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Cultura e innovazione

Questo che pubblichiamo è l'ultimo articolo di Vittorio Bertolini, scomparso prematuramente martedì scorso. La rassegna stampa da lui curata in questo sito è sempre stata una delle sezioni più seguite dai nostri visitatori e i suoi articoli portavano sempre uno sguardo attento e una lettura non scontata del mondo. Lo ricordiamo com'era: persona colta e sensibile con insospettati slanci poetici e artistici.

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"L'innovazione non è un processo casuale, la conseguenza di colpi di fortuna di un Gastone Paperone o di un colpo di genio come Einstein. E' piuttosto il risultato di attività specifiche che si svolgono all'interno di una organizzazione. Insomma l'innovazione non è nell'aria, ma richiede uno sforzo per essere prodotta."

Il numero di febbraio de L'impresa, mensile di management de Il Sole 24 Ore, si apre con l'editoriale di Riccardo Viale [1] "La cultura dell'innovazione [2]".
Se nel passato il concetto di innovazione riguardava generalmente: 'ogni cambiamento di prodotto o di processo che generava un vantaggio competitivo sul mercato' con Schumpeter [3] il concetto si allarga anche agli aspetti organizzativi e di commercializzazione del prodotto, nel Manuale di Frascati [4] e in quello di Oslo [5] 'viene introdotto anche l'aspetto culturale e psicologico dell'innovazione'.
In particolare Viale si sofferma sul concetto di innovatività del consumatore: 'che afferma l'importanza delle propensioni individuali e psicologiche a capire e ad accettare un prodotto innovativo'.
In sostanza l'innovazione trova un terreno fertile dove prospera una cultura: 'dove sono considerati valori positivi la propensione al rischio, la capacità creativa, la dinamicità professionale, l'impegno lavorativo e il tentare e ritentare avventure imprenditoriali, anche se spesso fallimentari, sono fertili per la generazione di nuove imprese innovative e di innovazioni'.
Quindi Viale prende in considerazione l'esempio di Sylicon Valley, il cui successo è stato determinato non solo da fattori economico finanziari aperti (joint venture, finanziamenti pubblici); ma anche dallo sviluppo di una "cultura locale" caratterizzata da: 'forte spinta all'imprenditorialità individuale; diffuso orientamento positivo nei confronti dell'assunzione di rischio; tolleranza se non valutazione positiva dei casi di insuccesso considerati come parte della storia professionale degli innovatori, considerazione positiva nei confronti di stili di vita improntati allo stress, alla competizione e alla polarizzazione sul lavoro'.
Ogni esempio non può non essere accompagnato da un controesempio, e Viale riporta il caso del mancato sviluppo del computer da parte della Xerox, nonostante i suoi laboratori di Palo Alto, in California del nord, avessero prodotto invenzioni epocali come il mouse, i sistemi di interfaccia grafica, gli editor di testo, l'Ethernet.
La distanza culturale, cognitiva e istituzionale fra la realtà di ricerca californiana e quella industriale e burocratica di New York segnavano due mondi che non comunicavano. 'Come è noto imprese californiane, vicine ai laboratori Xerox, che "parlavano la loro stessa lingua" ed erano imbevute degli stessi valori, furono in grado di capire e sfruttare in tempi rapidi le invenzioni. Apple e Microsoft sono gli esempi virtuosi di questo "furto"!'.
L'articolo de "L'impresa" che è stato qui riprodotto, è lo stralcio de l'introduzione al volume Cultura dell'innovazione (a cura di Riccardo Viale) Il Sole 24 Ore 3008, euro 26, con prefazione di Enrico Letta e posfazione di John Elkann.
Il volume si snoda lungo 8 capitoli, in cui altrettanti saggi che analizzano i rapporti fra i fattori socioculturali, in primo luogo quelli legati ai sistemi territoriali, e la produzione di innovazione
Il primo capitolo, "Origini storiche dell'innovazione permanente", di Riccardo Viale, introduce i principali fattori che caratteriz­zano l'accelerazione dei processi innovativi e che rappresentano alcuni dei temi trattati nei capitoli successivi. Vengono analizzate le cause che hanno determinato fra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento il ruolo crescente, a livello industriale, dell'innovazione e della ricerca sulle basi scientifiche della tecnologia. Nell'individuazione delle cause vengono esplorate soprattutto due di­mensioni fondamentali: quella degli incentivi individuali a innova­re e quella degli incentivi conoscitivi alla ricerca scientifica in am­bito industriale.
Il secondo capitolo, dal titolo "Ostacoli cognitivi e innovazione", di Fabio Del Missier e Rino Rumiati, affronta vari aspetti dell'attività cognitiva rivolta all'innovazione. In particolare, vengono evidenziati vari aspetti della psicologia del comporta­mento innovativo: la capacità di cogliere domande e bisogni laten­ti del mercato, che è alla base della capacità di individuare oppor­tunità di nuovi prodotti o servizi; la modalità di generazione di so­luzioni che sappiano rispondere con efficacia alla realizzazione di queste nuove opportunità; i processi di problem solving nell'indivi­duazione di nuove procedure alla base delle invenzioni di proces­so e delle nuove tecniche di produzione. Infine, viene affrontato il tema del rischio nei comportamenti innovativi, mettendo in luce quali contesti possono favorire una maggiore o minore propensione a elaborare soluzioni innovative.
Nel terzo capitolo, "Creatività e innovazione", Paolo Cherubini sostiene che la psicologia cognitiva può aiutare a capire solo l'attività di problem solving finalizzata all'adattamento di una soluzione tradizionale a un contesto nuovo, per esempio: costruire una ferrovia in una nuo­va area geografica o adattare una nuova lega metallica ai requisiti della carrozzeria di un'automobile. Più problematica invece, per la psicologia, l'analisi empirica della creatività assoluta, cioè pensare o realizzare qualcosa che non era stato né pensato né realizzato prima e che costituisce un'innovazione. Trattandosi di atti irripetibili e difficilmente monitorabili in tempo reale, l'unica sorgente di informazione rimangono i diari, le biografie, le storie degli inven­tori. Si tratta del metodo storico-ideografico che ha permesso ad alcuni psicologi come Howard Gardner di individuare, attraverso lo studio di famosi creativi come Einstein o Freud, varie tipologie di intelligenza e di caratterizzare la creatività come un'idea anoma­la che cerca di imporsi rispetto alle conoscenze prevalenti in un dato dominio conoscitivo, che è sotto il controllo di un dato grup­po di pari.
Nel quarto capitolo, "Propensione a innovare e conoscenza di sfondo", Andrea Pozzali analizza quali sono le variabili cruciali della conoscenza di sfondo, o a essa collegati, in grado di stimolare il comportamento innovativo. Tre sembrano gli elementi rilevanti in tal senso. Innanzitutto l'assenza di un atteggiamento di sudditanza di fronte alla tradizione e ai modelli culturali del passa­to. Nelle società dove non si deifica o istituzionalizza il passato è più facile avere la possibilità di introdurre idee, modelli, oggetti, comportamenti nuovi; quando invece il fondamento dell'autorità intellettuale, morale e conoscitiva è di tipo storico - ipse dixit allora è molto difficile che si creino organizzazioni capaci di generare innovazioni e mercati in grado di accettarle.
Nel quinto capitolo "La dimensione locale dell'innovazione", Guido Martinotti e Andrea Pozzali confermano l'importanza dei valori culturali per stimolare i processi innovativi. Determinate aree geografiche hanno più successo nello sviluppo industriale e tecnologico, per un insieme di fattori, di cui quelli culturali sono fra i fattori dominanti.
Nel sesto capitolo, "La capacità di innovare nelle imprese", Luigi Marengo cerca di rispondere alla domanda di quali sono i fattori che determinano il successo innovativo in un'impresa e individua quattro grandi categorie. La prima ha a che fare con la capacità di percepire le opportunità e i pericoli dell'ambiente. Un'azienda è in grado di innovare se riesce ad approfittare delle nuove conoscenze tecnologiche generate all'interno o all'esterno; se riesce a cogliere i cambiamenti di gusto o i bisogni latenti dei consumatori; se riesce a "tallonare" in modo efficace l'attività dei concorrenti; se riesce a occupare nuove nicchie di mercato locale o internazionale; se riesce ad approfittare delle opportunità generate da nuovi vincoli o da incentivi legali e dal quadro istituzionale e politico generale.
Il settimo ca­pitolo di Pier Paolo Patrucco, "Conoscenza tecnologica e innovazione: il ruolo crescente della comunicazione". mette in luce come il comunicare con l'esterno e trasferire all'interno conoscenza utile per innovare diventa, a poco a poco, uno dei precetti fondamentali dell'impresa innovatrice. Varie e sempre più numerose sono le esternalità che possono rafforzare la capacità innovativa e competitiva di un'im­presa. Quelle di rete e quelle di tipo conoscitivo sono le principali. Per quanto riguarda le seconde, esse fanno riferimento alle due proprietà di non escludibilità e di non rivalità tipiche della conoscenza. Secondo la prima delle due proprietà, essa tende a sfuggire all'utilizzo esclusivo di chi la genera: la sua fuga dalle mani del suo creatore va a beneficiare l'ambiente esterno; altri possono utilizzarla per derivare altra conoscenza o per applicarla nella generazione di nuovi prodotti o processi produttivi.
L'ottavo capitolo di Pietro Tema, "Complessità nei percorsi dell'innovazione", mette in luce i rapporti fra i vari fattori di tipo reticolare e la risultante è spesso di tipo caotico e, dunque, scarsamente prevedibile. Bisogna però sempre saper distinguere fra complessità e complicazione. Riguardo alla prima, per esempio in un formicaio, non si riesce a capire la dinamica del sistema a partire dallo studio delle singole componenti, le formiche. Riguardo alla seconda, per esempio in un motore a scoppio, è possibile spiegarne il funzionamento riferendosi alle singole componenti.

In questo sito, di Riccardo Viale vedi anche:
Come (non) si parlano scienza e politica [6]
L'onorevole non crede alla scienza [7]
Nel sito Italiano per la Filosofia:
Scienza e politica, dialogo fra sordi [8]
Più in generale, sul concetto di innovazione:
Creatività e innovazione [9]
Quale impresa per la sfida evoluzionista? [10]


Inserito da Vittorio Bertolini il 05.09.08 11:27. Permalink [11]

Sitografia:

  1. 1] http://www.sociologiadip.unimib.it/dipartimento/ricerca/scheda.php?idUser=33
  2. 2] http://www.fondazionebassetti.org/it/rassegna/impresa-08.02.htm
  3. 3] http://www.webalice.it/fabio.ruini/eco_inno/Ruini.doc
  4. 4] http://www.irisipiemonte.it/contenuti.php?include=elenco_risorse&IDcontenuto=10&lang=ita
  5. 5] http://www.eco.unipmn.it/eventi/innovarepercompetere/amighini.pdf
  6. 6] http://www.fondazionebassetti.org/it/rassegna/2003/08/come_non_si_parlano_scienza_e.html
  7. 7] http://www.fondazionebassetti.org/0due/docs/viale-sole.htm
  8. 8] http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/030806.htm
  9. 9] http://www.fondazionebassetti.org/it/rassegna/2004/09/creativit_e_innovazione_141004.html
  10. 10] http://www.fondazionebassetti.org/it/pagine/2007/09/quale_impresa_per_la_sfida_evo.html
  11. 11] http://www.fondazionebassetti.org/it/rassegna/2008/09/cultura_e_innovazione.html
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