Il Sole 42 Ore, 16 marzo 2005 "Internet è ormai nelle cose" di Giuseppe Caravita -------------------------------- Rosa è una studentessa universitaria spagnola, ha 23 anni e vie nell'anno 2020. Ha appena litigato con il fidanzato. E decide di andarsene, sola e in segreto, a sciare in Francia. Ha bisogno però di fare due cose: comprarsi una giacca a vento e far controllare l'auto. I sensori dell'auto l'hanno avvertita di un pneumatico quasi sgonfio. Va al centro di assistenza. Appena entrata, un apparato diagnostico compie un intero controllo del veicolo e la indirizza a un termninale specializzato. Questo sistema robotico si mette al lavoro e Rosa va a prendersi un caffè. La macchina si informa sui gusti di Rosa e le serve un cappuccino mentre lei paga con il suo orologio internet. Torna e due nuovi pneumatici sono stati installati. In più il sistema diagnostico ha ricoperto l'auto, gratuitamente, con una nanopellicola contro la ruggine. Il sistema di manutenzione chiede a Rosa le sue opzioni sulla privacy. Le informazioni della macchina possono essere lette dalle stazioni di servizio. Rosa vuole il segreto. Abilita la privacy. Con l'auto a posto va a comprarsi la giacca a vento. Teme un raffreddore in montagna. E trova un modello di giacca multimediale con funzioni di auto-aggiustamento alla temperatura. Non ha problwmi di documenti. Al confine tra Spagna e Francia ci penserà l'auto a inviare i dati sulla sua identità. Improvvisamente Rosa riceve dagli occhiali una segnale di chiamata. È il fidanzato che si scusa e le propone un weekend insieme. Lei fa pace e inverte le privacy dell'auto, in modo che l'auto del fidanzato possa trovarla e pilotarsi da lei». Questa storiella-scenario non è tratta da un libro di fantascienza. Ma da un ponderoso studio di 200 pagine rilasciato lo scorso autunno dall'International Telecommunications Union (Itu) di Ginevra. Il titolo: l'internet delle cose. Ovvero il trend verso l'interconnessione non solo degli esseri umani, ma di una crescente quantità di oggetti, disposivi, servizi. Il rapporto può essere scaricato qui: http://www.itu.int/wsis/tunis/newsroom/stats /The-Internet-of-Things2005.pdf ed è una interessante lettura. Intorno a ogni essere umano, entro i prossimi cinquant'anni, potrebbero ruotare centinaia di cose interconnesse. Con vantaggi nella qualità della vita, sicurezza, uso dell'ambiente, sviluppo personale e collettivo. E con un ciclo di sviluppo da migliaia di miliardi di dollari. Capace di far impallidire la crescita del digitale negli scorsi decenni. Le tecnologie necessarie, secondo lo studio dell'Itu, già esistono (o sono alle viste). Gli Rfid, i minuscoli chip (oggi più piccoli di un grano di sabbia) capaci di elaborare e ritrasmettere informazioni; i sensori radio capaci di avvertire spostamenti, temperature, pressioni, rumori e inviarne i relativi dati in rete; l'incorporazione negli oggetti, dagli elettrodomestici ai vestiti, di sistemi intelligenti (per esempio nella giacca a vento di un termostato connesso a fibre tessili auto-scaldanti). E infine le nanotecnologie, con le loro frontiere sui materiali e sui dispositivi ancora più piccoli. Non solo: se si "incrociano" queste quattro frontiere con lo sviluppo delle reti radio wireless (che oggi servono oltre un miliardo e mezzo di abitanti del pianeta) e con la disponibilità dell'Internet protocol versione sei (lpv6) con i suoi innumerevoli (3,4 per 1O alla trentottesima potenza) indirizzi univoci diponibili, si ottiene un quadro d'assieme altamente suggestivo. Da qui al 2050 - dice lo studio Itu - non solo lo sviluppo tecnologico e produttivo dei Paesi industriali potrà essere guidato da questo trend, ma anche quello dei Paesi in via di sviluppo, dato il costo decrescente di queste tecnologie (e al proposito basti notare il fortissimo sviluppo dei telefonini Gsm in Asia, Africa e America latina negli ultimi tre anni, con quasi un miliardo di persone in più connesse). Il problema non è quindi tecnologico. Ma di applicazioni e di regole. Il trend è lento, per sua natura, perchè deve misurarsi con il mondo reale, con continui adattamenti, prove e errori, e miriadi di soluzioni provvisorie. Anche conflittuali. Gli Rfid diffusi, poi, hanno già portato a numerose proteste e persino rivolte in favore della privacy. Valgono i casi di una grande catena di supermercati tedeschi e persino della Benetton italiana: ambedue hanno dovuto cancellare progetti di inserimento dei chip nei beni di consumo. Essenziale, secondo l'Itu, trovare una legislazione di giusto equilibrio. In grado, in ogni momento, di rendere trasparenti le opzioni ai cittadini ma allo stesso tempo di consentire la piena fioritura delle applicazioni in un ambiente competitivo e di costi decrescenti. La chiave, per i ricercatori dell'Itu, sta nella concezione della nuova fase come di un "ecostistema umanocentrico", governato e puntato sulla persona e sui suoi reali bisogni. Già negli scorsi decenni il successo delle due maggiori tecnologie digitali, i personal computer e il cellulare, testimonia di questo approccio, che ha generato da sè accettazione sociale, regole condivise e auto-formazione.