Il Sole 24 Ore del 30 aprile 2006 Ogni conoscenza passa per i numeri di UMBERTO BOTTAZZINI ...................................................................................... «Omo sanza lettere», si definisce Leonardo. Certo, non appartIene alla schiera dei dotti delle università, che conoscono i testi classici e si attardano in lunghe discussioni sui libri di Aristotele. «Sebbene come loro non sapessi allegare gli autori», dice Leonardo, è «molto più degnia cosa a leggere allegando la esperienza, maestra ai loro maestri». Leonardo non è familiare col latino e col greco, scrive in volgare e usa la scrittura mercantesca di chi invece ha frequentato una scuola d'abaco, come del resto ci attesta Vasari. In quella scuola Leonardo ha acquisito conoscenze pratiche di aritmetica e i primi rudimenti di geometria, e nella bottega del Verrocchio si è esercitato nelle arti. Di fronte ai dotti, che «vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati non delle loro ma delle altrui fatiche; e le mie a me medesimo non concedono» Leonardo rivendica la sua originalità di inventore. «E se me inventore disprezzeranno, quanto maggiormente loro, non inventori ma trombetti e recitatori delle altrui opere, potranno essere biasimati». In effetti, sono centinaia le invenzioni leonardesche, affidate a schizzi e disegni sparsi in fogli e quaderni, ripetuti e perfezionati nel corso del tempo. Studi di macchine e di congegni idraulici che si accompagnano a riflessioni di natura teorica, spesso oscure e di ambigua interpretazione, talvolta chiarissime, come la sua pungente critica ai sostenitori del moto perpetuo. Come i suoi contemporanei, lo stesso Leonardo nei suoi primi scritti si mostra convinto della possibilità di tale moto, che descrive in numerosi schemi. Tuttavia verso il 1492 rinuncia all'idea, e definisce la ricerca del moto continuo una «infra l'altre superchie e inpossibile credulità degli omini», analoga a quella degli "archmisti" che si affaticano invano nel tentativo di trasmutare i metalli in oro. Come scriverà qualche anno dopo, «qualunque peso sarà apicato alla rota, il qual peso sia causa del moto d'essa rota, sanza alcun dubio il centro di tal peso si fermerà sotto il cientro del suo polo; e nessuno instrumento che per umano ingegno fabricar si possa che col suo polo si volti, si potrà a tale effecto riparare. O speculatori dello continuo moto, quanti vani disegni in simil cierca avete creati! Acompagnatevi colli ciercator dell' oro». Come in questo caso, i codici lasciati da Leonardo sono ricchi di acute osservazioni di meccanica. Esemplari sono le sue ricerche sui centri di gravità dei corpi così come i suoi pionieristici studi e disegni sulla resistenza e la deformazione delle travi, corredati di annotazioni sulle leggi matematiche ricavate da esperimenti perché, come scrive Leonardo, «la meccanica è il paradiso delle scientie matematiche, perché con quelle si viene al frutto matematico». Alla figura e all'opera di Leonardo si può datare l'inizio del rinascimento scientifico. Non tanto per il continuo ricorso all' esperienza, per l'idea tante volte ripetuta nei suoi scritti che «ogni nostra cognizione principia dai sensi», quanto piuttosto per la convinzione che l'esperienza va corroborata dalla matematica. «Nessuna umana investigazione si può dimandare vera scienza s'essa non passa per le matematiche dimostrazioni e nessuna certezza è dove non si può applicare una delle scienze matematiche». È una frase di Leonardo, ma sembra di leggere Galileo.