Il Sole 24 Ore del 30 aprile 2006

Intelligenza universale con tanta pratica

di ROBERTO CASATI

Se è vero che per Leonardo «sempre la  pratica debb'esser edificata sopra la bona 
teorica», qual è la teoria di cui egli parla? Detto in modo un po' brusco, che cosa 
ha veramente scoperto o teorizzato Leonardo? Il fatto che nei manuali di fisica o 
di anatomia (nemmeno in quelli italiani) non compaia un "principio di Leonardo" o 
una "ghiandola di Leonardo" costituisce in fondo la risposta tutto sommato 
deludente alla domanda. E questo fatto è compatibile con la possibilità di 
riconoscere che la mente di Leonardo fosse al di fuori del comune per più d'un 
aspetto. L'ideologia di Leonardo non è favorevole alla teoria per via di quello che 
"teoria" poteva significare in un contesto in cui gli intellettuali si occupano 
«della essenza di Dio e dell'anima e simili, per le quali sempre si disputa e si 
contende», laddove «le vere scienze son quelle che la sperienzia ha fatto 
penetrare per li sensi, e posto silenzio alle lingue de' litiganti». Potremmo 
leggere in queste dichiarazioni un piccolo manifesto dell'empirismo, ma si 
tratterebbe di un empirismo che assomiglia piuttosto a un misto di fenomenologia e 
analisi concettuale. Perché questo esito?
Mancandogli un corpus organizzato di conoscenze e gli strumenti matematici  
necessari a interprettarlo, Leonardo considera che la scienza suprema sia la 
pittura, ovvero la  resa dell'apparenza sensibile in base a principi razionali. 
Dato che oggi il contributo scientifico dei pittori è sempre più apprezzato in 
ambito di psicologia della percezione, suggerisco che sia in questo ultimo ambito 
che facciano la loro comparsa dei buoni candidati al titolo di "fenomeno di 
Leonardo".
Ne elenco due. Uno riguarda il sorprendente esperimento della sfera illuminata da 
due luci, una rossa e una blu: l'ombra proiettata dalla lampada blu è rossa, e 
quella delle lampada rossa è blu. I visitatori della mostra passano sempre un 
po' di tempo a cercare di capire se c'è un trucco nascosto. Potremmo parlare di 
"ombre colorate di Leonardo". L'altro è più profondo, ed è legato al fatto che 
Leonardo sa essere profondamente immaginativo: «Fa mettere in una sala molti corpi 
di varie cose, di poi tieni in mano una asta lunga con un carbone in cima e con 
quella segna in terra e per li muri tutti i termini delle cose [vale a dire, 
tenendo un'estremità dell'asta vicino a un occhio, segui il profilo delle cose 
così come le vedi e traccia sul muro la loro proiezione]... Di poi a quella 
medesima distanzia e altezza [dell'occhio] poni un lume e vedrai l'ombre occupare 
tanto della pariete quanto era quella parte che si trovava inclusa dentro i segni 
fatti dal carbone... Se volli ben vedere simile sperimento, poni uno lume in testa 
a una tavola, poi ti lontana alquanto e vedrai tutte l'ombre delli obietti, che
 sono infra le pariete e 'lume... di poi accosta l'occhio a detto lume... e 
vederai tutti contra posti corpi sanza ombra» (testi citati nel saggio di Simona 
Cremante, La scienza della pittura, nel catalogo della Mostra; le note tra 
parentesi quadre sono mie).
In termini moderni diremmo che la proiezione delle ombre e la rappresentazione 
prospettica hanno la stessa struttura matematica, dal che consegue che per capire 
quali profili delle cose "vede" una lampada basta guardare le ombre che proiettano 
gli oggetti che essa illumina, anche se la lampada, per la stessa ragione, non può 
"vedere" nessuna di queste ombre. Viene dunque proposta quella che a tutti gli 
effetti è una potente unificazione teorica - un altro "principio di Leonardo" di due fenomeni su­perficialmente molto diversi, ma non se ne coglie la portata se non eventualmente per la didattica della prospettiva - per la preoccu­pazione prima e immediata di Leonardo, che è la costruzione pratica di un mondo visibile.



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