Il Sole 24 Ore del 22 giugno 2006

La morale dell'ingegnere si riflette melle sue macchime
di LUCA TREMOLADA
«Quando le persone entrano nella sala computer lasciano l'etica fuori dalla 
porta». Scriveva così nel 1968 Donn Parker, uno dei più noti ricercatori 
dello Stanford Research Institute. Nello storico articolo «Rules of ethics in 
information processing», Parker analizza per la prima volta alcuni esempi di 
reati informatici e di comportamenti scorretti accendendo un faro sul tema 
allora poco frequentato dei rapporti fra etica e informatica. Il dibattito 
però fatica a uscire dalle università anche perché l'opinione pubblica si 
domandava: «Ma cosa c'entra l'etica con il lavoro di informatici e ingegneri».
Del resto, era la fine della anni Sessanta e il mondo era agitato da altre 
preoccupazioni.
Tuttavia, era già chiaro  il ruolo che le tecnologie avrebbero rivestito da lì 
ai prossimi anni. I pc cominciavano a diffondersi a macchia d'olio e già 
comparivano i primi virus informatici. Qualche cosa era da rivedere: c'era da 
sfatare il mito dell'infallibilità dei sistemi informatici e da valutare in 
modo critico l'impatto delle tecnologie sulla società. La riflessione diventa 
azione. Passano quindici anni e a Palo Alto nasce la Cpsr (Computer professional 
for Social ResponsibiLity) la prima organizzazione di docenti e, universitari, 
ricercatori e professionisti dell'It (Information technology). Che prende subito 
posizione contro il progetto Sdi (Strategic defense initiative) annunciato dal 
presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan e conosciuto come Scudo stellare. 
Fuori c'è la guerra fredda. L'associazione lancia l'allarme criticando la scelta di 
lasciare il lancio dei missili intercontinentali nelle mani di computer. Il 
titolo del libro che raccoglie le posizioni del Cpsr è esplicativo: Computer in 
battle: will they work? Già, funzioneranno i computer?
Nel 1991 la materia Computer Ethics entra nei piani di studio delle facoltà di 
Computer Science americane. E già si avverte l'esigenza di allargare la 
riflessione sui problemi etici dell'informatica su scala globale, complice 
l'avvento del World Wide Web (internet).
Tre anni fa, Richard T. De George, 70 anni, professore di Filosofia e di Business 
administration dell'Università del Kansas, decide di fare il punto e pubblica il 
primo studio di Business Ethics che descrive in modo esauriente dove l'etica e 
l'informatica si incontrano in azienda. Non solo, il professore di filosofia 
analizza la vulnerabilità della nostra società' sempre più dipendente dalle 
macchine.
Oggi, nonostante internet, gli scandali sulle intercettazioni, i reati informatici, 
c'è ancora qualcuno che gli chiede: Ma cosa c'entra l'etica con gli ingegneri?
De George sorride. «È vero - spiega al termine dell'incontro organizzato da Sia 
nell'ambito del ciclo di conversazioni "Eticamente" -, nonostante siano successe 
molte cose si fa ancora fatica ad accettare il fatto che computer e tecnologia 
non sono estranei alla morale. Tanto meno le persone che scrivono programmi 
informatici o chi progetta soluzioni tecnologiche».
Questo concetto è riassunto in uno dei pilastri del suo pensiero: il Mito 
dell'amoralità di computer e tecnologia dell'informazione.
«Bisogna sfatare questo mito - scrive De George -. Ovviamente i computer sono 
un tipo di macchina e non esseri umani, ma vengono sviluppati, programmati e 
usati da esseri umani. Il mito maschera il fatto che chi usa il computer è 
responsabile del computer stesso e del suo corretto utilizzo. Mentre spesso se 
qualche cosa non funziona si tende a dare la colpa alle macchine. Come se 
nessuno fosse colpevole. Questo perché computer e tecnologia dell'informazione 
si sono sviluppati così rapidamente che le intuizioni morali del singolo e della 
società nel suo complesso non hanno avuto tempo di formarsi e svilupparsi». 
«Quando scrivo i miei libri - racconta - devo sempre integrarli perché nel campo 
dell'It tutto viaggia a ritmi vorticosi ed è difficile stare dietro alle 
innovazioni».
Rispetto al passato oggi temi come il rispetto della privacy, la censura su 
internet, la proprietà intellettuale, la pirateria, i crimini informatici sono 
emersi con chiarezza. Ma il fatto che internet sia globale non fa che rendere i 
problemi più complessi. «La globalizzazione stessa è resa possibile grazie alle 
tecnologie - osserva il professore di Filosofia -. La sfida nell'Era informatica 
è approvare le leggi necessarie prima del consolidamento di prassi dannose. 
Ma questo non può avvenire solo su scala nazionale. E in ogni caso non basta. 
Perché la legge non arriva dappertutto e spesso è un limite all'innovazione. 
Un ruolo fondamehtale lo hanno gli ingegneri, i programmatori, 1'It people. Che si 
devono autoregolamentare come avviene nella professione medica. In realtà loro 
sono i soli che hanno la possibilità di capire le conseguenze delle tecnologie 
che stanno mettendo a punto. E quindi hanno il dovere di anticipare eventuali 
problemi che possono emergere. C'è un altro aspetto: il management. Chi decide 
in azienda spesso non possiede le conoscenze per valutare o impiegare nel modo 
ottimale le tecnologie. Ha bisogno di esperti. E occorre cominciare a capire che 
ingegneri, informatici e tecnici dei computer sono dei professionisti investiti 
di una responsabilità. Non possono limitarci a dire: «Sono pagato per eseguire 
un compito». Devono invece utilizzare le proprie competenze per il  bene 
dell'azienda».