Il Sole 24 Ore del 3 agosto 2006 Atrumenti di gloria di PAOLO C. CONTI Negli anni Sessanta pochi sono disposti a sfidare con il kayak le onde e le correnti dei fiumi che scorrono impetuosi tra le montagne degli Stati Uniti. Tra questi c'è Walt Blackader, uno dei primi a cambiare il modo di remare tra le raffiche d'acqua. Ma non gli basta: Blackader vuole un nuovo tipo di canoa. Con alcuni amici costruisce uno scafo in fibra di vetro e cambia la struttura meccanica interna. Nasce così una nuova disciplina, il kayak acrobatico: un settore che per l'industria americana vale oggi 100 milioni di dollari. Così una comunità di sportivi esperti e piccole innovazioni hanno creato un nuovo mercato. Nel kite, per esempio, la tavola da surf è usata con un grande aquilone per sfruttare la potenza del vento. I più esperti hanno proposto miglioramenti al design attraverso internet, forum, blog, hanno discusso le idee con altri utenti e infine hanno sviluppato nuove soluzioni con software specifici: sono nati così nuovi modelli più efficienti. Le comunità di sportivi si sono integrate in una sorta di open source dell'innovazione, fatto di esperienze e competenze tecniche. Naturalmente queste task force di super appassionati rappresentano solo una piccolissima parte dell'innovazione nello sport. Ci sono aziende, come la Ferrari, che da decenni usano la competizione sportiva come un formidabile motore per realizzare prodotti commerciali migliori. Quando poi riesce a parlare con il mondo universitario, lo sport si trasforma in un amplificatore dell'innovazione. Ci è bastato guardarci un po' intorno per trovare un numero sorprendente di iniziative imprenditoriali nate grazie all'applicazione della tecnologia alle discipline sportive più diverse: dalla vela al calcio, dall'hockey al ciclismo. Iniziative nate in piccolo, che senza la forza evocativa dello sport e le sue potenzialità economiche sarebbero probabilmente rimaste chiuse in un laboratorio. Molti dei giovani che le hanno concepite si aspettano di trovare uno sbocco commerciale in settori più tradizionali, magari sfruttano qualche grande evento sportivo come megafono per farsi conoscere. L'inverno scorso il Cefiel, un consorzio di ricerca creato da tre università milanesi (Politecnico, Bicocca e Università Statale), dalla Regione Lombardia e da alcune aziende private, è stato incaricato dal comitato organizzatore delle Olimpiadi Invernali di Torino di proporre idee tecnologiche innovative capaci di migliorare l'esperienza olimpica. Dopo qualche mese di scouting ne ha selezionate quattro, che sono state realizzate e messe alla prova nel corso dei giochi. Alcune realizzate nei suoi laboratori, altre trovate nel mondo delle piccole imprese e dei progetti universitari. Due di esse, Smart Field Hockey e Mentor Me, sono state messe a punto in collaborazione con la società milanese Eximia. La prima è un sistema che permette di ricostruire una partita nei minimi dettagli inserendo sensori Rfid (Radio Frequency Identification) negli abiti dei giocatori e nel dischetto: utile sia per gli allenatori che per i media. La seconda permette di rintracciare velocemente bambini o persone malate in un grande stadio affollato. Entrambi i progetti sembrano avere buone prospettive. Smart Field Hockey interessa molto ad alcune grandi squadre di calcio, che vorrebbero usarlo per migliorare le prestazioni dei propri atleti. Quanto a Mentor Me, spiega l'amministratore delegato del Cefiel Alfonso Fuggetta, «ci sono buone possibilità di poterlo proporre ai grandi parchi giochi o a una catena di villaggi turistici». Le altre due idee proposte dal Cefiel a Torino 2006 sono Free-Spot (un sistema che permette di creare comunità digitali istantanee di tifosi con un sistema di comunicazioni senza fili) e Shoot-and-Play, una piattaforma realizzata in collaborazione con la startup di Singapore Ten Cube che permette a chiunque di fotografare un oggetto con il proprio cellulare e di ottenere subito una serie di informazioni relative al soggetto. Anche per questi progetti esistono già trattative commerciali in corso. Le idee, insomma, non mancano. E tutto funzionerebbe ancora meglio se esistessero strutture capaci di collegare efficacemente il mondo delle università con aziende in grado di trasformare le idee in soluzioni commerciali vere e proprie. Come avviene a Maranello, dove c'è un ufficio chiamato Technology Transfert che si occupa proprio di trovare la strada per trasformare le innovazioni delle Ferrari da competizione in soluzioni adatte alle auto destinate al mercato. Cosa che è già avvenuta con l'innovativo cambio al volante FI, il differenziale elettronico e alcune soluzioni aerodinamiche particolari. «Non sempre le soluzioni da competizione possono essere trasferite sulle auto commerciali, per le quali ci sono molti più vincoli», spiega a Nòva24 il direttore della struttura Amedeo Visconti. «Il segreto è trasferire la conoscenza e, qualche volta, le persone che la possiedono». «Il problema è che in Italia manca un collegamento effettivo fra le università e l'industria, che parlano lingue diverse e spesso non si capiscono», aggiunge Visconti. «Gli industriali contattano le università sperando di ottenere idee già pronte, ma quando si rendono conto dei tempi di implementazione spesso rimangono delusi e si ritirano sull'Aventino. Lo stesso vale per gli accademici, che sono convinti (sbagliando) che una volta trovata l'idea il 90% del lavoro sia fatto. Nel caso del cambio F1 ci sono voluti vent'anni per passare dal tavolo da disegno alle concessionarie: non tutti sono disposti ad aspettare tanto». Una delle università più attive nella ricerca applicata allo sport è il Politecnico di Milano. Sono nati qui i nuovi laminati plastici superleggeri progettati per rivestire le canoe olimpiche e fluviali da competizione, più leggere e resistenti, che potrebbero presto equipaggiare anche le imbarcazioni commerciali e perfino le automobili. Come anche il telaio di bicicletta smontabile che garantisce prestazioni elevate e al tempo stesso si trasporta più facilmente, pensato per le biciclette Mtb da competizione, ma destinato alla produzione di massa. O ancora un'originale imbracatura per gli atleti del windsurf che si sgancia più rapidamente e garantisce una maggior sicurezza, nata per le competizioni ma pronta ad andare ad arricchire la dotazione di tutti gli appassionati. Idee piccole, brillanti e brevettate, che aspettano solo di trovare imprenditori tanto illuminati e pazienti da voler affrontare il processo di industrializzazione, che come abbiamo visto richiede tempo ed energia. «Il fatto è - spiega Alfonso Fuggetta del Cefriel- che le tecnologie capaci di migliorare lo sport non mancano certo. Il problema di noi italiani è che sottovalutiamo l'information technology». «La chiave per innovare sono le persone», aggiunge Amedeo Visconti della Ferrari. «Di strutture che distribuiscono l'innovazione in Italia ne sono state create tante, ma non sempre con successo. Perche le idee possano trasformarsi in prodotti ci vuole soprattutto umiltà. Da entrambe le parti».