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Giuseppe O. Longo: Seminario e Forum

INTERVENTI al forum di Giuseppe O. Longo
"Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia [1] "
(4 febbraio - 28 febbraio 2003)

(per spostarsi all'interno di questo lunghissimo documento, consigliamo di utilizzare gli indici degli interventi e degli argomenti posti nella colonna sinistra di questa pagina)

1 From:
Corrado Del Bo' <delbo@f...>

Date: Sun Feb 9, 2003 7:48pm
Subject: Si comincia!

Cari tutti,

non appena il discussant Andrea Rossetti avra' inviato i suoi commenti (il che avverra' al piu' tardi domattina verso le 10), avra' inizio il seminario on line della Fondazione Bassetti, nel corso del quale verra' discussa la relazione del professor Giuseppe O. Longo (Universita' di Trieste) *Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia* (il testo, lo ricordo, e' disponibile sul sito della Fondazione: <http://www.fondazionebassetti.org/>) .

Da quel momento, e fino alle 16 di sabato 15 febbraio, potrete inviare i vostri commenti (possibilmente nel corpo del messaggio e *non* in allegato) scrivendo una email a:

<fgb-forum@yahoogroups.com>

Qualora facciate reply a un messaggio precedente (il che capitera' sicuramente, trattandosi di una discussione), vi ricordo di controllare che il vostro messaggio abbia come destinatario il suddetto indirizzo, in modo che possa arrivare a tutti gli iscritti al seminario.

Per qualsiasi problema, in quanto coordinatore del seminario, resto naturalmente a vostra disposizione e vi prego percio' di non esitare a scrivermi in privato all'indirizzo <delbo@f...>.

Nel ringraziare, a nome della Fondazione, relatore e discussant per la loro disponibilita', auguro a tutti voi una buona discussione.

Per la Fondazione Bassetti,
Corrado Del Bo'

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2 From:
Andrea Rossetti <andrea.rossetti@u...>

Date: Mon Feb 10, 2003 7:24am
Subject: primo intervento

*****La conoscenza tecnologica del mondo e il controllo democratico della scienza.***

Ogni tecnologia sufficientemente avanzata e' indistinguibile dalla magia. Arthur C. Clarke

[Io sono un tecnofilo]

0. Io sono un tecnofilo. Sono tecnofilo nel senso che, se potessi, comprerei anche gli oggetti tecnologici piu' inutili e complicati. Sono tecnofilo nel senso che credo che la tecnologia abbia permesso, negli ultimi 100 anni, in occidente, un miglioramento radicale delle condizioni di vita della maggior parte della popolazione. Entrate in un qualunque centro commerciale: la maggior parte degli oggetti che vi troverete erano completamente inaccessibili al mio bisnonno, bracciante della bassa pianura padana, costretto ad un lavoro estenuante per 12 ore al giorno, e soggetto ai capricci del padrone che poteva in ogni momento decidere di non rinnovargli il contratto ed di fargli fare "San Michele" (ossia il giorno di San Michele, caricare tutti i suoi poveri oggetti su di un carretto e mettersi a cercare un nuovo padrone; che difficilmente avrebbe trovato perché il padrone avrebbe provveduto ad informare gli altri padroni del suo misfatto, vero o presunto che fosse). La tecnologia, secondo me, fonda le condizioni essenziali affinché la nostra societa' possa essere democratica. E' forse un paragone azzardato, ma cosi' come la democrazia ateniense ha avuto tra i suoi presupposti la schiavitu', cosi' le moderne forme di governo occidentale hanno tra i loro presupposti lo sviluppo tecnologico.

Ma essere tecnofili non significa essere ciechi: e' molto probabile che il nostro attuale modello di sviluppo, di progresso, non sia esportabile al di fuori dell'occidente; e che, quindi, l'idea di progresso che noi, oggi, in occidente abbiamo debba modificarsi.

Sono due le tesi di Giuseppe O. Longo che vorrei mettere in evidenza in questa mia breve e preliminare discussione. La prima e' la possibilita' dello sviluppo di un intelligenza collettiva. La seconda che il criterio di maggioranza possa essere uno strumento razionale per il controllo dell'uso della tecnica.

[L'intelligenza collettiva e l' "open source"]

1. Sinceramente non capisco, ma forse manco solo di immaginazione, che cosa significhi che la rete e' anticipatrice di una "creatura planetaria" o che "la rete possa diventare sede di fenomeni inediti di intelligenza". Sicuramente la rete ha favorito la creazione o forse, meglio, l'amplificazione di dinamiche sociali che prima non potevano che avere una dimensione locale. Penso, ovviamente, al movimento del software open source. I suoi principi fondamentali erano gia' stati pensati a meta' degli anni '80 da Richard Stallman, e circolavano da tempo nell'ambiente dei programmatori, ma la Free Software Foundation (http://www.gnu.org) ha iniziato ad essere un attore importante nella diffusione del software solo negli anni '90. La comunita' e la produzione di free software sono cresciute solo con l'avvento della diffusione della rete a livello planetario, e hanno rivoluzionato alcune delle idee fondamentali sulla produzione dei programmi: si e' mostrato che dei dilettanti (ossia, persone che lavorano non per denaro, ma per il puro piacere di lavorare) sono in grado di produrre software di qualita' uguale (se non superiore) a quella di programmatori professionisti (l'esempio paradigmatico e' il sistema operativo Linux); si e' mostrato che l'aumento del numero dei programmatori non e' direttamente proporzionale all'aumento del numero degli errori nel codice sorgente (errori che possono rendere instabile un programma). La comunita' dell'open source, che conta ormai migliaia di aderenti in tutto il mondo, agisce, all'interno di ogni singolo progetto di sviluppo, come un'unica entita'. Ma l'organizzazione della comunita' dell'open source e' una struttura completamente esplicita, il cui funzionamento non ha nessuna analogia biologica specifica (la metafora usata dagli studiosi dei programmi open source e' quella del bazar, contrapposto alla cattedrale della produzione commerciale del software; cfr. Eric S. Raymond, La cattedrale e il bazaar, http://www.apogeonline.com/openpress/doc/cathedral.html [2] ).

[Criterio di maggioranza e controllo dell'uso della tecnica]

2. Il nostro problema e' il fatto che ogni nuova scoperta scientifica, banalmente, porta con sé usi buoni ed usi cattivi. Proprio perché la tecnologia e' distaccata dalla ricerca non e' possibile prevedere le ricadute tecnologie di una particolare scoperta. Non tutti i casi sono semplici, dal punto di vista morale, come il caso degli scienziati di Los Alamos. Inoltre, come rileva nel suo scritto Giuseppe O. Longo, anche i prodotti tecnologici sono diventati cosi' complessi internamente e semplici esternamente, che degli utensili, delle protasi, degli artefatti di ultima generazione alla maggior parte degli utilizzatori sfugge non solo il funzionamento, ma anche gli scopi e gli usi essenziali. Si pensi all'esempio della rete Internet: essa puo' essere sia il mezzo della diffusione del sapere (il mezzo per la creazione di una Nuova Atlantide globale) sia il mezzo di controllo sociale totale (si veda il controllo che l'apparato tecnico-giuridico voluto dal governo inglese impone ai sudditi di sua maesta': www.statewatch.org/news/2003/jan/11ukteltap.htm [3] ); ma qual e' lo scopo essenziale per il quale e' stata progettata? (un esempio per chiarire l'idea di scopo essenziale: anche se posso usare un martello come un'arma, e' chiaro che il martello e' stato progettato come strumento per piantare chiodi.)

Se, da una parte, siamo tutti d'accordo che la scienza e la tecnologia sono troppo importanti nella quotidiana vita di ciascuno di noi per lasciare tutte le decisioni esclusivamente in mano agli scienziati, l'alternativa proposta da Giuseppe O. Longo non mi convince fino in fondo. Non mi sembra che l'introduzione di sistemi di decisione maggioritaria possa in effetti risolvere il problema. Intendo mostrare due esempi in cui, secondo me, i meccanismi di decisione maggioritaria sull'uso di tecnologie mature, ha portato, in un caso, e portera', in un altro, a decisioni fondate su di un insieme di credenze insufficiente.

[Il nucleare]

2.1. Il primo esempio che vorrei portare, e' il referendum sull'abolizione del nucleare, approvato in Italia all'indomani dell'incidente di Chernobyl: il 26 aprile 1986 durante un intervento di manutenzione ordinaria esplode il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl. L'8 e il 9 novembre del 1987 si svolge in Italia il referendum per l'abolizione del nucleare. Il risultato, sull'onda di quanto successo poco piu' di un anno, prima e' scontato e quasi plebiscitario: va a votare il 65,1 % degli italiani; l' 80,6 % dice no alla costruzione di centrali nucleari in Italia; il 71,9 % vota per il divieto di partecipazioni dell'Enel a impianti nucleari all'estero; il 79,7 dice no ai contributi verso gli enti locali che ospitano centrali nucleari. Come conseguenza vengono chiuse tutte le centrali nucleari italiane ed inizia il loro smantellamento (che durera' circa altri 20 anni, durante i quali continueremo a corre un rischio di inquinamento radioattivo : cfr. l'articolo della giornalista Milena Gabanelli, Radioattivita' di stato: www.report.rai.it/2liv.asp?s=52 [4] )

La centrale di Crey Malville, si trova in Francia, a poche centinaia di chilometri dal confine con l'Italia (in Francia sono attivi 58 reattori nucleari, funzionanti in 19 diverse localita': Societé Française d'Énergie Nucléaire, www.sfen.org [5] ). Il reattore di Crey Malville non e' un semplice reattore raffreddato ad acqua, ma un "superphenix", ossia e' raffreddato con sodio (qui http://isnwww.in2p3.fr/reacteurs-hybrides/sfp/superphenix.html [6] , a cura dell'Institut de Sciences Nucléaires di Grenoble, potete trovare una spiegazione tecnica di come funzioni un reattore Superphenix).

Dall'angolo di mondo che e' l'Italia, e' paradossale che spesso usiamo l'energia elettrica importata da impianti nucleari francesi. La Francia produce il 74% dell'energia elettrica con il nucleare e, dei 355.874 milioni di kWh prodotti, ne esporta 58.533 milioni. In Italia, importiamo il 10% del nostro fabbisogno di energia elettrica dalla Francia.

Secondo gli ecologisti francesi ( www.greenpeace.fr ), un guasto, non gia' al reattore, ma all'impianto di raffreddamento con la diffusione nell'ambiente del sodio avrebbe conseguenze disastrose per l'ambiente e per gli esseri umani. E le Alpi non servirebbero da scudo alla popolazione del Nord Italia.

[Bioetica e calcolo del rischio]

2.2. Il secondo esempio che vorrei portare e' diverso. Nel primo esempio, credo si possa sostenere che il calcolo del rischio dell'elettore italiano sia stato quantomeno falsato in parte dall'emotivita', in parte dalla scarsa informazione. Nel secondo esempio, vorrei mettere in evidenza la difficolta' anche per i rappresenti legittimamente eletti (e che quindi hanno ben studiato una questione prima di proporre una sua regolamentazione giuridica), ad affrontare un problema in modo corretto dal punto di vista semplicemente metodologico.

Si legge nella relazione sul disegno di legge del Senato n. 1837, "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita": (il cui testo completo potete trovarlo qui:
www.senato.it/bgt/ShowDoc.asp?leg=14&id=00050708&tipodoc=Ddlpres&modo=PRO DUZIONE [7] ):
... dopo decenni di ricorso su vasta scala alle pratiche di fecondazione assistita eterologa, nessuna ricerca empirica ha potuto mettere in evidenza danni o anche solo problemi apprezzabili, vuoi di natura fisiologica, vuoi di natura psicologica, a carico dei nati mediante il ricorso a tali tecniche. Date queste premesse quale potra' essere secondo voi la proposta? Ecco la risposta del legislatore:

La facolta' di ricorrere a tecniche di fecondazione assistita di tipo eterologo e' peraltro consentita nel presente disegno di legge solo quando essa rappresenti l'unico trattamento possibile, nel rispetto del principio di gradualita' e di adeguatezza degli interventi terapeutici nella cura della sterilita'.

La domanda che, penso, ciascuno di noi vorrebbe porgere ai promotori di questa legge e' questa: perché se nessuna ricerca empirica ha potuto rilevare l'insorgenza di qualche genere di problemi a bimbi nati con la fecondazione assistita, essa deve in ogni caso essere considerata esclusivamente una cura alla sterilita'? (Una domanda che mi sono sempre posto: perché se un individuo e', "per natura", sterile deve avere comunque il diritto di trasmettere il proprio patrimonio genetico? Ma mi rendo conto che questo e' un altro problema.) Io sinceramente non so come sia possibile regolare le delicate questioni bioetica; quello che pero' mi sento tranquillamente di poter affermare e' che un progetto di legge come il S.1837, dietro una apparente rispetto della pluralita' della posizioni, veicola una ben precisa idea di uomo e di societa'.

[L'uso invalso del termine "scienza"]

3. Vorrei concludere riprendendo un'osservazione di Giuseppe Longo sull'uso del termine 'scienza' e conferma la sua tesi secondo la quale la scienza tende ad avere sempre piu' spesso venature messianiche. La parola 'scienza' imperversa nell'Universita': non si studia piu' "giurisprudenza", ma "scienze giuridiche" o "scienze per operatori dei servizi giuridici"; e poi: "scienze antropologiche ed etnologiche", "scienze della formazione", "scienza dalla comunicazione", "scienza dell'educazione", "scienze e tecniche psicologiche", "scienze del turismo e comunita' locale". Fino a quello che hai tempi in cui mi sono laureato io (e, anche se e' successo nel secolo scorso, non sono passati neppure dieci anni) sarebbe stato, se non inconcepibile, quanto meno strano: non si studia piu' "filosofia", ma "scienze filosofiche".

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3 From:
Giovanni Maria Borrello <borrello@f...>

Date: Mon Feb 10, 2003 2:43pm
Subject: Alcune informazioni

A tutti gli iscritti al Seminario e al Forum on-line "Progresso e responsabilità..."
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Gentile iscritto/a al

Seminario e al Forum on-line su "Progresso e responsabilità: il passaggio dalla scienza alla tecnologia",

se desidera che i prossimi interventi NON vengano più recapitati nella Sua casella di posta elettronica, è sufficiente che invii un'email, anche vuota, a fgb-forum-nomail@yahoogroups.com usando come mittente l'indirizzo email con cui è iscritto/a.

Fino al 15 febbraio (data di chiusura del Seminario e del Forum) potrà comunque leggere gli interventi sul Web, all'indirizzo: <http://groups.yahoo.com/messages/fgb-forum>.

Dopo il 15 febbraio tutti gli interventi saranno pubblicati nel sito della Fondazione (<http://www.fondazionebassetti.org>).

Tengo a precisarLe che la Sua iscrizione si riferisce soltanto al periodo di apertura del Seminario e del Forum, dopodiché il Suo indirizzo email sarà cancellato.

Come già sa, per intervenire alla discussione basta che Lei usi il Suo programma di posta elettronica o la Sua Web Mail, spedendo l'intervento a: fgb-forum@yahoogroups.com
(e ricordando di usare come mittente l'indirizzo email con il quale è iscritto/a)

Il coordinatore del dibattito, Corrado Del Bò, può essere contattato all'indirizzo delbo@f...

Lei può comunque controllare la Sua iscrizione e personalizzarne il funzionamento in modo completo e autonomo anche via email:

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Cordiali saluti
Gian Maria Borrello

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4 From:
sylvie coyaud <scoyaud@p...>

Date: Mon Feb 10, 2003 11:09pm
Subject: Un quiz per G.O.Longo

A Giuseppe Longo professore, vorrei fare da bastian contrario con un quiz, e prego Giuseppe Longo romanziere, di non prenderlo troppo sul serio.

Il progresso è più contestato negli ultimi tempi che nei penultimi? O la sua frase iniziale avrebbe potuto essere scritta in un giorno qualsiasi degli ultimi quattro secoli (quattro, per convenzione occidentale)? Nel primo Novecento la scienza era una? La crisi della fisica era condivisa dalla biologia o dall'astronomia? La fede in leggi universali e stabili era diffusa, o propagata da alcuni, mentre altri, al corrente della storia della propria disciplina, le usavano come strumenti, comodi ma temporanei? Meno studenti si iscrivono alle facoltà di scienze teoriche o applicate in numero assoluto, come percentuale, rispetto a una moltiplicazione dell'offerta? Forse vogliono un lavoro sicuro e redditizio e quello di ricercatore non lo è?

(A proposito di ricerca pura, applicata, e rispettivi finanziamenti, deve esserci un errore. La fisica e l'astrofisica sono esigenti. L'Istituto nazionale di fisica nucleare si mangia il 70% del budget italiano per la ricerca. Il telescopio spaziale Hubble è costato due volte il Genoma umano, e, con la manutenzione, cinquecento volte la pecora Dolly. Al contrario delle pecore clonate dopo, Hubble II costerà il doppio del primo. Viene sui dieci miliardi di euro il collisore in cantiere al CERN di Ginevra, che dovrebbe acchiappare l'ipotetico bosone di Higgs. Sui cinquanta il progetto ITER. E neanche un brevetto in vista, accidenti.)

Riprendo col quiz.

Italia a parte, l'aumento dei finanziamenti statali è dovuto al lobbying degli scienziati? O anche a guerre calde e fredde che li hanno resi dipendenti dagli stati, invece che di accademie e università, per cui hanno imparato a contrattare come altre categorie?

L'intelligenza artificiale è un prodotto - inteso anche come il risultato di una somma o moltiplicazione - dell'intelligenza naturale? Esiste qualcosa di artificiale? Oppure ogni artefatto è un prodotto della materia che già si trova in natura (come noi, d'altronde)? Bisogna opporsi all'insegnamento del creazionismo in nome di Darwin? O perché la scelta di una pratica religiosa è un diritto individuale mentre le scuole sono collettive? E se sono statali, non conviene che uno stato, se democratico, eviti di privilegiare la Bibbia, interferendo con la libertà di culto che riconosce ai cittadini?

L'impresa scientifica non è democratica; quella automobilistica lo è? E quella artistica? Le teorie e le pratiche scientifiche sono per pochi; e le altre produzioni intellettuali? Basta la bocca per rifarsi il Parsifal a casa? E' escluso che le innovazioni materiali e concettuali soddisfino desideri comuni: di sapere, per esempio, o di potere o di libertà? Che i desideri ci muovano e siano ribelli al principio di Jonas? L'auto uccide 8000 persone all'anno in Italia, ne ferisce 50 mila: secondo lui, ci rinunciamo?

Perché non provare a pensare che scienza e tecnologia sono del mondo così come ce lo facciamo, non un mondo a sé con addetti simili a una casta sacerdotale? Vogliono per sé ciò che vogliamo tutti: più bellezza, più salute, ricchezza, fama, comfort, mobilità, sicurezza, libertà, piacere ecc. costi quel che costi, o quasi. O c'è gente che non si auspica nulla del genere?

---
sylvie coyaud

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5 From:
sylvie coyaud <scoyaud@p...>

Date: Mon Feb 10, 2003 10:57pm
Subject: nota per Andrea Rossetti

At 07.24 10/02/03 +0100, you wrote:

3. Vorrei concludere riprendendo un'osservazione di Giuseppe Longo

>sull'uso del termine 'scienza' e conferma la sua tesi secondo la
>quale la scienza tende ad avere sempre piu' spesso venature
>messianiche.

[Konrad Lorenz filonazista]

Se un idraulico si atteggia a messia su questioni che esulano dal lavandino, non ci bada, vero? Quindi, mi dia retta che potrei essere sua madre, non ci badi se lo fa un genetista, o qualunque autorità non fondata. Uno scienziato può essere competente, e autorevole nel suo campo, e una bestia per tutto il resto: Konrad Lorenz è stato filonazista.

Mi sa che quelle venature sono attribuite alla scienza da chi se l'immagina disincarnata o ha interesse a spacciarla per tale o a vietarne l'ingresso. E le sue incarnazioni disoneste ne approfittano.

sylvie c.

---
sylvie coyaud

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6 From:
Dr. Saro Cola <sarocola@m...>

Date: Mon Feb 11, 2003 0:44am
Subject: Re: primo intervento

>Ma essere tecnofili non significa essere ciechi

No. Ma c'è il rischio di diventarlo...

>e' molto probabile
>che il nostro attuale modello di sviluppo, di progresso, non sia
>esportabile al di fuori dell'occidente; e che, quindi, l'idea di
>progresso che noi, oggi, in occidente abbiamo debba modificarsi.

E' molto probabile. Ma anche senza il 'quindi'. Ci facciamo già benissimo del male da soli, senza problemi di difficoltà di esportazione.

[L' "open source"]

Non credo proprio che il professor Longo pensasse al fenomeno dell'open source quando ha parlato di 'creatura planetaria'. Il modello dell'open source : quello sì che è difficilmente 'esportabile' . Checché ne vogliano pensare i suoi sostenitori e i suoi elogiatori che ce lo raccontano come il modello di sviluppo tecnologico futuro, non è affatto scontato che esso porti al 'migliore dei mondi possibili', così comoe non è affatto inoppugnabile (anzi) che il modello di sviluppo proprietario (Microsoft, per intenderci) sia destinato a irrimediabilmente a soccombere perché porta in sè i germi della sconfitta. Si potrebbero fornire ottimi esempi di come le cose funzionino più che bene proprio all'interno dei lavori in equipe che comprendono piena segretezza industriale (modello Venter, per capirci). Le vere ragioni per sostenere il modello open source sarebbero altre: io dico che la possibilità di analizzare il sorgente è il primo di questi. Chi ne capisce l'importanza capisce anche perché è da considerarsi come motivo primario. La capito molto bene, infatti, anche la stessa Microsoft, che infatti sta cambiando policy in merito ('disclosure' dei sorgenti). A questo punto, finiremmo off topic, anzi ci siamo già finiti. Quindi torno nei ranghi.

Riguardo alle fascinazioni generate dalla metafora del 'bazar' come modello organizzativo... no comment. Basti pensare che, guarda un po, le organizzazioni sul modello militare e verticistico appaiono vincenti a molti di coloro che se ne intendono davvero di queste cose. Sono mica paglia migliaia di anni spesi dall'uomo in analisi strategica del conflitto e nella messa a punto di organizzazioni strutturate. Quanti esempi si potrebbero fare in proposito... da Alessando Magno in poi, per non parlare dei Cinesi. Ma lasciamo perdere.

Nella stessa ottica il seguito del ragionamento di Rossetti (internet, il martello)è di un' ingenuità disarmante (probabilmente finge)

Saro Cola
--
Dr. Saro Cola
ML 1
sarocola@m...

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7 From:
Giovanni Maria Borrello <borrello@f...>

Date: Tue Feb 11, 2003 10:37am
Subject: Tra scienza e libero arbitrio

A me questo articolo di Scalfari è piaciuto (L'Espresso attualmente in edicola: n. 7, 13 febbraio 2003, p. 178).
GM Borrello
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Nella versione on-line: www.espressonline.it/ESW_articolo/0,2393,40490,00.html [8]
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[Articolo di Eugenio Scalfari]

IL VETRO SOFFIATO
Tra scienza e libero arbitrio

Eugenio Scalfari

Domenica 2 febbraio è stato pubblicato sulla "Repubblica" un mio articolo che prendeva spunto dall'esplosione dello "Shuttle" in rientro dalla sua missione nello spazio. Nell'articolo si parla del dominio che la tecnologia esercita sulla conoscenza e dei condizionamenti ai quali quel dominio dà luogo, anche con riferimento alle cosiddette "guerre tecnologiche" oggi più che mai di attualità. Molte lettere mi sono arrivate in merito a quanto ho scritto. Ne pubblico qui una di aperto dissenso che offre l'occasione per tornare su un tema a mio avviso di grande peso nella storia delle idee e che definirei nel "rapporto tra la tecnologia e il libero arbitrio".

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'Mi lasci dire, egregio Scalfari, che ho trovato il suo articolo veramente deprimente. Ne riporto la frase secondo me centrale. "L'esplosione dello Shuttle ha colpito in pieno volto le certezze tecnologiche dell'Impero. Da ieri pesa su tutti noi una nuova insicurezza, un'insicurezza in più tra le tante che il mondo globale porta con sé. Ma questa è di qualità diversa dalle altre perché attacca alla radice la struttura mentale sulla quale abbiamo eretto i miracoli della modernità e alla quale abbiamo sacrificato gran parte della nostra libertà di scelta e del nostro sentimento morale'. Mi potrebbe spiegare a quale libertà di scelta lei o io o chiunque altro ha rinunciato a causa di questi miracoli della modernità? Se lei intende dire che siamo schiavi della televisione, dell'automobile (ma allora metta dentro corrente elettrica, riscaldamento per le abitazioni, cure mediche...) fino a che punto tutto ciò interagisce con la nostra libertà di scelta? Libertà di scelta è anche il fatto che possiamo liberarcene quando vogliamo; conosco docenti universitari che non hanno nemmeno la patente o che si sono sempre rifiutati di comprare televisori, siamo liberi di scegliere se accettare o meno queste tecnologie.

Oppure lei si riferisce al fatto che per inseguire queste diavolerie siamo disposti a scendere a compromessi con noi stessi? Allora la colpa, sempre che possa essere definita una colpa, è nella natura umana perché l'uomo ha sempre cercato di migliorare il suo benessere, dalla preistoria ad oggi e continuerà a farlo.

Il fatto è che tanta gente ha una sensazione distorta della realtà; per perfezione tecnologica si intende il livello di precisione e sicurezza; ad ogni incidente di questo tipo si ripete che la sicurezza assoluta non esisterà mai, possiamo alzarne il livello con sistemi di controllo perfezionati, possiamo progettare oggetti che resisteranno a sforzi quadrupli di quelli che dovranno sopportare normalmente, ma anche questo non è sinonimo di sicurezza. Oppure lei intendeva dire qualcos'altro quando ha parlato di libertà sacrificate per la modernità? In particolare mi potrebbe fare un esempio di "sentimento morale" sacrificato? O forse per sentimento morale sacrificato posso prendere come caso il suo? Lei parte dalla morte di sette persone che stavano tornando dalle loro ricerche nello spazio per parlare del mondo dei potenti contro un mondo dei poveri, del terrorismo e fare la sua bella ramanzina politica sulle diseguaglianze sociali e via dicendo. In questo incidente era evidente che il terrorismo non c'entrava niente, non bisogna essere esperti militari per sapere che non esistono missili terra-aria in grado di arrivare a quote e velocità da Shuttle. Lei comunque se ne è proprio fregato e ha usato la morte di queste persone per tirare fuori la sua bella "morale". Ha usato questo incidente mortale per fare una ramanzina su temi che su questo episodio non c'entrano niente. Gente come lei si merita di avere Berlusconi come capo di governo, Bush presidente degli Stati Uniti, Saddam Hussein in Iraq, persone che hanno un calibro morale adeguato al suo. Spero di non aver scritto nulla di realmente offensivo ma che lei abbia capito quanto il suo articolo mi abbia estremamente indignato'.

Edoardo Sassone

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Egregio signor Sassone,

lei spera di non aver scritto nulla di offensivo, in realtà non è così. Si rilegga il suo testo e si accorgerà di essere stato molto pesante; la divergenza dei pensieri non dovrebbe autorizzare l'insulto. Ma veniamo al merito.

Il discorso sulla tecnologia è molto complesso. Nella storia delle idee comincia in modo esplicito con Rousseau e poi, passando per Nietzsche e Heidegger, arriva fino a Severino e a Umberto Galimberti.

Dico questo soltanto per rammentarle che è difficile affrontarlo e liquidarlo in poche righe e ciò vale per la sua lettera e vale anche per il mio articolo che dava - evidentemente sbagliando - come cosa nota una tesi che evidentemente e legittimamente non tutti conoscono.

La tesi in breve è questa: l'idea di sottomettere la natura ai nostri bisogni fa tutt'uno con una delle pulsioni più importanti della natura umana, la pulsione verso la conoscenza. Di qui il mito di Prometeo che ruba il fuoco agli dei o di Odisseo che varca le Colonne d'Ercole. La libertà di scelta a questo punto non è ancora in questione.

[La tecnologia domina l'uomo]

Diventa invece una questione essenziale nel momento in cui la tecnologia, per accumulazioni successive che cambiano la qualità del rapporto con l'uomo, diventa da strumento dell'uomo a padrone dell'uomo. L'uomo cioè degrada a strumento della tecnologia la quale gli impone comportamenti che sfuggono alla stessa conoscenza individuale e si pongono inconsapevolmente al servizio dello sviluppo tecnologico in quanto tale e indipendentemente da finalità.

La storia della scoperta della scissione dell'atomo, della costruzione della bomba atomica e del suo uso possono esemplificare molto bene questo percorso. Da una teoria puramente conoscitiva come quella della relatività generale di Einstein si arriva alla scissione dell'atomo e di qui alle successive e tremende applicazioni indotte dal Potere in quanto tale. Nonostante l'opposizione degli scienziati che erano arrivati a quelle scoperte ma che si dichiararono quasi unanimemente contro la loro applicazione, l'applicazione ci fu e fu pagata dalle centinaia di migliaia di morti di Hiroshima e Nagasaki.

Lei potrà obiettare che anche in quel caso la libera scelta (di Truman) fu all'origine di quanto avvenne. Certo, il dito che spinge il bottone è sempre umano. Ma le opzioni tecnologiche condizionano quel dito e ne determinano gli effetti. Questo è il senso che sta dietro al problema. Si può ovviamente dissentire e sostenere l'autonomia della conoscenza.

Ma anche la conoscenza risulta sempre più guidata dalle opzioni che la tecnologia le propone: lo scienziato che indaga sulla natura non affronta il suo viaggio conoscitivo privo di pre-giudizi; ha in testa fin dall'inizio una tesi che gli è stata offerta dalle scoperte precedenti, ne cerca sperimentalmente la conferma e inevitabilmente la conferma la trova nella soggettività della sua ricerca. Ne risulta che la teoria e le successive applicazioni sono guidate da finalità pregiudiziali le quali si trasmettono come ulteriori opzioni alle ricerche successive.

Anche questa mia lunga risposta è probabilmente insufficiente a rendere chiaro il meccanismo attraverso il quale l'accumulazione di tecnologia ha invertito il rapporto tra libero arbitrio e servo arbitrio; ma spero almeno che le abbia insinuato il dubbio che io non sia propriamente un imbecille come lei mi ritiene.

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8 From: Giovanni Maria Borrello <borrello@f...>
Date: Tue Feb 11, 2003 10:46am
Subject: Re: Re: primo intervento

A: Dr. Saro Cola, via Forum FGB
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Scusi l'ardire, ma... Lei dove lavora?

GM Borrello

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9 From:
Andrea Rossetti <andrea.rossetti@u...>

Date: Tue Feb 11, 2003 2:00pm
Subject: Re: nota per Andrea Rossetti

At 22:57 +0100 10-02-2003, sylvie coyaud ha scritto:

>Se un idraulico si atteggia a messia su questioni che esulano dal
>lavandino, non ci bada, vero? Quindi, mi dia retta che potrei essere sua
>madre, non ci badi se lo fa un genetista, o qualunque autorità non fondata.
>Uno scienziato può essere competente, e autorevole nel suo campo, e una
>bestia per tutto il resto: Konrad Lorenz è stato filonazista.

[Il "mi dia retta che sono uno scienziato"]

e' un problema di credibilita': se il mio idraulico vede la madonna piangere in oltrepo', la gente si mette a ridere e tira avanti. se la madonna la vede un professore di fisica le cose cambiano e non poco: finisce su qualche giornale come "oggi", lo chiamano pure ad alcune trasmissioni pseudo-scienfiche come "misteri", e, se e' fortunato, lo invitano al " mauriziocostanzoscio' ", . l'essere uno scienziato gli fornisce una sorta di aura di infallibita', cio' che dice (*tutto* cio' che dice) acquista il marchio della scientificita' (il messaggio implicito e' "mi dia rette che sono uno scienziato - e so quello che dico" :)

AR

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10 From:
marta mura <marta_mura@y...>

Date: Tue Feb 11, 2003 2:55pm
Subject: re:primo intervento

premetto che sono ancora studente, navigo nella mia inesperienza, quindi prendete quello che scriverò come il pensiero di chi non ha ancora un bagaglio culturale ardito come il vostro...

["Mezzanotte e cinque a Bohpal"]

tecnologia, inevitabile ormai scinderla dalla nostra vita quotidiana, è ipocrita chi non ammette di esserne "succube" almeno in parte. per me il problema si riconduce a questioni di responsabilità. mi viene in mente "mezzanotte e cinque a Bohpal", saggio - romanzo sull'esplosione, nel dicembre ottantaquattro, della fabbrica più tecnolgica del momento, quella che produceva Sevin, pesticida per la terra. l'esplosione è stata causata sostanzialmente da "un taglio di costi", fu annunciata ben tre anni prima, ma nessuno volle badarci. ora, che l'Italia ha il rifiutato il nucleare e che la Francia ce lo propini sotto il naso, è sicuramente qualcosa di inquietante. ma cosa avremmo dovuto fare? fare finta di niente, tanto il rischio c'è comunque? forse era il caso che si riconsiderasse il problema energia e cercare alternative, più pulite, meno pericolose. perchè non lo si fa? semplicemente non conviene. sono anni che gli ingenieri del Mobil girano l'Europa dimostrando che il motore delle auto potenzialmente funziona persino ad acqua e noi ci troviamo ancora a giocare alle targhe alterne durante la settimana. mi rifiuto di credere che la tecnologia di oggi non sia in grado di produrre senza danneggiare. il problema lo ripeto, è una questione di costi e di menefreghismo generale. purtroppo, gli effetti che si producono con l'inquinamento ecc.. all'uomo medio appaiono lontani quindi, "non è necessario porsi il problema". "chi se ne frega se tra duecento anni ci sarà un aumento del livello del mare tale da comportare danni enormi, tanto non esisterò più... " la nostra civiltà si ritiene civile, e poi si fa fatica a buttare il rifiuto nel cestino della spazzatura. a Milano, la raccolta differenziata dei rifiuti è stata un insuccesso enorme, perchè erano più i costi relativi alla divisione dei rifiuti fatta dai cittadini in modo sbagliato che i costi per il riciclo. è l'educazione che è sbagliata. questo perchè noi siamo la generazione dell'usa e getta, tipica del nuovo ragionamento tecnologico.

[Il criterio maggioritario]

ecco perchè , secondo me la decisione maggioritaria non può essere accolta.ci hanno abituato all'irresponsabilità. per quanto riguarda la scienza, io nella mia modesta opinione credo sia inscindibile dalla tecnologia nel senso che ne' è alla base. se oggi si studiano "scienze giuridiche" è più vero che dire "studio giurisprudenza", in fondo io, più studio e più mi rendo conto di non sapere, se mi laureerò non per questo avrò finito di dovere apprendere. per ora studiamo le basi, così come il cardiologo che ti impianta il cuore d'acciaio deve prima averne capito il funzionamento, e soprattutto deve saperlo fare manualmente prima di operare guardando lo schermo del televisore. prima la base, poi la tecnolgia. spero di essere stata chiara...

due precisazioni:

credo che l'inseminazione eterologa venga considerata solo come cura per la sterilità perchè è una questione etica. il nostro Paese, evidentemente, non si ritiene ancora "pronto" per questo tipo di pratiche ( ricordo che la componente cattolica è ancora uno dei paletti della nostra società). poi che questo sia discutibile o meno, è un'altro discorso. ancora, mi riesce difficile credere che la tecnolgia sia alla base della democrazia. il tutto sta nel chiedersi, forse, cosa sia la democrazia stessa. [Konrad Lorenz] per quanto riguarda infine Lorenz, cito la teoria del Martello ( o quella della televisione di Macluhann, è lo stesso..), non importa se Lorenz sia filonazista. onestamente, quando ho letto il suo libro pensando a un filonazista, piuttosto l'ho letto pensando allo scopritore dell'imprinting. sta a noi fare dei pensieri altrui qualcosa di utile per fare lavorare il nostro di cervello, e quindi renderci coscienza critica. anche Nietzche ( si scrive così?) ha dato l'ispirazione a Hitler, eppure ciò non toglie che sia stato un grande filosofo...
ciò che facciamo degli strumenti che abbiamo, secondo me, dipende solo da noi.
mi scuso per la mia ingenuità ( o ignoranza, come chiamarla si voglia)..

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11 From:
longo@u...

Date: Tue Feb 11, 2003 6:23pm
Subject: seminario FGB

[Longo risponde]

cari amici in rete,

ecco una prima risposta alle osservazioni di andrea rossetti: gli dò la precedenza perché è il discussore ufficiale, ma ringrazio tutti quanti sono intervenuti e nei prossimi giorni risponderò anche a loro

con viva cordialità

giuseppe o longo

Forum Fondazione Bassetti

11 febbraio 2003

Prima risposta ad Andrea Rossetti La perentoria dichiarazione iniziale di Andrea Rossetti ('Io sono un tecnofilo') ha il merito di chiarire bene la sua posizione. Come il suo bisnonno, anche mia nonna e prima di lei i suoi avi per molte generazioni hanno vissuto una vita grama rispetto a quella che ci è concessa oggi. Ma osservo che:

1) In un sistema complesso ogni variabile, anche la più benefica, oltre una certa soglia diventa tossica (le soglie di tossicità delle diverse variabili sono difficili da individuare, ma il sistema le conosce bene e le rivela con il suo comportamento: come diceva Goethe, la natura è più geniale del mio genio, e anche senza conoscere o usare le equazioni della meccanica il sistema universo sa benissimo raggiungere con precisione il suo stato successivo). Quindi anche la tecnologia, oltre una certa soglia, diventa tossica e di questa sua tossicità molti (specie filosofi, ma non solo) hanno parlato in modo eloquente: forse, si può obbiettare, il loro parlare di tossicità tecnologica è un effetto perverso proprio di quella tossicità, ma il fatto resta (come di chi parlasse male del vino si dicesse: non ascoltatelo, tanto è ubriaco).

2) Le condizioni di vita vanno giudicate evitando gli anacronismi e le semplificazioni eccessive: il giudizio che diamo noi delle condizioni di vita dei nonni si basa sul presupposto

che noi conosciamo le loro condizioni come conosciamo le nostre, con la stessa evidenza.

E' difficile in realtà giudicare come un altro vive in prima persona la propria situazione (inoltre la situazione è cointessuta e contestuale e non può essere ridotta alle sue singole componenti: ricchezza, benessere materiale, soddisfazioni sessuali, gratificazioni nel lavoro, stato di salute...). La rassegnazione dei nonni davanti alle carestie, alla mortalità infantile, alle malattie, al freddo, alla fatica fisica ecc potrebbe indicare un diverso atteggiamento di fondo nei confronti di una condizione umana che avvertivano quasi come fatale.

Quindi noi giudichiamo la loro situazione con i nostri parametri, approfittando dell'inevitabile dissimmetria dovuta alla freccia del tempo. Essi accettavano come "dati di fatto" molte situazioni che noi sappiamo essere modificabili e di fatto essere state modificate nel corso del tempo. Per noi quelle situazioni sarebbero intollerabili, proprio perché noi veniamo dopo di loro. (Si pensi agli uomini di un prossimo futuro, come potrebbero giudicare miserevoli le nostre condizioni, e per motivi che noi neppure ci sogniamo, e viceversa come gli uomini delle caverne non s'immaginavano neppure che potessero esistere l'acqua corrente o le finestre coi vetri).

Insomma i nonni non conoscevano la nostra situazione, ed è proprio il confronto che dà il senso dello star bene o dello star male (gli uomini non vogliono guadagnare molto, vogliono guadagnare più del loro vicino di casa). Solo un confronto consente di misurare la differenza: forse i nostri nonni si sentivano già fortunati rispetto ai loro nonni, ma non potevano confrontarsi con noi. Nota: queste generalizzazioni (noi, i nostri antenati o nonni, la gente, si crede, crediamo... ) sono insopportabili, fuorvianti, assurde ecc, ma non vedo come le si possa evitare se non rendendo il discorso tanto pesante e contorto da risultare ridicolo oltre che inefficace. Chiedo dunque scusa delle semplificazioni brutali, dei colpi d'ascia e della scarsa cautela. Ma questo vale più o meno per tutti quando si usa la lingua naturale (e non vogliamo certo introdurre un formalismo per esclamare con Leibinz calculemus!).

Il rapporto tra tecnologia e democrazia è molto delicato: la scienza si è sempre dichiarata democratica, ma nell'articolo ho cercato di argomentare come di fatto non lo sia. Oggi è la tecnologia che si propone come base della democrazia: certo l'accesso ai dispositivi e strumenti tecnici è più facile che l'accesso a una scienza che diventa sempre più astrusa e specialistica. Ma questa è democrazia? Il rapporto tra democrazia, paternalismo, istruzione, laissez-faire ecc. è troppo complesso, e non mi sento di affrontarlo. Forse la democrazia ateniese è stata un unicum storico e non possiamo illuderci di riprodurla solo perché usiamo la stessa parola... Forse la schiavitù non ne è stato il presupposto ma solo l'antecedente storico... Forse la tecnologia non porterà affatto a uno sviluppo della democrazia, ma a una delega rappresentativa ancora più spinta, addirittura oligrachica o tirannica, mediata dalla delega alle macchine di molte nostre attività e responsabilità...

Forse è proprio la libertà di comunicazione e di informazione che la tecnologia consente ad essere la peggior nemica della democrazia, perché offre, con la libera palestra delle opinioni, un eccellente sostituto all'azione... E poi quando la democrazia è usata per prendere qualche decisione a maggioranza si pretende che la decisione sia anche razionale! Forse democrazioa e razionalità fanno a pugni: in genere le persone non sono razionali.

Il nostro tempo, rispetto a un passato anche recente, si caratterizza per una smodata propensione alle previsioni più che alle commemorazioni: arte difficile, ma utile in tempi di grande accelerazione. I tecnofili (e i loro cantori) ci presentano un futuro invariabilmente migliore del presente (tanto che in questo presente non ci vuol vivere nessuno, e si tende a bruciare la vita in un'attessa spasmodica di un futuro che diventa subito passato, bruciandosi anch'esso). Che questa visione migliorativa sia una tendenza umana lo conferma il venditore di almanacchi leopardiano: 'credete voi che l'anno prossimo sarà migliore del passato?' 'illustrissimo sì, e di molto' (parafraso, non ho il testo sotto mano). E' in questa costante tensione verso il miglioramento progressivo si manifesta l'aspetto miracolistico e mitopoietico della tecnologia: cadute le ideologie terrene e ultraterrene, bisogna pure che qualcuno ci prometta qualcosa e ci illuda, pena l'angoscia.

Ecco che, se gli scienziati sono troppo cauti e non vogliono rilasciare indulgenti promesse (ma oggi tendono a farlo, anche per fare quattrini), volgiamo loro le spalle e corriamo dai tecnologi, oppure dai cartomanti, dai ciarlatani, dagli imbonitori (il programma 'mi manda Rai3' è un campionario delle conseguenze tragicomiche di questa tendenza).

Veniamo ora all'intelligenza collettiva o connettiva della Rete. Si tratta di un fenomeno assai più vasto, sfumato e sfuggente di quanto non sia il fenomeno del software 'open source' (come ha intuito Saro Cola). Per chiarire (sempre a colpi d'ascia): ritengo che l'intelligenza sia un fenomeno sistemico e diacronico, cioè che nasca, si sviluppi e si manifesti in un sistema articolato, costituito da varie componenti in grado di comunicare tra loro e con altri sistemi; inoltre ha uno sviluppo storico (evolutivo) che si sovrappone allo sviluppo storico del suo sistema supporto. Sono proprio queste caratteristiche diacroniche e sistemiche dell'intelligenza umana (si fa per approssimare: di che uomo? ecc) che costituiscono la base per le critiche più interessanti all'intelligenza artificiale di tipo funzionalistico, che nella sua versione forte, considera la macchina intelligente di per sé, in autonomia rispetto al programmatore e quindi al resto del mondo (non si può parlare d'intelligenza della macchina se non con riferimento al sistema macchina-programmatore-resto del mondo, come non si può parlare d'intelligenza del cervello, ma solo del complesso cervello-titolare del cervello-mondo). Se si accetta questo punto di vista (io l'accetto), allora non vi è luogo più plausibile della Rete per la nascita di un'intelligenza basata sui processi sistemici ed evolutivi della comunicazione: con in più la caratteristica che alcune delle sue componenti (gli esseri umani) sono già di per sé intelligenti. I modi e le forme di questa intelligenza emergente sono per ora oggetto di congettura. Del resto questa tendenza alla formazione di un'intelligenza connettiva fa parte di quel grande processo di simbiosi tra l'uomo e la tecnologia di cui ormai parecchi si occupano e che ci offre molti episodi di emergenza funzionale. Per offrire un parallelo: Marvin Minsky ha tentato di dimostrare (con abilità, ma riuscendovi solo in parte) che l'intelligenza potrebbe scaturire dall'interazione comunicativa gerarchica e organizzata tra componenti non intelligenti (se poi qualche componente, come nella Rete, fosse già di per sé intelligente, forse ciò aumenterebbe le probabilità di riuscita).

Quanto all'uso 'improprio' della tecnologia: oggi i dispositivi tecnologici non sono semplici strumenti o macchine ben definite, sono veri e propri sistemi articolati e tentacolari, che spesso interagiscono in modo fine con altri sistemi (naturali o costruiti), co-evolvendosi con quelli (vedi i prodotti delle biotecnologie). Dunque la complessità sistemica ed evolutiva è una caratteristica di questi dispositivi. Ciò comporta che la nozione di 'progettazione finalistica' indirizzata a un uso perda un po' della sua evidenza. Se il fine del martello è abbastanza chiaro (bisognerebbe vederne però le forme e gli usi storici o preistorici, anche se sono quasi certo che i martelli hanno piantato più chiodi di quanto non abbiano ammaccato crani), meno chiaro è il fine della radio. E anche qui l'analisi storica ci può aiutare. Marconi l'aveva costruita senza avere in mente, all'inizio, un uso specifico: solo in corso d'opera definì quest'uso e immaginò il suo apparecchio come un 'telegrafo senza fili'.

Ma il suo inconveniente era che chiunque avesse un ricevitore poteva sentire la conversazione tra i due interlocutori: questo grave 'difetto' fece pronosticare ad alcuni esperti che la radio non avrebbe mai avuto una grande diffusione. La storia dimostrò che il fine progettuale era inadeguato alle caratteristiche del dispositivo, e la radio s'impose come mezzo di diffusione 'circolare'. La complessità dei sistemi tecnologici ha un peso cospicuo sulla loro progettabilità d'uso: gli usi possono essere molteplici e diversi da quelli voluti (è una sorta di ex-attamento). Ciò vale pin particolare per un sistema complesso e poliedrico come Internet, i cui usi sono difficili da prescrivere (e da proscrivere). Nell'interazione con la società che l'adotta, una tecnologia sviluppa tutte le sue potenzialità, che dunque si vedono solo a posteriori. E ciò nel bene e nel male (con riferimento a un insieme di valori particolari): chi predica che la televisione è una cattiva maestra e che bisognerebbe usarla 'meglio' forse non ha capito che "questa è la televisione, baby: signori, la televisione è questa (spazzatura), e gli usi 'nobili' sono minoritari" (purtroppo, dico io e non solo io, ma non lo dicono tutti).

Un'osservazione a proposito delle decisioni maggioritarie. Andrea Rossetti lamenta che certe decisioni vengono prese sulla base dell'emotività e con un bagaglio di informazione troppo scarso. Quanto al bagaglio: l'informazione è infinita e le decisioni vanno prese in tempi finiti (spesso brevi). Perciò a un certo punto la raccolta delle informazioni va troncata: quando, a che punto, chi lo decide? E poi l'informazione sta nell'orecchio del ricevente, non nella bocca dell'emittente: ciascuno interpreta la 'stessa' informazione a suo modo (in base alle sue capacità, conoscenze, storia personale, convinzioni ideologiche, scopi, interessi... ma anche supponendo in tutti una buona fede totale e assoluta le interpretazioni possono differire e di fatto differiscono). Perciò ciascuno sulla base delle 'stesse' informazioni prende decisioni che possono differire dalle decisioni degli altri. Ciò accade anche fra i tecnici più preparati e onesti. Se si aggiunge che il sistema società è molto complesso e variegato, si capisce che l'applicazione del metodo maggioritario porti di sicuro a decisioni discutibili (ma quando si dice 'discutibili' si sottindende un soggetto capace o in diritto di metterle in discussione: si faccia il nome di questo soggetto). E quale sarebbe l'alternativa? La delega ai tecnici, agli esperti: che proprio perché sono tali darebbero alla soluzione un'impronta esclusivamente (e forse tragicamente) tecnica. Quanto all'emozione: le emozioni sono un fatto e come tutti i fatti vanno accettate e introdotte nel quadro, altrimenti il quadro s'impoverisce troppo e fornisce un 'modello di gente' assolutamente lontano dalla gente. Del resto senza emozioni il mondo sarebbe ben diverso da quello che è, forse meno attraente... certo più monotono.

E' vero: di fronte a certi episodi è forte la tentazione di esclamare: come sarebbe bella la società se non ci fossero le persone (l'università senza gli studenti, gli ospedali senza i pazienti...)! Ma v'immaginate la noia di aver a che fare con i giocatori razionali di von Neumann o con i calcolatori leibinziani?

Mi cito:

'Nello stesso momento molti uomini e molte donne camminano, mangiano qualcosa, bevono, parlano. Alcuni, pochi vista l'ora, fanno l'amore o dormono, altri sono a letto ammalati, parecchi sono al mare dove nuotano, si bagnano o semplicemente prendono il sole. Altri ancora sono in macchina o in autobus, o salgono in treno, vendono o comprano qualcosa, leggono libri o giornali, s'incontrano per strada e si salutano, fermandosi a scambiare qualche parola o impegni di prossime visite e telefonate, esplicano insomma una vasta e differenziata attività, difficile da esprimere con una formula riassuntiva e altrettanto difficile forse da giustificare razionalmente, un'attività in gran parte gratuita e superflua, che fornisce benefici e soddisfazioni marginali e certo non proporzionati all'impegno profuso, ma che non si potrebbe interrompere e neppure ridurre di tanto se non con grave nocumento di qualcosa di imponderabile ma sostanziale. Questo qualcosa si potrebbe, senza esagerare troppo, identificare con la natura umana, o meglio con il funzionamento dell'umanità. Come se questa complicata ed eterogenea macchina, l'umanità, per produrre quel po' che produce, avesse bisogno di sperperare una gran quantità di energia in una sorta di attrito fatto di piccole azioni ripetute, di chiacchiere, di futili contese, di cavilli, di letture inutili, di scritture ancora più inutili, una sorta di pulviscolo sonnolento e disordinato che inviluppasse una gracile ossatura navigante verso un dubitoso e generico progresso. Ma se, animato dalle migliori intenzioni, un rivoluzionario ingegnere sociale tentasse di aumentare il rendimento della macchina eliminando in tutto o in parte quel polverino di azioni in apparenza inutili per conservare solo le più pratiche, le più solide, quelle capaci di aumentare il valore di qualche grandezza importante, la ricchezza, per esempio, o il prodotto nazionale lordo, o l'erogazione di energia elettrica, o altro di ben tangibile, la macchina, pur accelerando a dismisura il suo movimento, perderebbe, con l'attrito, il suo carattere più profondamente umano, quello appunto di girare a vuoto, per mettersi a girare a vuoto in un senso molto più sinistro e spaventoso, nel senso cioè dell'efficienza meccanica. Strappata al regno del disordine ed entrata in quello dell'esattezza, la macchina compirebbe progressi molto più rapidi, ma verso una meta disumana, nella quale solo l'ingegnere sociale si riconoscerebbe. Tutto ciò ha forse a che fare con la natura del nostro corpo, fatto di carne, di sangue, di grassi, e composto in massima parte di acqua: un corpo semiliquido, sfuggente, deteriorabile, un corpo insomma impreciso, anzi casuale, nella forma e nelle funzioni. Un corpo che può concepire l'esattezza e aspirarvi soltanto con la fantasia più inesatta perché, nella pratica, questa famosa e vagheggiata esattezza, esattezza comunque concepita da un cervello sfumato e assai poco esatto, si stempera pur sempre in una serie di gesti sfocati, di parole imprecise, di atti involontari, nella tranquillizzante palude di una relatività senza contorni e senza drammi.'

Chiudo con un'osservazione sulle centrali francesi (che riprende quanto ha scritto Marta Mura): è vero che a due passi da noi ci sono centrali nucleari che in caso d'incidente potrebbero danneggiare anche noi. Quindi, si dice, tanto valeva fare le nostre senza dover comprare l'energia dai Galli! Con lo stesso argomento, visto che l'aria delle città è inquinata, tanto vale che i cittadini fumino cinquanta sigarette al giorno (mentre chi vive in campagna è meglio che non fumi). Con questo ragionamento ogni centrale nucleare autorizza la costruzione di altre centrali lì accanto, tanto ormai il danno è fatto... mentre dove non ce ne sono non bisogna assolutamente costruirne perché il rischio d'incidente, di fatto, non è nullo.

Ma i rischi si sommano, e non c'è solo il rischio calcolato (ammesso che il calcolo dei rischi abbia qualche senso pratico), c'è anche la percezione del rischio, che è il fattore più importante in vista delle decisioni (ma accanto al rischio, per dare un quadro completo che giustifica anche gli aspetti emotivi, bisogna tener conto anche delle conseguenze del rischio, sia materiali sia psicologiche...).

Quanto al calcolo del rischio: supponiamo che la probablità di un incidente grave (lasciando da parte le conseguenze) sia di un miliardesimo. In termini pratici, ciò significa che se costruiamo un miliardo di centrali di quel tipo, c'è una probabilità assai elevata (diciamo prossima a uno) che prima o poi una di esse abbia un incidente grave. Bene, rassicurati da questo calcolo, cominciamo a costruire le nostre centrali: costruiamo la prima, poi la seconda... la prima entra in funzione e dopo un po' l'incidente grave si presenta propio nella prima centrale che abbiamo costruito. A posteriori il calcolo del rischio subisce un ridimensionamento drastico... Chi mi trova un difetto in questo ragionamento?
Per oggi basta, un cordiale saluto a tutti.

Giuseppe O. Longo

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12 From:
sylvie coyaud <scoyaud@p...>

Date: Tue Feb 11, 2003 5:03pm
Subject: Re: Dr Saro Cola sul modello Venter

At 23.44 10/02/03 +0000, you wrote:

Caro Dott. Cola, lei scrive:

>non è affatto inoppugnabile (anzi) che il modello di sviluppo proprietario
>(Microsoft, per intenderci) sia destinato a irrimediabilmente a soccombere
>perché porta in sè i germi della sconfitta. Si potrebbero fornire ottimi
>esempi di come le cose funzionino più che bene proprio all'interno dei
>lavori in equipe che comprendono piena segretezza industriale (modello
>Venter, per capirci).

[Quale modello "Venter"?]

Con fondi di Wall Street e della P/E, Craig Venter ha fondato nel 1998 Celera Inc. che avrebbe venduto informazioni genetiche su abbonamento, e ha dimostrato nel 2001 che il suo metodo era adatto a sequenziare grandi genomi (il suo in particolare). Sul piano scientifico è andata bene, su quello finanziario male ed è stato licenziato all'inizio del 2002. Pochi mesi dopo, sul modello di TIGR da lui fondato nel 1992, ha creato TCAG, un istituto no-profit che fa ricerca per conto di enti pubblici, l'IBEA, idem, e la fondazione Craig Venter dedita all'outreach.
Non capisco a quale "modello Venter" lei si riferisca. Mi spiega?

Grazie mille,
Sylvie Coyaud

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13 From:
Alessandra Grazia <agrazia@o...>

Date: Tue Feb 11, 2003 9:05pm
Subject: Retroazione positiva

[La "retroazione positiva"]

Mi sembra proficuo il concetto di "retroazione positiva" che si incontra più volte nel testo del Professor Longo. Purtroppo non mi riesce di comprenderlo in modo soddisfacente nelle sue implicazioni. Mi rivolgo quindi al Professor Longo per chiedergli se potrebbe per cortesia fornirmene una spiegazione (nel Suo testo non l'ho trovata).

Grazie da...
Alessandra Grazia

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Dr.ssa Alessandra Grazia
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14 From:
sylvie coyaud <scoyaud@p...>

Date: Tue Feb 11, 2003 8:45pm
Subject: Re: nota per Andrea Rossetti

At 14.00 11/02/03 +0100, you wrote:
>At 22:57 +0100 10-02-2003, sylvie coyaud ha scritto:
>
> >Se un idraulico si atteggia a messia su questioni che esulano dal
> >lavandino, non ci bada, vero? Quindi, mi dia retta che potrei essere sua
> >madre, non ci badi se lo fa un genetista, o qualunque autorità non fondata.
> >Uno scienziato può essere competente, e autorevole nel suo campo, e una
> >bestia per tutto il resto: Konrad Lorenz è stato filonazista.
>
>e' un problema di credibilita': se il mio idraulico vede la madonna
>piangere in oltrepo', la gente si mette a ridere e tira avanti. se la
>madonna la vede un professore di fisica le cose cambiano e non poco:
>finisce su qualche giornale come "oggi", lo chiamano pure ad alcune
>trasmissioni pseudo-scienfiche come "misteri", e, se e' fortunato, lo
>invitano al " mauriziocostanzoscio' ", . l'essere uno scienziato gli
>fornisce una sorta di aura di infallibita', cio' che dice (*tutto*
>cio' che dice) acquista il marchio della scientificita' (il messaggio
>implicito e' "mi dia rette che sono uno scienziato - e so quello che
>dico" :)

Giusto: mi vien in mente Di Bella e Bruno Vespa che ne vantava i miracoli.
Però siamo noi dei media a prendere, e far prendere, lucciole per lanterne, no? Per mestiere, dovremmo praticare l'incredulità (come i ricercatori, d'altronde).

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15 From:
guido1936@i...

Date: Tue Feb 11, 2003 10:50pm
Subject: Sui sistemi complessi

[Il caso e la scienza ufficiale]

Alcune novità provenienti da qualche "minoranza" della scienza vengono di fatto ignorate dalla cosiddetta scienza ufficiale. Nei sistemi complessi, ad ogni biforcazione-instabilità il sistema prende "a caso" una via anzichè un'altra: ma perchè a caso?? E' solo il nostro sottofondo filosofico che conia questa espressione: sarebbe più logico dire che il sistema "sceglie". La "novità" è che la mente non è più solo legata a un sistema nervoso, ma, come già teorizzato da Gregory Bateson, si manifesta ovunque, non appena sia presente una certa complessità: con un pizzico di libero arbitrio. Oltre al tramonto del dominio del pensiero cartesiano, questo potrebbe significare una sorta di animismo.

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16 From:
Giorgio Schiavon <giorgioschiavon@h...>

Date: Tue Feb 11, 2003 10:54pm
Subject: Pensieri in libertà.

[Tecnologia, democrazia e interessi economici]

Ritengo che il progresso scientifico, quale mero accrescimento del sapere, non possa essere considerato nè buono nè cattivo. La scienza in quanto tale non può essere altro che un potenziale astratto. E' l'uso che se ne fa che può apparire buono o malvagio, giusto o ingiusto. Ma tali valutazioni non sono altro che frutto di interpretazioni partigiane. Ciò che è bene per alcuni non necessariamente dev'essere considerato positivo da altri. Tutto si basa su scale di valori convenzionali che possono assumere gradazioni variabili a seconda del punto di osservazione e del contesto sociale, ambientale e temporale in cui si verifichino. E' qui che allora possiamo parlare di democrazia collegata alla tecnologia? Ma la democrazia cos'è? Il governo esercitato dal popolo? E nello specifico è la possibilità di allargare al popolo i frutti e le meraviglie della scienza tradotti in tecnologia?!?! come il telofonino UMTS? o la macchina a tutti? o , (con tutti il rispetto per chi è morto nello svolgimento del proprio compito, compito che non dimentichiamolo è conseguenza di una scelta consapevole), l'esibizione di "grandeur" di nazioni che spacciano l'esplorazione dello spazio come un "grande passo per l'umanità", grande passo che, giusto per ribadire il concetto di relatività tra buono e cattivo, può invece essere letto quale sperimentazione di strumenti bellici e di controllo e non, come invece pare si tenti contrabbandarlo, filantropica ricerca a favore dell'umanità, su cui invece la possibile ricaduta positiva si ottiene soltanto di riflesso o per esigenze di budget. Fin qui allora possiamo tranquillamente affermare che, quanto meno nel mondo occidentale, la tecnologia sia democratica, ma allargando l'ottica ad una panorama globale è palese come la ineguale distribuzione delle risorse tecnologiche dimostri che nell'esperienza fattuale la tecnologia è elitaria e tuttaltro che democratica.

Scienza come entità astratta e tecnologia come fatto concreto, esistono in rapporto simbiotico e alimentandosi recipropocamente producono progresso la cui valutazione di ordine etico e morale può essere riferita solo ed esclusivamente al suo utilizzo. Mi appare ipocrita ipotizzare che la scienza, in un ottica evolutiva (sia essa globale o individuale) in cui si evidenzia che lo scopo ultimo è il profitto in senso lato, possa essersi sviluppata dagli albori del genere umano e possa continuare in futuro, in assenza di un suo sfruttamento tecnologico a favore di chi vi abbia investito risorse. La pura filantropia non può essere sprone sufficiente all'evoluzione in quanto l'impiego di risorse comporta necessariamente costi che richiedono un ritorno in termini di altre e superiori risorse che consntano nuovi investimenti nell'ottica di una continua evoluzione della specie.

Mi pare inoltre che interpretare il progresso e valutarlo soltanto alla luce delle ultime eclatanti innovazioni possa esser riduttivo, la sua valutazione e le aspettative al riguardo vanno rapportatate alle condizioni di volta prese in esame, credo che in termini di profitto per il genere umano non possa esservi una grande differenza, per esempio tra la scoperta del fuoco nella presitoria e la penicillina nell'era moderna, entrambe hanno migliorato notevolmente la qualità di vita preesitente alla loro scoperta.: Lo stesso dicasi per la relatività ambientale e individuale, il progresso intellettivo e scientifico dello scolaro non è meno importante della grande scoperta scientifica in termini di evoluzione, in quanto ciò non è altro che il primo tassello di una miriade di altri che costituiscono la piramide del progresso in senso lato. L'umanità progredisce soltanto in quanto vi sia una generale spinta avanti, che mi pare connaturata nell'indole umana, in cui ognuno sulla scorta delle risorse di cui dispone, apporta il proprio contributo.

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17 From:
Giuseppe Belleri <bellegi@i...>

Date: Tue Feb 11, 2003 11:03pm
Subject: Commento a G.O. Longo

[Applicazione alla medicina di alcune delle tesi "forti" dell'analisi di Longo]

Vorrei tentare di applicare alcune delle tesi "forti" dell'analisi del prof. Longo alla medicina, area che conosco meglio per professione.

Mi pare che il problema sia tentare di attivare meccanismi di stabilizzazione a feed-bacck negativo laddove prevalgono di gran lunga i circuiti di retroazione positiva che rischiano di sovraccaricare il sistema in modo pericoloso, facendo deviare una delle sue variabili oltre la sostenibilità fino a toccare le soglie di allarme ecologico, se non i livelli tossici.

La medicina, in questo senso, è davvero l'esempio emblematico di come la tecnoscienza riesca ad entrare in inter-retroazione di amplificazione con le istanze sociali e le aspettative della gente, anche grazie ad un'operazione di occultamento sitematico dei propri limiti. Non c'e' niente di più provvisorio e scientificamente "debole", dal punto di vista dei suoi fondamenti concettuali, come la medicina eppure, forse proprio per cio', l'aura di scientificità assoluta le viene attribuita naturalmente e in modo elettivo. Come dice Daniel Callahan la legge ferrea che muove medici e pazienti in modo sinergico e' qualla del "fare di più". Quale migliore dimostrazione della pervasività dei meccanismi di retraozione positiva! Sia che i risultati pratici siano discreti, sia che le attese della gente vadano deluse, sia che sforzi immani producano effetti sproporzionalmente modesti, tutti chiedono in coro e a gran voce che si faccia sempre e comunque di più, costi quel che costi!

E' un dato di fatto che ogni successo, tipo la sconfitta di una malattia acuta o l'allungamento della vita media, generi effetti contro-intuitivi, ad esempio una nuova malatia cronica che, a sua volta, richiedera' altre cure, altri interventi sanitari, altre urgenze per complicazioni etc.. Alcuni esempi empirici: la spesa sanitaria che nei decenni e' crescitua in maniera spropositata rispetto al PIL, l'allungamento delle liste d'attesa che viene "curato" aumentando dell'offerta che genera ricorsivamente altra domanda, la continua richiesta di maggiori fondi per ogni settore, il susseguirsi di campagne sociali e mediatiche per il finanziamento alle inizative di ricerca, le proteste per l'introduzione dei ticket, meccanismi di retroazione negativa rispetto ad una spesa cresciuta a dismisura nell'ultimo biennio (il parametro andato fuori controllo che mette in crisi gli equilibri) etc.. Da pochi mesi se n'e' andato Ivan Illich, che quasi trent'anni fa' aveva preconizzato l'avvento della nemesi medica: nell'ultimo decennio la vendetta si è lentamente scatenata tra gli operatori sanitari ed ha un nome moderno: burn-out.

In sostanza la spinta propulsiva del mercato sanitario privato-assicurativo USA detta le regole del gioco - tramite l'automatico riallinealemnto delle polize in risposta all'aumento dei costi, formidabile volano di retroazione positiva - e i sistemi europei, a finanziamento fiscale-solidaristico, non riescono a tenere il passo inarrestabile della tecnoscienza di punta. La medicina quindi e' l'esempio emblematico di come diversi attori sociali coinvolti nel net-work (ricerca di base, tecnologia della saluta, industria, sistema finanziario-assicurativo, sistema professionale, media etc..) si saldino e si rafforzino vicendevolmente nella spirale della crescita illimitata (e nella speculare negazione dei limiti) a cui timidamente si oppone una sparuta minoranza professionale in nome dell'etica e della deontologia.

In sostanza l'amplificazione della deviazione trova un supporto sociale nella dinamica di reciproco infleunzamento e di sinregia di interessi dei vari sotto-sistemi, a cui ho fatto riferimento sopra, e purtroppo la politica può solo fungere da mediatore dei conflitti e degli squilibri che insorgono tra i diversi protagonisti (quando non vi partecipa in prima persona e attivamente). Servirebbe un congegno di retroazione negativa, altrettanto articolato e pervasivo, che punti a ripristinare e mantenese una etero-omeostasi del siatem, ma temo che la soluzione prospettata dal prof. Longo (il controllo democratico sulle decisioni degli esperti, già propugnato a suo tempo da Illich e da Feyerabend, abbinato all'etica della responsabilità) possa rivelarsi fragile.

Grazie per l'attenzione
G.Belleri
Flero (BS)

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18 From:
Dr. Saro Cola <sarocola@m...>

Date: Wed Feb 12, 2003 1:49am
Subject: Re: Re: primo intervento

Sono chimico

--
Dr. Saro Cola
ML 1
sarocola@m...

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19 From:
Dr. Saro Cola <sarocola@m...>

Date: Wed Feb 12, 2003 2:02am
Subject: Re: Re: Dr Saro Cola sul modello Venter

Signora, grazie a lei

E' molto attenta ai fenotipi. Non se ne faccia distrarre.

Il senso della mia frase era chiaro, riferendomi a un modello che è appunto quello che ho detto : proprietario. Agli antipodi degli innocenti radical chic che enfatizzano i benefici dell'intelligenza collettiva vulgata versio .

Sul piano scientifico Celera ha dato, come lei ha detto, risultati ineguagliabili. Sul piano finanziario il discorso è più complesso da come lei lo ha rappresentato.

--
Dr. Saro Cola
ML 1
sarocola@m...

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20 From:
Margherita Bologna <marghe@i...>

Date: Wed Feb 12, 2003 2:25pm
Subject: Domanda per Andrea Rossetti

Quando Lei si chiede se il criterio di maggioranza piò essere uno strumento "razionale" per il controllo dell'uso della tecnica che significato attribuisce a questo termine?

In quanto filosofo (del diritto) condivide l'analisi del concetto di razionalità esplicata nella breve citazione del libro del prof. Gargani Crisi della ragione che il prof. Longo riporta nella sua relazione? (paragrafo: di fronte alla tecnologia)
dott.ssa Margherita Bologna

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21 From:
marlenedicostanzo@t...

Date: Wed Feb 12, 2003 2:27pm
Subject: progresso e retroazione

[Concetto di "retroazione"]

Se ho capito bene il saggio del prof. Longo è ispirato dalla preoccupazione che le implicazioni del progresso tecnico scientifico sfuggano alla responsabilità dell'uomo. Che cioè la retroazione positiva che alimenta il progresso conduca alla fine ad un processo autodistruttivo. Un po' come se un regolatore che controlla la velocità di un motore, invece di diminuire l'immissione di combustibile quando il motore aumenta di velocità, la aumentasse.

Vorrei però osservare che il concetto di progresso non è esogeno alla cultura che produce il progresso. Diciamo che uno stato B è progredito rispetto ad uno stato A se nello stato B si verificano situazioni che la nostra percezione stima migliori di quelle che abbiamo nello stato A; per es. migliori chances di vita, teorie scientifiche maggiormente esplicative e così via. Ovviamente la valutazione dell'utilità marginale dello stato B rispetto allo stato, non può essere determinata autoreferenzialmente dal sapere degli esperti della tecnoscienza, ma dipende dal come l'opinione comune percepisce il mutamento. Ad esempio mentre i biotecnologi reputano senz'altro un progresso gli ogm, per gran parte dell'opinione pubblica, visto che non ne percepisce l'utilità immediata (non hanno costi inferiori, sul piano organolettico non presentano particolari vantaggi anzi) viene enfatizzato il possibile, anche se improbabile, rischio.

Comunque se lo stato B viene percepito come un progresso, si determina un modo nuovo di percepire il mutamento. L'uomo con una prospettiva media di vita di 80 anni guarda ai progressi della medicina in modo diverso di quello con una prospettiva media di 50 anni. E' come se la nostra macchina a retroazione positiva venisse tarata in modo nuovo.

Il problema è che la velocità con cui la tecnoscienza opera molte volte non consente e la verifica del progresso e l'adeguamento della prospettiva con cui guardiamo ad esso. Il talidomide insegna.

Che fare allora? Forse, come il prof. Longo altre volte ha detto, che la tecnoscienza ci dia il tempo di adeguare le nostre percezioni ai suo mutamenti.
Ma è realistico?

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22 From:
marta mura <marta_mura@y...>

Date: Wed Feb 12, 2003 2:58pm
Subject: Re: progresso e retroazione

marlenedicostanzo@t... ha scritto:

> Se ho capito bene il saggio del prof. Longo è
> ispirato dalla preoccupazione
> che le implicazioni del progresso tecnico
> scientifico sfuggano alla responsabilità
> dell'uomo. Che cioè la retroazione positiva che
> alimenta il progresso conduca
> alla fine ad un processo autodistruttivo. Un po'
> come se un regolatore che
> controlla la velocità di un motore, invece di
> diminuire l'immissione di
> combustibile quando il motore aumenta di velocità,
> la aumentasse.
> Vorrei però osservare che il concetto di progresso
> non è esogeno alla cultura
> che produce il progresso. Diciamo che uno stato B è
> progredito rispetto
> ad uno stato A se nello stato B si verificano
> situazioni che la nostra percezione
> stima migliori di quelle che abbiamo nello stato A;
> per es. migliori chances
> di vita, teorie scientifiche maggiormente
> esplicative e così via. Ovviamente
> la valutazione dell'utilità marginale dello stato B
> rispetto allo stato,
> non può essere determinata autoreferenzialmente dal
> sapere degli esperti
> della tecnoscienza, ma dipende dal come l'opinione
> comune percepisce il
> mutamento. Ad esempio mentre i biotecnologi reputano
> senz'altro un progresso
> gli ogm, per gran parte dell'opinione pubblica,
> visto che non ne percepisce
> l'utilità immediata (non hanno costi inferiori, sul
> piano organolettico
> non presentano particolari vantaggi anzi) viene
> enfatizzato il possibile,
> anche se improbabile, rischio.
> Comunque se lo stato B viene percepito come un
> progresso, si determina un
> modo nuovo di percepire il mutamento. L'uomo con una
> prospettiva media di
> vita di 80 anni guarda ai progressi della medicina
> in modo diverso di quello
> con una prospettiva media di 50 anni. E' come se la
> nostra macchina a retroazione
> positiva venisse tarata in modo nuovo.
> Il problema è che la velocità con cui la
> tecnoscienza opera molte volte
> non consente e la verifica del progresso e
> l'adeguamento della prospettiva
> con cui guardiamo ad esso. Il talidomide insegna.
> Che fare allora? Forse, come il prof. Longo altre
> volte ha detto, che la
> tecnoscienza ci dia il tempo di adeguare le nostre
> percezioni ai suo mutamenti.
> Ma è realistico?

[Il fumo, gli OGM e il rischio]

tento di riflettere su quanto detto: per me dovrebbe essere realistico. es. la sigaretta: fino a dieci anni fa, l'effetto negativo della sigaretta non era nacora ben conosciuto, tant'è che una volta ho visto un documentario degli anni settanta in cui si cercava di dissuadere dal fumare per ragioni del tutto opinabili sulle conseguenze del fumo. tutto è stato detto, tranne la possibilità del cancro ( dimostrazione che ancora non se ne conoscevanpo bene gli effetti). oggi, decine di persone in America fanno causa alla Philip Morris per i tumori contratti a causa delle sigarette, perchè, al tempo, non si conoscevano ancora quegli effetti devastanti che si conoscono oggi, e vincono.

spuntano gli OMG. è logico che, date le esperienze passate, che la persona media diffida. prima ci vengono propinati i prodotti, poi ad un certo punto qualcuno mette in dubbio l'innoquità di tali. l'uomo medio a questo punto pretende chiarezza e quindi non si fida. non è questione secondo me, di percepire l'utilità o meno del prodotto tecnologico, ma il porsi il dubbio della salutarità di quello che mangiamo. condivido l'dea della graduale distuzione dell'uomo, ribadisco che per me è un continuo regresso. se da una parte, infatti crediamo di vivere meglio, dall'altra stiamo distruggendo l'ambiente in cui viviamo, e le conseguenze le stiamo pagando tutt'ora (camminare per le strade di Milano durante l'ora di punta per 10 minuti, equivale a fumarsi 20 pacchetti di sigarette. spesso la gente comune, rimanda la polemica perchè il "rischio", o il "pericolo" sono diluiti nel tempo, quindi non si ritengono immediatamente coinvolti. es.
io fumo, pur sapendo che ho il rischio di cancro, ma poichè il rischio è rimandato a un lontano futuro continuo a farlo. se mi venisse il cancro, mi pentirei amaramente della scelta stupida che ho fatto e probabilmente pagherei oro per tornare indietro. lo stesso ragionamento va visto in funzione delle conseguenze di una tecnologia che sballa completamente i ritmi biologici. ed a questi non si sfugge. quindi.
ben consapevoli di tutto ciò, perchè non si mettono in atto politiche che ci salvaguardino meglio, invece di scoprire l'acqua calda a distanza di tempo?

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23 From:
sylvie coyaud <scoyaud@p...>

Date: Wed Feb 12, 2003 6:06pm
Subject: Re: Re: Dr Saro Cola sul modello Venter

At 01.02 12/02/03 +0000, you wrote:
>Signora,
>
>grazie a lei
>
>E' molto attenta ai fenotipi. Non se ne faccia distrarre. Difficile: non so lei, ma io nella vita incontro solo fenotipi. s.c.
>Il senso della mia frase era chiaro, riferendomi a un modello che è
>appunto quello che ho detto : proprietario. Agli antipodi degli innocenti
>radical chic che enfatizzano i benefici dell'intelligenza collettiva
>vulgata versio .
>Sul piano scientifico Celera ha dato, come lei ha detto,
> risultati ineguagliabili. Sul piano finanziario il discorso è più
> complesso da come lei lo ha rappresentato.

In che senso?

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24 From:
sarmont@m...

Date: Wed Feb 12, 2003 6:29pm
Subject: democrazia della scienza

[Scienza e democrazia]

=======
Non possono essere i rappresentanti di quelle componenti: non possono essere i ricercatori a pretendere di conservare la ricerca, o gli innovatori l'innovazione tecnologica. La decisione spetterebbe alla politica, intesa come attività di mediazione tra le varie istanze sociali.
(Longo, Relazione)
=======

-- Non serve molto che mi dichiari d'accordo col professor Longo. E' - credo - piu' utile che indichi i punti di disaccordo.

Voglio pero' subito dire che mi sembra molto valida la sua affernazione "se la scienza non vuole aver nulla a che fare con il resto del mondo (cosa di cui si puo' dubitare) e' il resto del mondo che vuole aver a che fare con la scienza."
(Relazione)

Uno dei punti di disaccordo riguarda invece la presunta antidemocraticita' della scienza. Si deve distinguere - a me pare - tra mezzi e fini. I fini potranno anche essere quelli di raggiungere una Verita' (ma in realta' io non lo credo), ma la tensione verso una Verita' non esclude che i metodi siano tutt' altro che dogmatici. La scienza e' democratica come metodo - o se non altro dovrebbe esserlo.

Del resto anche Longo giunge ad affermare che "se i singoli non possono ripetere gli esperimenti compiuti nei grandi laboratori, li possono ripetere altri grandi laboratori. La democrazia a questo livello garantisce un certo controllo dei risultati."

Un secondo punto su cui non mi trovo concorde e' ....... ma piu' che un argomento riguarda una forma di atteggiamento. E' mia impressione (dalla lettura della sua Relazione pper questo seminario) che Longo sia dibattuto tra un malcelato fascino che la tecnologia esercita su di lui e il rifiuto della stessa. Una sorta di odio-amore.

Volevo chiedergli la sua opinione anche su quest' ultima mia impressione.

Con molti cordiali saluti e complimenti per il bel seminario.

alphonse vajo
------------------------

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25 From:
longo@u...

Date: Wed Feb 12, 2003 7:21pm
Subject: Longo risponde

12 febbraio 2003

cari amici in rete

A Marta Mura vorrei confermare che secondo molti tecnologi (almeno nell'industria informatica e microelettronica) i limiti posti alle innovazioni sono di natura economica più che tenica. E sono limiti economici interni all'azienda (costi di ricerca e sviluppo e costi di commercializzazione) oppure esterni (costi legati alla perturbazione del sistema esistente). Per cui molte tecnologie mature o fattibili sotto ilprofilo tecnico non vengono lanciate per motivi economici. Ma i limiti economici sono pur sempre limiti. Forse il "menefreghismo" e la miopia sono caratteristiche ereditarie del genere umano (Dante: "perché l'uom in cui pensier sovra pensier rampolla di sé dilunga il segno, perché la foga l'un dell'altro insolla", cioè chi pensa troppo e si preoccupa finisce che non fa nulla: e, oggi soprattutto, fare è più importante che riflettere). Il genere umano sta distruggendo a grande velocità le altre specie viventi, anzi è autore di una delle più grandi estinzioni di massa che si conoscano.

Non per questo la vita scomparirà: il biota si assesterà su altri livelli di equilibrio, ma può darsi che il nuovo equilibrio non contempli più la presenza di questo catastrofico Homo sapiens. Del resto sono scomparsi i dinosauri, che per centinaia di milioni di anni avevano dominato tutte le nicchie biologiche...

La spazzatura che produciamo non rientra nei cicli della natura: il nostro "riciclo" è un surrogato di quei cicli, ma spesso fallisce percé è sostenuto da motivazioni econoichepiù che ecologiche, cioè di equilibrio sistemico: i rifiuti sono diventati un affare colossale, specie per la "criminalità organizzata". E' sensazione diffusa che ovunque l'uomo penetri, introducendo la sua azione finalistica cosciente, sostenuta da una tecnologia sempre più potente, si producano dei guasti sistemici. Sugli sconquassi provocati da questo tipo di intervento Gregory Bateson ha scritto pagine fondamentali, che ho avuto il privilegio di tradurre (Verso un'ecologia della mente, Mente e natura, Dove gi angeli esitano, Un'unità sacra, tutti per Adelphi, Milano). E' la finalità cosciente dell'uomo (basata su un'epistemologia sbagliata secondo Bateson) che apre alcuni cicli chiusi della natura e che (attraversol'attiuvazioen dei circuiti di retroazione positiva) tende a far crescere oltre ogni limite il valore di alcune variabili (di cui il denaro è la quintessenza) rendendole pericolose per la salute e l'integrità del sistema. E' vero peraltro che la lettura di Bateson, che raccomando a tutti, resta il privilegio di pochi e non so quanto le sue idee potrebbero cambiare il mondo anche se tutti le conoscessero...

Vorre ringraziare Giuseppe Belleri per la sua lucida e sintetica descrizionedi un caso emblematico d'intreccio di retroazioni positive in un sistema complesso e di enorme importanza come quello della medicina, tra i più significativi perché, in varia misura, riguarda tutti.

Pur sostenendolo, sono io stesso convinto - lo dichiaro con franchezza - che il controllo democratico delle decisioni sia uno strumento farraginoso e inefficace: molto meglio sarebbe un monarca illuminato (ma illuminato da chi? per chi non crede in una divinità trascendente si prospetta un ricorso all'infinito?...). Stiamo toccando i limiti della democrazia? Ci stiamo rendendo conto che la democrazia, oltre un certo limite di popolazione e una certa sogli adi complessità della società somiglia a un caos ingovernabile in cui si manifestano proprietà e fenomeni emergenti di tipo sinergetico? In cui "ordinatori" o attrattori eterogenei e inediti prendono il posto delle decisioni meditate di un tempo (se mai ci furono)? Heidegger diceva che da questo destino (la tecnologia, che snatura l'uomo) solo un Dio ci può salvare. Io, forse più cinico, dico che solo una catastrofe economica ci può salvare dalla catastrofe tout court. Dovrebbero mancare i soldi: la gran macchina dell'apparato rallenterebbe subito, e avremmo il tempo e il modo di pensare. Molte cose che oggi ci sembrano gratuite riacquisterebbero il loro valore in termini di fatica, dilavoro investito, di risorse naturali... (a questo proposito la mia posizione è molto distante da quella tecnofila di Rossetti).

Il fisico inglese Ernest Rutherford ricevette la visita di colleghi tedeschi che gli chiesero come avesse fatto, con le poche risorse che aveva, a conseguire risultati tanto brillanti. Rispose: "Ci sono venuti a mancare i soldi, allora abbiamo cominciato a pensare..."

(Qualcuno potrebbe ribattere con sarcasmo: vista la riduzione dei finanziamenti che si prospettano, chissà quali meravigliosi risultati conseguiranno i nostri ricercatori!...)

Per Alessandra Grazia ecco una brevissima nota sulla retroazione: La retroazione (feedback) è uno dei concetti fondamentali della cibernetica e si applica a una classe vastissima di sistemi, caratterizzati dalla presenza di un "anello di retroazione". Si consideri un sistema che operi una trasformazione su una certa variabile: la variabile su cui il sistema agisce si chiama ingresso, la variabile trasformata si chiama uscita.

L'anello di retroazione riporta all'ingresso informazioni sull'uscita: quindi l'ingresso è costituito dalla variabile da trasformare più i dati sull'esito della trasformazione avvenuta in precedenza. Se questi dati facilitano o accelerano la trasformazione nella direzione dei risultati precedenti, la retroazione si chiama positiva. Se si oppongono alla trasformazione, la retroazione si chiama negativa. Nel primo caso un aumento dell'uscita provoca un aumento dell'ingresso, che a sua volta provoca un aumento dell'uscita: il comportamento del sistema è divergente, cioè si ha un'espansione verso l'infinito. Oppure una diminuzione dell'uscita provoca una diminuzione dell'ingresso, che a sua volta provoca una diminuzione dell'uscita e si ha una riduzione progressiva dell'attività. La crescita indefinita si presenta nelle reazioni a catena, nell'esplosione demografica, nell'inflazione, nella proliferazione delle cellule cancerose. Poiché un sistema non può sostenere una crescita oltre una certa soglia, questo tipo di retroazione positiva porta al collasso del sistema. L'altro caso di retroazione positiva, che porta al blocco del sistema, si ha per esempio nella depressione economica. Anche in questo caso il sistema entra in una crisi che comporta l'annullamento delle sue attività. Perché il sistema non giunga al collasso o alla morte, la retroazione positiva dev'essere controbilanciata da uno o più meccanismi di retroazione negativa.

La retroazione negativa infatti porta (benché non sempre) il sistema all'equilibrio. Tutti i sistemi di regolazione (di temperatura, di velocità, di direzione e così via) sono basati su questo tipo di retroazione, in cui un aumento dell'ingresso provoca una diminuzione dell'uscita, che a sua volta provoca una diminuzione dell'ingresso; invece una diminuzione dell'ingresso provoca un aumento dell'uscita, che provoca un aumento dell'ingresso: in sostanza un aumento dell'ingresso provoca, dopo un certo tempo, una diminuzione dell'ingresso e una diminuzione dell'ingresso provoca, dopo un certo tempo, un suo aumento.

Si tratta di un tipico meccanismo di controllo: il sistema si porta via via all'equilibrio stabile, oppure oscilla intorno a un punto di equilibrio senza mai fermarvisi (si pensi al termostato, che fa oscillare la temperatura di un ambiente intorno al valore di riferimento fissato).

Gregory Bateson riconobbe la presenza della retroazione positiva (interazione simmetrica) e di quella negativa (interazione complementare) in certi meccanismi sociali. Se per esempio il comportamento aggressivo di una componente sociale A provoca aggressività in un'altra componente B e l'aggressività di B scatena ulteriore aggressività in A, questa interazione simmetrica (retroazione positiva), attraverso un crescendo di aggressività, può portare al collasso della società. Se invece l'aggressività di A provoca in B un atteggiamento di sottomissione e la sottomissione di B provoca un calo di aggressività in A (interazione complementare, cioè retroazione negativa), la crisi può essere superata e la società si riporta in equilibrio.

Quanto scritto da Giuseppe Belleri mi sembra un'ottima illustrazione di questi concetti (ripresi anche nelle primissime righe del contributo di Marlene Di Costanzo).

A Marlene Di Costanzo direi che bisogna distinguere tra un fenomeno o sistema e lapercezione ch ene abbiamo. La posizione generale dicerti meccanismi di retroazione positiva è positiva (scusi il bisticcio) anche quando il sistema che ne è sede si avvia al collasso (chi abbia fretta vede nell'aumento contintuo della velocità della sua macchina un fatto positivo anche se il motore sta per scoppiare - del resto è un motore a scoppio). E' vero che la percezione che abbiamo dei fenomeni dipende dalla nostra storia precedente e collocazione temporale (secndo auqnto ho scritto ieri all'inizio dell amia glossa al commento di Rossetti), ma è anche vero che questa nuova "taratura" della macchina a retaroazione riguarda poco o punto il processo "in sé" (scusi questo abuso di realismo).

Come nota anche lei nelle ultime righe del suo contributo, uno degli inconvenienti più gravi a questo riguardo è la diversa velocità con cui si sviluppano la tencologia, la nostra capacità di adattamento e le interfacce tra uomo e tecnologia (si tratta di direttrici evolutive spaiate, veda il primo paragrafo dell'articolo). Insomma il simbionte Homo technologicus fatica ad armonizzare le proprie componenti eterogenee e l'una rischia di soffocare l'altra. Gli antichi meccanismi del corpo (fisiopsicologici) sofforno per il contatto, anzi l'invasione, della tecnologia: la tecnologia è sempr eun filtro, nel senso che potenzia (o addirittura rivela) certe capacità, ma ne indebolisce o sopprime altre, che magari sentiamo intimamente nostre e indispensabili.

Ma la tecnoscienza è disposta a darci il tempo di cui avremmo bisogno per adattarci? O magari per rifiutarla? Ne dubito, proprio per l'accelerazione (da retroazione positiva) che animal'innovazione: è proprio quest'accelerazione che a volte dà l'impressione che la tecnologia sia una componente autonoma o quasi del sistema complessivo, e questa autonomia percepita preoccupa molto chi vede nella tecnologia una minaccia all'identità dell'uomo.

Ma l'identità dell'uomo è un concetto quanto maiproblematico e forse fallace: da sempre l'homo sapiens, ibridandosi con le vari componenti dell'ambiente (animali, piante, virus) e con gli strumenti che via via costruiva è venuto modificandosi. Oggi questa modificazione (in passato poco più che latente) è quanto mai manifesta: basti pensare che i bambini che hanno un'esposizioneprolungata e precoce all aTv o al computer tendono a sviluppare connessioni cerebrali diverse dai bambini abituati alla lettura e scrittura o ad altri svaghi. Anche se la plasticità cerebralepermane a lungo, dove può portare tutto ciò? Certo porterà a unuomo diverso da noi (o meglio a un "simbionte" diverso), che giudicherà il suo presente (il nostro futuro) in modo diverso da noi.

Non dobbiamo perciò cedere alla tentazione di giudicare coi nostri parametri e metri di giudizio ciò che sperimenterà questa creatura del futuro (copme non dobbiamo commettere l'ingenuità di giudicare col nostro metro ciò che provavano i nostri avi). Tutto ciò non mi esime tuttavia dal credere che il simbinte futuro soffrirà come e più di noi per il progressivo disadattamento tra biologia e tecnologia (ci sono molti segni che la nostra è una civiltà che soffre: per esempio negli Stati Unitipare che il 56 % della popolazione ricorra agli psicofarmaci...).

Forse il corpo (Marta Mura) coi suoi ritmi ci salverà dalla trasformazione totale (anche se non so bene come possa configurarsi questa trasformazione totale, sembra una battuta di Joneso)? Se il corpo continuerà a rappresentare un baluardo di resistenza contro l'invasine della tecnologia, contro la riduzione a codice, se le sue esigenze ancestrale opporranno un ostacolo inbvalicabile... Ma quale saràil prezzo dapagare in termini di sofferenza? O sono tutte metafore? Preoccupazioni fuori luogo? E in questa prospettiva, l'adeguamento psicofisico che invochiamo non sarebbe piuttosto dannoso che vantaggioso, perché curerebbe i sintomi e non la patologia: creerebbe una vsata zona di anestesia in cui la tecnologia potrebbe finalmente insinuarsi senza resistenze...

A proposito dello scambio tra Sylvie Coyaoud e Andrea Rossetti: appena uno vince un oremio Nobel (specie in fisica o in biologia) lo si intervista ad ogni piè sospinto su tuttii temi possibili immaginabili. Il sistema delle credenze fideistiche è forte, ma più forte ancora è il sistema delle autocredenze narcisistiche: il Nobel si lascia intervistare e, titillato, rilascia le sue pillole di saggezza a tutto campo, manifestando un godimento epidermico e interiore molto simile all'orgasmo trattenuto. Un po' come sto facendo io, pontificando come un oracolo (cerco di prepararmi al Nobel...)

Giusta la distinzione che fa Sylvie Coyoaud tra scienza e sue incarnazioni: purtroppo anch'io incontro sempre fenotipi. La scienza è lontana e inaccessibile, simostra solo per i suoi ministri, che si lasciano toccare e guardare: un po' come Dio, che manda avanti i sacerdoti...

A Guido direi che trovo giusta la sua osservazione, ma non la spinge fino in fondo. Proprioperché un sistema abbastanza complesso è una mente nel senso di Bateson (vedi anche Internet e la sua possibile intelligenza connettiva) esso può "decidere" quale strada imboccare. Ma proprio perché il sistema-mente è complesso possiamo descriverlo in vari modi e a vari livelli. Un sistema complesso non può essere esaurito con una sola descrizione (quella "vera"), che privilegi un determinato livello, ma è suscettibile di più descrizioni a diversi livelli di finezza. Queste descrizioni sono tra lor complementari e talvolta in parte anche contraddittorie. Non si è autorizzati a dire che una descrizione è più vera di un'altra, semmai, a seconda dei nostri scopi del momento, di volta in volta una descrizione è più "adeguata" di altre. Allora a un livello di descrizione il sistema imbocca una strada "a caso" e a un altro livello di descrizione "decide" la propria strada.

Del restola nozione di "caso" è tra le più ingarbugliate e oscure: pensi alla meccanica quantistica, dove la domanda fondamentale è: il caso è un modo per dichiarare (o nascondere) la nostra ignoranza dei "veri" meccanismi, oppure i "veri" meccanismi sono soggetti al caso? La meccanica quantistica propende per la seconda ipotesi, che tuttavia alla nostra mente sembra difficile da digerire: siamo irrimediabili realisti (come Einstein, scusate...).

Adesso vado a casa: il seguito a domani, grazie a tutti.

Giuseppe O. Longo

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26 From:
Andrea Rossetti <andrea.rossetti@u...>

Date: Wed Feb 12, 2003 7:58pm
Subject: Re: seminario FGB

inizio ringraziando il professor Longo per la lunga risposta e tutti gli altri per gli interventi e l'attenzione che stanno prestando alle mie parole.

Giuseppe Longo, come di consueto, fornisce una serie formidabile di spunti di riflessione. Io mi concentrero' sui due che ritengo piu' importanti: l'idea di progresso e l'idea di intelligenza legata alla rete.

At 18:23 +0100 11-02-2003, longo@u... ha scritto:

>Insomma i nonni non conoscevano la nostra situazione, ed è proprio il
>confronto che dà il senso dello star bene o dello star male (gli uomini non
>vogliono guadagnare molto, vogliono guadagnare più del loro vicino di
>casa). Solo un confronto consente di misurare la differenza: forse i nostri
>nonni si sentivano già fortunati rispetto ai loro nonni, ma non potevano
>confrontarsi con noi.

[L'idea di "progresso" è relativa e valutativa]

ovviamente, sono d'accordo con lei e con l'intervento di marlene di costanzo che mi pare sostenere una tesi simile: l'idea di progresso e' un'idea relativa e valutativa. lo stato di cose B e' un progesso rispetto allo stato di cose A, se A e' "meglio" B; il "meglio" e' relativo ad una serie di valori e di criteri che definiscono una particolare visione del mondo. detto questo, non riesco proprio a credere che il mio bisnonno, che pure aveva sicuramente un sistema di valori e credenze diverso dal mio (e che, forse, ha anche avuto una vita felice), possa considerare la societa' in cui lui e' nato, migliore della mia: abbiamo praticamente debellato la fame, la mortalita' infantile, l'analfabetismo, allungato la speranza di vita e migliorato la qualita' della vecchiaia.

il problema attuale, secondo me, e' che, molto probabilmente, il nostro modello di sviluppo (tecnico, ma anche etico), *purtroppo*, non e' esportabile, *purtroppo*, si fonda su pratiche spesso immorali nei confronti dei non occidentali. credo che, nel futuro, dovremo renderci conto che, per il bene di tutti, il progresso tecnologico non puo' essere disgiunto un progresso dell'estensione dei diritti fondamentali (e probabilmente dalla tematizzazione di diritti delle generazioni future).

>Ecco che, se gli scienziati sono troppo cauti e non vogliono rilasciare
>indulgenti promesse (ma oggi tendono a farlo, anche per fare quattrini),
>volgiamo loro le spalle e corriamo dai tecnologi, oppure dai cartomanti,
>dai ciarlatani, dagli imbonitori (il programma 'mi manda Rai3' è un
>campionario delle conseguenze tragicomiche di questa tendenza).

l'accostamento di tecnologi e cartomanti di pare davvero ingeneroso: io credo che, nella maggior parte casi, ingegneri, scienziati, gli innovatori in senso piu' lato, cerchino davvero di rendere il mondo un posto migliore (buona fede che, invece, non si deve accordare ai maghi nessuna specie). anche se, altrettanto spesso, non tutti siamo d'accordo su come sia un mondo migliore.

>Veniamo ora all'intelligenza collettiva o connettiva della Rete.
>>>>>zip<<<<

[L'intelligenza collettiva]

mi ostino a non capire :) questo non significa ridurre l'intelligenza a un insieme di relazioni organizzate indipendente dal supporto fisico? l'idea che l'intelligenza sia un insieme di relazioni organizzate non implica che l'intelligenza esclusivamente sia algoritmica? (questo implicherebbe che anche l'intelligenza degli essere umani e' algoritmica?) poiche' intelligenza dipende anche dalla corporeita', allora un'intelligenza che si sviluppasse su di un "supporto" diverso dal corpo umano, non ci sarebbe completamente aliena?

chiudo con questa raffica di domande (che spero non spazientiscano il prof. Longo :) : non voglio annoiare troppo coloro che hanno avuto la bonta' di leggere sino a qui :)

a domani,
AR
--
ø¤º°`°º¤ø,¸¸,ø¤º°`°º¤ø, ,ø¤º°`°º¤ø,¸¸,ø¤º°`°º¤ø,

dr. Andrea Rossetti
SWIF co-ordinator

SWIF - Sito Web Italiano Filosofia
Periodico elettronico - registrazione n. ISSN 1126-4780

Rubrica di recensioni: http://www.swif.uniba.it/lei/recensioni/index.htm

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27 From:
Leone Montagnini <leonemontagnini@k...>

Date: Wed Feb 12, 2003 8:10pm
Subject: Per una critica delle tecnologie dell'informazione

[Tecnofobi e tecnofili (apocalittici e integrati)]

Tecnofobi o tecnofili, o forse ancor meglio - riprendendo le fortunateespressioni di Eco - apocalittici o integrati. Mi ha sempre colpito che si tratta di due atteggiamenti mentali che sembrano scontrarsi in maniera totale, senza compromessi e, mi sembra, questo si registra tutto sommato anche nelle discussioni che finora si sono avute in questo forum.

Paradigmatico in questo senso è l'articolo di Scalfari che ci ha proposto Giovanni Maria Borrello, dove si assiste ad una posizione classicamente apocalittica di Scalfaro che ha destato l'ira del suo meno noto interlocutore "integrato".

Tra l'altro nella mia esperienza personale ho conosciuto molti acerrimi nemici del nuovo tecnologico che si sono poi convertiti ad un autentico tecnoentusiasmo. Negli anni 80 prendevo simpaticamente in giro un mio caro amico perché si ostinava ad usare la matita (di quelle con la gomma sull'altro estremo) invece del computer per scrivere: così almeno posso cancellare, diceva. Poi ha scoperto che col word processor cancellare era ancora più semplcie edè diventato un altro. Adesso senza la mail è un uomo morto! Personalmente preferirei però che si trovasse una mediazione: la possibilità di criticare le tecnologie senza essere accusati di esserne dei detrattori per partito preso.

Ringrazio Marta Mura per aver preso le difese di chi, come me, votò per il sì contro le centrali atomiche. Ritengo estremamente importante l'accostamento della questione nucleare all'episodio di Bohpal, e per l'indicazione dell'aspetto dei costi di produzione dell'energia. Il rischio si può contenere, ma purtroppo aumenta i costi del chilowattora. Attualmente abbiamo le centrali sulle alpi, in caso contrario ne avremmo avuta una alle porte della più grande città italiana, Roma. Immaginate che avrebbe significato evacuare in tempi rapidi 3 milioni di persone. Purtroppo però temo che, oggi, non avendo centrali nucleari dislocate sul nostro territorio, abbiamo consequentemente anche pochi tecnici attivi sul territorio a compiere icontrolli sistematici sulle scorie che qualcuno potrebbe gettare in discariche abusive.

Non so se in questo modo finisco per passare per quel "critico progressista del progresso" cui fa riferimento Giuseppe O. Longo nell'introduzione della sua relazione, ma ritengo che sarebbe utile si formasse una posizione intermedia di consapevole critica della tecnica.

Ritengo che di un tipo di critica di questo tipo, senza eccessi, ma seria e puntuale, siano esempio le molte riflessioni, ricerche, iniziative circa le tematiche ambientali, dove possediamo molte serie analisi - in sociologia, economia, ecologia, geologia ecc. - che rappresentano un esempio effettivo di scienza e tecnologia effettivamente applicate per retroagire (retroazione negativa) in maniera tale che si possano riuscire a gestire in maniera meno traumatica le ricadute negative delle attività economiche umane (si ricordi che tutti i settori economici inquinano: agricoltura, industria e terziario; nonché il consumo). Ciò non garantisce dalle catastrofi ma, come suol dirsi, aiuta.

Ritengo però che quel che è stato fatto per i rischi legati alle tecnologie della materia e dell'energia, non sia stato fatto a sufficienza per le tecnologie dell'informazione e che sarebbe necessario esercitare il pensiero critico su di esse molto più di quanto sia stato fatto fino ad oggi.

Le cose che da anni scrive Giuseppe O. Longo, mi sembra, rispondono a questa esigenza di un pensiero critico sulle tecnologie e in particolare su quelle dell'informazione (tra le quali includo in qualche modo anche la biologia molecolare).

Molte delle cose che ho letto nella sua relazione sono vivaci e stimolanti, ma mi lasciano dubbioso. Vorrei soffermarmi solo su un aspetto tra i tanti nient'affatto banali che egli toccca.

Egli nota una mutazione epistemologica che starebbe avvenendo dalla metà del Novecento e che riguarda alcuni settori trainanti della tecnologia. Ma c'è una cosa che nel suo discorso mi lascia fortemente perplesso: In particolare egli scrive che "a cominciare dalla metà del Novecento, la tecnologia ha assunto una velocità tale da non permettere, spesso, neppure le sistemazioni e le spiegazioni scientifiche a posteriori" "non esiste una teoria del software, [...] di Internet, [...] dell'ingegneria genetica."

"Delegando, come stiamo facendo, l'uso della nostra razionalità agli strumenti, acceleriamo la scomparsa della scienza a favore della tecnica.
D'altra parte questa delega appare inevitabile. Dal declino della scienza così come la conosciamo naturalmente non seguirebbe la scomparsa dell'attività mentale e conoscitiva: essa potrebbe assumere forme inedite, legate soprattutto allo sviluppo tecnologico.
"

Si noti qui si tratta di una problematica che rappresenta oggi, a mio parere, un'importante frontiera della ricerca epistemologica, e l'insistenza di Longo su questo punto ha un grande merito.

[Pierre Levy]

Sono d'accordo in gran parte con la sua diagnosi, ma ho difficoltà a condividere il suo ottimismo.

[Creatura planetaria, intelligenza collettiva, laisser faire, liberismo]

In particolare a me sembra che la teoria della creatura planetaria, avanzata nei termini in cui ne parla Longo credo tra i primi da Pierre Levy in Francia, non sia altro che l'applicazione al mondo dell'informazione della logica del laisser faire e della mano invisibile di Smith. E il liberismo è un'ottima ideologia soprattutto per chi occupa posizioni di predominio.

Francamente il quadro prospetatto da Giuseppe O. Longo di una scienza che si estingue di fronte a una tecnologia che se ne va per conto suo mi preoccupa molto e da molti anni. Diciamo da anni che stiamo vivendo nella "società dell'informazione" ma, ironia della sorte, fuori del contesto strettamente tecnico, non abbiamo nessuno straccio di definizione affidabile del concetto di informazione, che anche lontanamente paragonabile a quelli di energia, massa, materia, quantità di moto, carica elettrica ecc. elaborati nel quadro della scienza tipica della fase che precede la seconda guerra mondiale. Questo io lo ritengo un serio problema.

Credo che la scienza sia necessaria. Quando guido la macchina in situazioni di routine è meglio inserire il pilota automatico ipotalamico. Questo è vero: esso agisce in maniera istintiva e precisa, rapida, come un bravo esecutore. Ma di fronte a situazioni impreviste è la corteccia cerebrale che deve prendere il comando e scattano meccanismi endocrini che portano la coscienza al livello massimo.

[L'uso invalso del termine "scienza"]

Giustamente Andrea Rossetti nota che ormai la parola scienza sta dappertutto nelle università. La facolta di pedagogia è diventata di scienze dell'informazione, quella di lettere di scienze umanistiche, addirittura l'Ospedale S.Camillo di Roma ha cambiato il nome ai vecchi reparti di cardiologia: ora si chiamano di Istituto di Cardioscienze. Ma non penso che questo sia segno di vitalità da parte della scienza: il fatto che la "Scienza" lasci il posto alle "scienzE" è un segno della mutazione epistemologica di cui sopra; indica che la scienza tende sempre più a tecnicizzarsi, che vince la profezia di Weber sul trionfo del pensiero strumentale ed ho paura che così facendo perdiamo tutti anche quella capacità critica (accanto pure ad un sano conservatorismo, non lo nego) che sono tipiche della scienza e di cui avremmo bisogno oggi più che mai.

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28 From:
marta mura <marta_mura@y...>

Date: Wed Feb 12, 2003 8:45pm
Subject: Re: (unknown)

una riflessione personale che non c'entra nulla: prof. Longo, la ammiro molto, perchè con il suo ultimo intervento,di ognuno dei partecipanti ha saputo cogliere l'aspetto positivo, nonostante le numerose critiche, e nonostante la discussione si facesse sempre più animata...

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29 From:
Alessandra Grazia <agrazia@o...>

Date: Wed Feb 12, 2003 9:38pm
Subject: Re: democrazia della scienza

----- Original Message -----
From: sarmont@m...
Date: Wed, 12 Feb 2003 12:29:16 -0500
To: <fgb-forum@yahoogroups.com
> Subject: [fgb-forum] democrazia della scienza

> Un secondo punto su cui non mi trovo concorde e' ....... ma piu' che un argomento riguarda una forma di atteggiamento. E' mia impressione (dalla lettura della sua Relazione pper questo seminario) che Longo sia dibattuto tra un malcelato fascino che la tecnologia esercita su di lui e il rifiuto della stessa. Una sorta di odio-amore.
>

Volevo dirlo io, mi sono state rubate le parole di bocca.
:)
Anche a me interessa l'opinione del Prof. Longo su questa osservazione che lo riguarda.

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Dr.ssa Alessandra Grazia

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