L'Eco di Bergamo
16/02/2008
Gli esperti sequestrano la nostra democrazia
di Carlo Dignola
Si fa presto a dire «comunicare la scienza»: poi va a finire come - ha raccontato
ieri Sara Calcagnini, collaboratrice del Museo «Leonardo da Vinci» di Milano -
che si invitano prostigiosi ricercatori a parlare e si scopre che la cosa difficile
non è tanto educare la platea a un ascolto serio o attento ma «educare gli scienziati
a parlare con il pubbblico».
Esiste una certa incomunicabilità fra la scienza e i cittadini Che,lo vediamo tutti
i giormi, ha un prezzo politico piuttosto alto.I no-Tav Vogliono che il trenocuccette
che parte dì notte da Milano continui anche nel 2020 a metterci dieci ore per
raggiungere Parigi, mentre Londra è già collegata (passando sotto il mare) in due.
A Napoli il popolino mette al rogo gli inceneneritori e piuttosto che lasciarne
cosruire uno meI proprio comprensorio preferisce respirare per anni tonnellate di
monnezza ben stagionata oella via. Quando poi, ogni tanto, accade che l'opinione
pubblica si esprima finalmente in modo informato e qualificato, le cose vanno anche
pegggio. Nel 2002 in Gran Bretagna Tony Blair promosse un «grande dibattito
governativo sugli ogm» per discutere, attraverso una serie di assemblee aperte a tutti
i cittadini (più di 600 incontri pubblici, focus group, dibattito in rete) la linea
politica deldecennio. Furono spese decine di milioni di Sterline, gli inglesi dissero a
larga maggioranza che non volevano invenzioni biologiche nel piatto, e il governo di
Londra che da anni si muove in linea di continuità diretta con le industrie biotech,
decise invece sono buonissimi e sanissimi e diede il suo insindacabile via libera
al futuro.
Lo ha ricordato Agnes Allansdottir,
che insegna psicologia della comunicazione all'Università di Siena, che ha chiuso ieri
in Università il convegno «Costruire un ponte tra sciem:a e società» ponendo di nuovo
quella che è stata la domanda chiave della due giorni bergamasca: come si fa a gestire
in maniera democratica la scienza?
«La responsabilità - risponde Giuseppe Pellegrini dell'Università di Padova - resta pur
sempre in capo ai politici, dato che la nostra è una democrazia rappresentativa e
non diretta: non siamo in Svizzera, non si decide per alzata di mano. Anche noi in
Italia da trent'anni votiamo ai referendum e poi il Parlamento decide in modo diverso.
Ma quando la politica ignora ciò che pensa la gente, meravigliarsi poi che si
registri una certa «disaffezione», commissionare alle università o ai centri di ricerca
di mezza Europa dotte anaIisi per capire il perché di una crescente diffidenza nei
confronti della scienza è il sintomo di una certa presbiopia.
La frattura che si è venuta a creare tra una poIitica che di scienza sa poco e nulla,
un'élite di ricercatori chiusi nelle loro torri di azoto liquido e i manipoli di
cittadini esasperati che si sdraiano sui binari e occupano le autostrade ha costi
sociali elevati. «Per la Tav - ricorda Pellegrini - si sono spesi milioni di euro,
abbiamo passato vent'anni a discutere di un tracciato che non verrà mai realizzato.
Due oIigarchie, quella «in alto» di coloro cbe sanno, e quella «in basso» di coloro
che piantano grane non fanno una democrazia
bipolare ma un sistema bloccato.
Sooluzioni? Si studiano «modeIIi deliberativi» alternativi, modi in cui i politici
possan sondare gli unori dei loro elettori prima (e non dopo) di arrivare a prendere
decisioni che riguarderanno la nostra vita e la nostra salute per decenni. «Dewono
esserci momenti di confronto sui dati tecnici - dice Pellegrini - ma anche sui valori
cbe sono in discussione. Ai cittadini si potrebbero dare anche funzioni di controllo
sulle decisioni prese: affidare ad esempio ai comitati di un territorio la verifica
dell'impatto di un incebneritore. Attivare anche una certa responsabilità».
Come diceva giovedì Piero Bassetti, presentando il rapporto «Scienza e governance»
della Fondazione che presiede, un'astensione deIla potitica da questi temi sarebbe
molto pericolosa: «Ci consegnerebbe alla tecnocrazia, ma anche al mondo degli interessi,
dove i valori sono per definizione assenti».
Cristina Grasseni, direttore scientifico della Fondazione Bassetti, ha sottolineato che
«la disaffezione dei cittadini por la scienza non è un dato a priori. Se c'è, è un
sentimento generato dai modi politici in cui in Europa si gestiscono le decisioni riguardo
alla tecnoscienza». In Italia si materializzaano continue «emergenze», di fronte alle
quali il modo in cui si aggregano consenso e dissenso, partecipazione dei cittadini e
intervento dell'esercito non funziona. Gli esperti «non possono scegliere da soli e non devono arrogarsi
il potere di essere i depositari dell'unico sapere possibile in materia di decisioni che
producono effetti sulla comunità nazionale, sui diritti dell'individuo, sull'impatto
ambientale".
Il Rapporto della Fondazione Bassetti bacchetta «politici e funzionari che usano la
retorica del sapere scientifico per finalità politiche di normalizzazione delle
dinamiche saciali», la pletora di commissioni in cui a Bruxelles gli atti politici
«rimangono impliciti, talora icorporati in forme routinarie della pratica
istituzionale». La società non è una massa a cui bisogna «comunicare» (meglio) i
risultati della tecnoscienza, ma un corpo vivo di «protagonisti attori», di
cui bisogna «guadagnare la fiducia» e che vanno ccoinvolti nei processi deliberativi».
L'Europa, ha detto Mariachiara Tallachini, che insegna filosofia del diritto e che è
fra gli autori del rapporto - ai cittadini non piace perché, dietro un'apparente
«neutraIismo», sta operando una «produziono burocratica dei valori» che governano di
fatto la nostra vita.
Il cittadino non è un «consumatore acconiscendente» di nuove comodità sociali a cui
mettere in mano un telefonino per parlare a costo zero con la fidanzata chiedendogli
in cambio di non disturbare il manovratore quando si discute di energia nucleare. La gente
oggi non ha una sfiducia generalizzata nei confronti della scienza, ma matura diffidenze
«selettive» si fronte a un mondo che, mentre a Strasburgo stabilisce con puntiglio la
corretta lunghezza delle banane commerciabili, infila grassi di cattiva qualità nel
cioccolato dei bambini. Se l'esperto diventa un «intellettuale funzionale» al potere
reale, che è quello dell'industria, la gente, per quanto poco colta, fiuta l'imbroglio.
Come se ne esce? Come dice Piero Bassetti, tornando a fare politica. Magari in Belgio
più che a Roma. Perché il rischio, in uno scenario in cui lo Stato nazionale è sempre
più debole è una «fine della politica delle nostre istituzioni». Comprendere queste cose è
«fondamentale per il futuro della nostra democrazia».