Il Giornale del 16 maggio 2006

Aiuto, la tecnologia invade il corpo umano
di MATTEO SACCHI



E' così dalle origini. La nostra specie esiste perché ha afferrato una 
pietra per colpirne un'altra e ottenere, per frattura calcolata, un oggetto 
terzo, una lama. Prima della lama era il primate. Dopo l' homo 
technologicus: la bestia che crea con un fine preordinato da memi, non s
òltanto da geni. Siamo nati con la tecnologia, con lo studio sistematico del 
fare. La prova è nelle nostre mani e nei nostri occhi, nella capacità di 
coordinare il movimento complesso, propria del demiurgo di manufatti.
Ora però, dopo tanti millenni di cose create, ora che la materia plasmata 
aumenta esponenzialmente, in numero e in complessità, rispeto ai suoi 
creatori, un poco si ha paura. Si fatica a mantenere il controllo su un 
orizzonte degli eventi sempre più vasto, si teme di veder giungere da 
lontano i crudeli carriagi della tecnica che si rivolta contro l'ominide che 
l'ha inventata. Invasioni tecnologiche insomma, barbarie di silicio e di 
transgeni che vengano a cambiare per sempre l'essere umano, la sua natura e 
la sua identità.
Non è la prima volta. Quando, sul finire del secolo dei Lumi, si fecero i 
primi esperimenti con rotaia e locomotiva i medici tuonarono che, alla 
folle velocità di 35 miglia l'ora, il corpo umano si sarebbe dissanguato 
per esplosione di vasi e capillari. Ora, però, l'allarme è diverso. Quando 
è sensato e poco isterico, coinvolge gli stessi scienziati e i filosofi  
amanti dell'episteme. Persone che, certo, non vogliono fermare la littorina 
delle belle scienze e progressive, vogliono solo capire dove va e come ci 
cambia. Così è un fiorire di libri e di convegni. Tra gli altri quello che 
animerà Pisa, galileiana culla della scienza italiana, a partire dal 19 
maggio. Il titolo è proprio «Le invasioni tecnologiche» e riunirà alcuni dei 
più famosi cervelli italiani, e stranieri, che si occupano di media e 
tecnologia. Si cercherà di capire se quella che Alberto Abruzzese, uno dei 
massimi esperti di comunicazione del nostro Paese, chiama «l'invasione 
del corpo umano da parte di quello tecnologico» sia imminente.
Alcuni scienziati come Peter J. Richerson e Robert Boyd, ritengono che il 
processo sia in atto ormai da migliaia di anni, ora starebbe solo 
accelerando. Anzi in un libro, che ha messo a rumore antropologi e biologi, 
hanno sostenuto che la cultura e la tecnologia hanno modificato l'evoluzione 
umana, intervenendo sugli stessi geni: «Anche se non dubitiamo che la 
cultura sia profondamente intrecciata ad altri aspetti della biologia umana, 
siamo convinti altresì che la sua evoluzione abbia portato cambiamenti 
fondamentali nel mondo in cui la nostra specie reagisce alla selezione 
naturale». La tecnologia e la cultura avrebbero quindi agito sui nostri geni 
molto prima di essere in grado di manipolarli direttamente.
Certo, ormai per alcuni, come l'eclettico professore informatico Giuseppe 
O. Longo, la scala dei rapporti è mutata, non a caso il suo intervento a Pisa 
s'intitolerà: «Il simbionte è gia qui»). Secondo Longo «Dobbiamo rivedere 
l'idea tradizionale che l'uomo sia una creatura ben definita, pura, data 
una volta per tutte separata o separabile dal resto del mondo che lo ospita». 
Un'idea su cui insiste anche il semiologo Paolo Fabbri che consiglia di 
«Abituarci a vivere come degli assemblaggi». L'immagine di uomo come 
cellula connessa sempre più strettamente alla comunità, o addirittura come 
apparato biomeccanico.
Chiacchierando con Chiara Zocchi, ingegnere biomedico del laboratorio di 
robotica del Politecnico di Milano, si scopre che non si tratta di chimere 
in un futuro lontano: è del parere che la ricerca nei prossimi vent'anni 
porterà a moltissime integrazioni uomo e macchina: «Siamo molto avanti 
nella possibilità di sostituzione degli arti inferiori. I passi successivi 
sono la sostituzione degli arti superiori, dove i problemi sono dati dal 
giunto del polso e dal sistema di sensori, poi verranno i sistemi attivi, 
intelligenti, impiantabili nel corpo». Piccole «macchine» in grado di 
rilasciare enzimi o medicinali sondando la condizione dell'organismo che le 
ospita. Sistemi automatizzati che forniscano alle protesi reazioni 
paragonabili all'arco riflesso che caratterizza gli arti umani. In questi 
casi il problema non è più solo tecnico, sfiora l'etica e il concetto di 
umano. Secondo l'ingegner Zocchi «Ora come ora utilizziamo il 60% del nostro 
pacchetto tecnologico. Non si tratta solo di capire cosa siamo in grado di 
fare, ma quanto è accettabile per l'impiantato e per la sucietà... Nel caso 
delle protesi-arto la mia esperienza parla, per ora, solo di persone 
enormemente felici di poter camminare di nuovo...».
Per altri campi, come l'innesto di micro apparati, capaci di connettere 
direttamente il nostro cervello a un sistema di media, rischi e 
preoccupazioni sono più forti. Per alcuni, come il professor Enzo Papetti, 
che insegna Strumenti e tecnica della produzione audiovisiva all'Università 
La Sapienza di Roma, si tratta di una riflessione da fare in termini di 
codici del linguaggio. La catena del comunicare, ramificatasi, negli ultimi 
anni, ad altissima velocità ha le caratteristiche di un processo 
inarrestabile. «Il problema tecnologico in sé è troppo tardi per porselo, 
già i nuovi cellulari fondono i media in maniera che le persone della mia 
generazione stentano a capire. Non è tanto l'oggetto... È la forma di 
comunicazione che è nuova. Bisogna inventarsi dei codici che rendano 
comprensibile la complessità...».
E l'altro aspetto della temuta invasione, quello dell'accesso continuato 
alle informazioni. Un labirinto di oggetti immateriali, concettuali, che 
c'immette in reti estese in cui nessun percorso è scontato. Prima ancora che 
i nostri geni, e i nostri corpi, a essere modificata è la percezione della 
realtà. Sino ad alcuni decenni fa esistevano sistemi di simboli condivisi. 
Ora al loro posto c'è un immaginario fluido, che cambia senza che 
l'individuo abbia il tempo di controllarlo. Si crea una situazione 
caratterizzata da quella che il professòr Paolo Fabbri chiama «la policronia 
della comunicazione»: «Ci sono due tipi di comunicazione: quella che informa 
e basta e quella che trasmette il sapere. La prima cerca di fornire il 
massimo di informazione hei tempi più brevi, senza curarsi di quello che 
viene recepito, la seconda cerca di trasmettere conoscenze stabili, di fare 
imparare. La seconda necessita di tempi lenti...». Così, nonostante l00mila 
articoli scientifico-tecnologici pubblicati ogni anno e miliardi di notizie, 
il modo umano di apprendere resta quello tradizionale; non supera la velocità 
di lettura. Per far convivere i due livelli l'unico sistema è quello del 
filtro, della scelta ponderata e senza fretta. E' forse è proprio nella 
nostra capacità di lentezza, nella volontà di chi riflette ai convegni, 
oppure più banalmente sul tram, che bisogna confidare. Simbionti o meno 
possiamo sempre decidere di non andare più veloci della nostra capacità di
comprensione. Leggere e rileggere è, da sempre, una bella muraglia cinese 
contro ogni tipo di invasione.