per "cuocere" in maniera selettiva cellule tumorali senza danneggiare il
resto dei tessuti, a nuovi strumenti diagnostici, alle possibilità di costruire
sistemi di calcolo basati sulle proprietà del Dna.
Un'altra fondamentale sfida concettuale che le nanotecnologie pongono è quella
delle leggi della fisica appropriate per trattare livelli di miniaturizzazione
sempre più spinti, quelli che hanno consentito di immagazzinare quantità
esponenzialmente crescenti di informazione in un chip. A livello dell'atomo e
dell'elettrone, le leggi della fisica classica devono lasciare il posto a quelle
della meccanica quantistica, che esce così dalle trattazioni teoriche per
diventare strumento di produzione di nuovi oggetti e di realizzazione di nuove
tecnologie. Il computer quantistico segnerà la fine del chip al silicio? Probabilmente
sì, anche se è azzardato fare pronostici sul quando.
Altri capitoli trattano di diversi campi di applicazione, dalle superfici autopulenti
ai nanocatalizzatori, fino alla produzione e stoccaggio dell'idrogeno, grande
promessa come fonte di energia.
Ma come tutte le sfide, sarebbe cieco (anche se la cecità è molto diffusa) non
chiedersi quali siano i rischi e le possibili ricadute non calcolate di questo rapido
irrompere di nuove tecnologie nella nostra vita: in uno degli ultimi capitoli
Pacchioni affronta con attenzione questo aspetto, legato al fatto che nanoparticelle
di vario tipo sono già oggi presenti in molti oggetti di uso quotidiano, dalle creme
solari a parti meccaniche delle auto, e quando rilasciate nell'ambiente o a
contatto con gli esseri viventi, possono, proprio perché della stessa scala dei
componenti cellulari, portare a interazioni e riposte biologiche non prevedibili
sulla base di quanto sappiamo delle stesse sostanze strutturate su una scala
maggiore. E l'autore, se non condivide gli allarmi ingiustificati, ribadisce la
necessità di studiare e di capire, per non farci sfuggire di mano i nuovi strumenti
che stiamo creando.
Questo aspetto è anche uno di quelli affrontati in un bel dossier, Il nanomondo che
verrà, pubblicato nel numero di agosto 2007 dalla rivista "Sapere". Vi si trovano i
contributi di Elisa Molinari e Lucia Covi, che ci introducono al mondo delle
nanoimmagini, nuova forma di rappresentazione che, con tecniche di elaborazione
dell'immagine che vanno al di là della fotografia tradizionale, getta un ponte fra
l'immaginario e il "visibile" attraverso cui si può entrare nel nanomondo e cominciare
a familiarizzarsi con esso a partire dal lato, potentemente coinvolgente, del
piacere estetico. In un altro contributo, Giorgia Guerra affronta i nuovi problemi
posti dalla nanomedicina alle normative europee nel campo della tutela della salute
pubblica. Ma vorrei richiamare l'attenzione sul contributo introduttivo di Federico
Neresini, che tratta dell'impatto sociale delle nanotecnologie, della loro percezione
e accettazione da parte del pubblico. Un paio di punti mi paiono di grande rilevanza:
il fatto che, essendo ancora agli inizi, siamo in grado (forse) di non ripetere
gli errori commessi con le biotecnologie, che hanno sottovalutato la necessità di
informare e di chiarire limiti e problemi della nuova tecnologia; e l'asserzione,
basata su dati e ricerche, che non sempre l'avversione o la percezione di un
rischio dipende dalla disinformazione o dal basso livello di conoscenza. Sembra
quindi non funzionare il modello, sovente proposto, per cui compito di scienziati
e media è quello di spiegare alla gente ignorante quanto sono belle e ricche di
promesse le nuove tecniche; piuttosto, sarebbe auspicabile un processo di
informazione e di influenza reciproca, in cui gli "esperti" e gli utilizzatori si
parlino e costruiscano insieme il quadro entro cui sviluppare non solo nuovi
strumenti tecnologici, ma anche gli strumenti sociali in grado di controllarne le
conseguenze.
D. Lovisolo insegna fisiologia all'Università di Torino ed è membro del Centro
di eccellenza in superfici e interfacce nanostrutturate